Le Cronache della Risonanza di Fano

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Frammenti di risonanza

Non tutti gli uomini vengono scelti.Alcuni, semplicemente, si offrono.E quando lo fanno,
potrebbe non restare molto di ciò che erano.

Tutto è iniziato qui.Non gli errori.Le conseguenze.Ophidia è il punto
in cui le scelte degli uomini
hanno smesso di essere giuste o sbagliate.E hanno iniziato
a lasciare segni.

Le maschere servono
a nascondere ciò che siamo.Alcune
servono a nascondere
ciò che abbiamo fatto.Al ballo di Altheyn
nessuno indosserà la propria.

Divinità e uomini, il rovescio della stessa medaglia

"Mi concederebbe questo ballo, milady...""prima che questa notte smetta di fingere di essere una festa?"Lord Parrot

Van Winkle

Lady Aldeim

Gen. BELVONT

LORD PARROT

Regina Thilien

lord netrus

sac.ssa shir

lord yeltuan
tra la volontà divina
e le scelte degli uomini
esiste qualcosa di incontrollabile.un eco invisibile.
una frattura del destino.gli studiosi chiamano questo fenomeno interferenza.
Noi la chiamiamo destino.il mondo la ricordera' come
lo spettro del fano.rhiannon nicks
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CAPITOLO 1LA NOTTE DELLE MASCHERE
PARTE I
La fila degli invitati si allungava lungo la riva del lago maggiore di Ghendar formando una lenta corrente di velluto, seta e maschere lucenti.
Rhiannon si affacciò per l’ennesima volta dalla lunga colonna di persone, impaziente di arrivare al varco.
«Oh ma dai! È infinita…»
Le lanterne sospese sull'acqua oscillavano appena, mosse dal vento della notte, e ogni increspatura del lago spezzava la loro luce in decine di riflessi tremolanti. Il brusio della folla si mescolava al suono lieve delle onde, creando un sottofondo continuo di conversazioni eleganti, risate controllate e parole sussurrate; in quel luogo, d'altronde, si era concentrata l'intera nobiltà delle Terre Civilizzate. Gran parte dei presenti teneva gli occhi rivolti al cielo: lassù, persa tra le stelle, si distingueva una sagoma impossibile.
All'inizio appariva soltanto come una macchia più chiara nel firmamento ma, a uno sguardo più attento, rivelava il profilo vibrante di una città intera, sospesa nel vuoto.Altheyn.
La città volante degli elfi.Vista da quella distanza sembrava quasi un miraggio, una visione sospesa tra sogno e realtà. Rhiannon rimase immobile a fissarla, gli occhi verdi illuminati dalla luce tremolante delle lanterne.
«È impossibile…» mormorò, quasi a se stessa. «Sembra uscita da una fiaba!»
Accanto a lei anche Kaylus cercò con gli occhi la stessa visione. Il nephilim la studiò con calma, lo sguardo color ambra privo di qualsiasi meraviglia. Rimase in silenzio per qualche istante, poi inclinò appena il capo.
«O da una bugia molto ben pagata.»
La fila avanzò lentamente di qualche passo, trascinando il gruppo verso il primo varco.
Di fronte a loro si ergeva un arco di pietra, consunto dal tempo. A mano a mano che si avvicinavano, emerse un dettaglio: il centro non era vuoto, ma racchiudeva un velo di luce lattiginosa sospeso nell'aria. A ogni passaggio quel bagliore si increspava appena, e un istante dopo la figura svaniva.
Basid stava osservando il biglietto che teneva tra le dita: la carta era sottile, decorata con rune quasi invisibili che mutavano forma quando venivano colpite dalla luce.
«Invito non nominativo…» mormorò pensieroso. «Molto generoso da parte loro.»
«Oppure molto stupido.»
La voce arrivò dall'alto.
Gwynn vibrava a mezz'aria sopra la folla, le ali traslucide producevano un ronzio sottile.
Dall'alto, la creatura fatata studiava la fila con scetticismo, gli occhi azzurri brillanti nel buio della notte.
Blue Turnip sputò distrattamente nell'acqua del lago e gettò la lunga treccia di capelli dietro le spalle.
«Se ci fanno entrare davvero,» borbottò, «vuol dire che questa festa è molto più pericolosa di quanto sembri.»
Inspirò profondamente, arricciando il naso.
«E questo proprio non mi piace.»
Rhiannon sospirò, roteando gli occhi.
«A te non piace mai niente.»Il primo varco si accese davanti a loro proprio in quel momento: il passaggio fu sorprendentemente semplice. Non ci fu alcun vortice di magia né una luce accecante. Per un istante sembrò soltanto che il mondo scivolasse di lato per lasciarli passare.
Il cambiamento fu immediato. L'aria era più fredda, più leggera. Quando Rhiannon alzò gli occhi, si rese conto che tutto attorno a lei era mutato: un attimo prima i piedi erano sulla riva del lago di Ghendar, l'attimo dopo su un molo di marmo bianco, sospeso nel vuoto sotto la città volante.
Davanti a loro, una rete di pontili illuminati si estendeva nell'aria immobile. Gondole decorate d'oro oscillavano lentamente sotto archi giganteschi, mentre scale monumentali salivano verso passerelle sospese, dirette all'isola fluttuante sopra le loro teste.
Rimasta qualche passo indietro rispetto agli altri, Thalaniel mantenne lo sguardo sollevato verso l'alto; non aveva ancora aperto bocca.
«Per gli spiriti della foresta…»
La sua voce si udì appena, tesa da una profonda meraviglia.
Davanti al loro stupore si innalzava Altheyn.
La città volante dominava il cielo, con le torri rilucenti di riflessi argentei e un'immensa cascata che, dal bordo orientale dell'isola, precipitava nel vuoto. L'acqua si riversava per centinaia di metri fino ai tre laghi terrazzati sottostanti, scuotendo l'aria con un rombo lontano e continuo.
Basid studiò la scena per qualche secondo, impassibile.
«Incredibile,» disse poi con calma. «Per quanto fisicamente improbabile.»Un uomo elegante li attendeva oltre la soglia del secondo varco. Indossava un abito nero perfettamente tagliato e una sottile maschera d'argento, che lasciava scoperto soltanto un sorriso impeccabile.
«Benvenuti ad Altheyn, illustri ospiti.» Accennò un lieve inchino. «Il Galà delle Terre Civilizzate vi attende. Se avrete il piacere di seguirmi, vi condurrò fino al palazzo della Dama Bianca.»
Le vie della città pulsavano di musica e risate mentre il gruppo avanzava dietro la propria guida, tra statue antiche, fontane di luce e giardini protesi oltre il bordo dell'isola.
Petali cangianti cadevano lentamente nel vuoto sotto la città, trascinati dal vento come neve dorata.
Alla fine del viale principale si ergeva il palazzo.
Bianco.
Immenso.
Perfetto.
E davanti al suo ingresso, il terzo varco.
Qui l'atmosfera cambiò radicalmente. Le guardie elfiche controllavano ogni invitato con un'attenzione più militare che cerimoniale: le armature riflettevano la luce delle torce con bagliori freddi, e nessuno dei soldati mostrava il minimo interesse per i sorrisi degli ospiti. Basid porse il biglietto; la guardia lo osservò appena prima di annuire.
«Invito valido.»
Poi indicò il tavolo accanto alla soglia: sotto lo sguardo vigile del presidio, vi era accumulata una pila ordinata di armi. «Vi verranno restituite alla fine della serata.»
Blue Turnip non si mosse. L'arco appoggiato sulla sua spalla appariva quasi come un'estensione del suo stesso corpo.
«No.»
La guardia lo fissò, impassibile.
«Mio Lord, è obbligatorio.»
Il ranger scrollò le spalle con calma ostinata. «Allora resterò qui.»
Little Turnip si strinse alla gonna ricamata di Rhiannon. Il travestimento maschile impostole dal padre non bastava a soffocare la sua eccitazione.
«Allora io scenderò con Rhiannon» dichiarò con decisione. «Mi proteggerà lei, padre.»
Per un istante il silenzio tra Blue Turnip, i soldati e la bambina si fece teso come una corda pronta a spezzarsi.
«Tranquillo Blue,» intervenne Kaylus con tono divertito.
«Alla piccola ci pensiamo noi. Tu resta pure qui coi tuoi nuovi amici.»
Il maître parlò la stessa grazia misurata di prima:
«Non c'è alcun problema. Il signore potrà attendere al varco.»
Si inchinò con perfetta riverenza.
Blue Turnip annuì, soddisfatto e stizzito allo stesso tempo.
«D'accordo. Ve la affido. Ho un brutto presentimento: se non altro, da qui potrò intervenire se le cose dovessero mettersi male. Voi tenete gli occhi aperti.»
Il resto del gruppo proseguì oltre l'ingresso.La musica del Galà risuonava nell'aria, complessa e raffinata. Nell'istante in cui le enormi porte dorate si spalancarono, si aprì davanti a loro una maestosa scalinata diretta alla sala principale del palazzo.
Il maître si fermò in cima ai gradini e si voltò con un sorriso impeccabile.
«Se desiderate indicarmi il nome dell'ospite che devo annunciare… non di tutti, ovviamente. Pronuncerò soltanto il nome del possessore del biglietto.»
Con un cenno della mano mostrò l'ambiente sotto di loro, dove si muoveva un oceano di maschere. «La sala è pronta ad accogliervi.»
Basid fece un passo avanti, stringendo il bastone tra le dita.
«Bene,» disse con calma.
«Allora annuncerete me.»
Quando avanzarono, come se qualcuno avesse dato un segnale invisibile, l'intero salone volse il viso all'insù.
Per un istante interminabile, centinaia di sguardi si concentrarono all'unanimità su di loro.
CAPITOLO 1LA NOTTE DELLE MASCHERE
PARTE II
«Questa è chiaramente una pessima idea.»Kerchak non alzò nemmeno gli occhi dal boccale che stringeva tra le dita. Se ne stava appollaiato su una delle travi che sorreggevano il soffitto della taverna galleggiante dove avevano passato la notte. La Culla del Lago dondolava piano sulle acque scure di Ghendar; lo scafo scricchiolava contro i pali d'ormeggio ogni volta che la corrente scuoteva il bacino. Una lanterna diffondeva una luce calda sulle pareti, mentre dalle finestre tonde entrava il riverbero tremolante dello specchio d'acqua.
Poco distante, Kermit era in piedi su una sedia.
«Io continuo a non capire perché la chiami una pessima idea.»
Saltò giù con un tonfo leggero e fece un mezzo giro su se stesso, aprendo le larghe mani palmate in un gesto teatrale, come se stesse già salutando una sala piena di nobili immaginari. «È una festa elfica!»
«Appunto!»
Il mezzo-primate mandò giù un sorso dal suo boccale, poi abbassò lo sguardo sulla fila di persone che intravedeva oltre i vetri della locanda. Dall'alto della trave, la sua lunga coda scura si mosse appena, con un guizzo nervoso.
«È una festa piena di nobili elfici.»
Kermit si fermò. «Appunto!»
Vicino alla finestra rotonda, Armstrhool osservava l'esterno con le braccia incrociate.
Spostò poi lo sguardo verso il cielo: molto più in alto, tra le stelle, si intravedeva la sagoma lontana di Altheyn.
L'omone si grattò lentamente la barba.
«Io continuo a dire che se una lepre spettrale ti consegna un invito a un galà reale… probabilmente c'è qualcosa che non va. Ma, dal momento che è una festa, e dove c'è una festa c'è anche della buona birra, a me sta bene.»
«Non era una lepre qualunque! Ci ha dato immensi poteri! E ci ha anche invitati alla festa!» ribatté il piccolo anfibio.
Kerchak lo fissò. «Questo non migliora la situazione.»
Trinity era seduto accanto al bancone, con la schiena contro il muro. La luce della lanterna scivolava sulle superfici metalliche del suo braccio sinistro. Fino a quel momento era rimasto in disparte, ma ora fece scattare lentamente le dita d'acciaio.
«Tecnicamente non ci ha invitati a una festa.»
Kermit si voltò verso di lui. «Come no?!»
L'imponente guerriero fece un piccolo gesto verso il tavolo. «Ci ha solamente fornito un biglietto.»
Sospirò. «E una parola.»
Kermit batté le mani.
«Ah, esatto. La parola magica. Come era?»
Strizzò gli occhi concentrandosi. «Ti! No aspettate… Pi! Nemmeno.»
Endy era rimasta vicino alla finestra per tutto il tempo. I riflessi del lago oscillavano sotto di lei, ma il suo sguardo era rimasto fisso verso la città volante sospesa nel cielo, intenta a metterne a fuoco i contorni con l'occhio cibernetico. Quando si voltò verso il gruppo, la sua voce fu piatta.
«Mi.»
La magia rispose immediatamente.Il cambiamento fu rapido e silenzioso: come se un'ombra si fosse piegata attorno ai loro corpi, il tessuto prese improvvisamente forma.
Armstrhool abbassò lo sguardo: la giacca scura ricamata d'oro che ora indossava cadeva perfettamente sulle sue spalle enormi.
«…Oh.»
Kerchak si voltò di scatto verso lo specchio incrinato sopra il bancone: l'abito nero era elegante, severo, e la maschera che gli copriva metà volto ricordava il profilo di un rapace.
«Sembro un assassino.»
Kermit scoppiò a ridere. «Sembri un assassino elegante, semmai!»
Armstrhool annuì con aria divertita. «È un miglioramento.»
Trinity si staccò dalla parete e osservò la propria tenuta con attenzione: il completo scuro era semplice, e un mantello leggero gli scivolava lungo la schiena. Le dita metalliche della mano sinistra passarono sul tessuto con un lieve ticchettio.
«Pratico» concluse.
Kermit era il più entusiasta. Il mantello che gli era apparso addosso ondeggiava a ogni movimento. Fece un giro su se stesso con un sorriso soddisfatto.
«Questo è fantastico!»
Kerchak sbuffò. «È solo una messinscena.» Fece una pausa, studiando il proprio riflesso.
«In effetti, è un'ottima messinscena.»
Anche Endy si mosse verso lo specchio per constatare il suo aspetto, priva di reale curiosità. Il vestito che Nodga, la lepre, aveva scelto per lei era di seta scura, semplice nelle linee, privo di ricami vistosi: un abito pensato per muoversi tra la folla senza attirare sguardi.
Sollevò una mano. Un filo di magia azzurra scivolò tra le dita; quando lo lasciò cadere sui capelli, il viola intenso svanì lentamente, dissolvendosi come inchiostro nell'acqua. Al suo posto apparve una chioma bionda.
Kermit inclinò il capo. «Inquietante», gli sfuggì.
Endy raccolse le ciocche appena schiarite e le legò dietro la nuca con un gesto rapido.
«Necessario.»Kerchak si avvicinò alla finestra e guardò la città volante.
«Quindi lo stiamo facendo davvero.»
Armstrhool infilò i guanti. «Certo che lo facciamo!»
Kermit sorrise. «È una festa!»
Il mezzo-primate lo guardò di traverso. «È una festa piena di persone che potrebbero volerci morti.»
«Pffff, dettagli! Non essere sempre così tragico, cerca di divertirti ogni tanto!»
Endy prese la maschera dal tavolo. La osservò per un momento, poi la sollevò davanti al volto.
«Andiamo.»Lasciarono la taverna poco dopo.
Il pontile di legno oscillava sotto i loro passi mentre si dirigevano verso il varco che brillava oltre la riva del lago.
Un passo attraverso l'arco fu sufficiente perché il mondo cambiasse.
Quando riemersero dall'altra parte, si trovarono sui moli di marmo bianco, appena sotto la città volante.
Kermit rimase immobile per qualche secondo, gli occhi spalancati. «Oh.»
Kerchak sollevò lo sguardo. «Capisco perché fanno le feste qui.»
Trinity non disse nulla: i suoi occhi stavano già studiando le guardie, le entrate, le distanze.
Quando raggiunsero il terzo varco, il maître li accolse con il solito inchino perfetto.
«Benvenuti ad Altheyn, illustri ospiti.»
Il suo sorriso era come sempre impeccabile. «Se desiderate indicarmi il nome dell'ospite che devo annunciare…»
Endy fece un passo avanti.
La maschera le copriva metà del viso, ma gli occhi rimasero freddi e immobili.
«Annuncerete me.»
Si fermò appena un istante, accennando una riverenza.
«Lady Andrea. Da Borgobianco.»
CAPITOLO 2SGUARDI INDISCRETI
PARTE I
La musica rallentò appena quando il maître sollevò la voce.
I violini smorzarono l'intensità delle note, come se l'orchestra stessa avesse intuito che l'attenzione della sala stava per spostarsi altrove. Le conversazioni abbassarono il tono, fino a diventare un brusio diffuso sotto la grande cupola del palazzo della Dama Bianca.
«Lord Basidium da Ophidia… e il suo seguito.»
Basid iniziò la discesa con calma assoluta. Il bastone toccava ogni gradino con un ritmo misurato, secco e regolare, per nulla impressionato dal mare di sguardi puntati su di lui.
Il brusio della sala si riaccese subito.
«Ophidia?»
«Fanwick.»
Un ventaglio si fermò a mezz'aria tra le dita di una nobildonna, mentre Rhiannon e Kaylus scendevano accanto al loro Lord. La barda avanzava con grazia naturale; il suo abito rosso e oro catturava non solo i riflessi dei lampadari, ma anche gli occhi di nobili e dame.
«Chi è quella?»
Kaylus la seguiva in silenzio, il portamento elegante ma controllato. Le sottili corna che emergevano tra i suoi capelli non passarono inosservate.
«Un mezzo-nephilim.»
«Audace.»
«Guarda gli occhi.»
Poco dietro di loro, Thalaniel cercava di mantenere il viso chino, mentre gli zoccoli caprini toccavano il marmo lucido della scalinata.
Gwynn camminava accanto a Rhiannon, le ali ripiegate dietro la schiena. Alzò gli occhi verso il soffitto, dove sculture alate decoravano gli archi del palazzo.
«Un palazzo pieno di ali…» borbottò piano. «E nessuno può volare.»
Little Turnip stringeva la mano della barda con le sue piccole dita blu, cercando di guardare tutto contemporaneamente.
Quando il gruppo terminò la discesa, il brusio del salone crebbe ulteriormente. Vennero accompagnati a un tavolo defilato rispetto alla pista da ballo, proprio a ridosso della gradinata.Il maître non attese che il silenzio tornasse completamente.
«Lady Andrea da Borgobianco… e il suo seguito.»
Endy apparve sulla sommità dei gradini con passo deciso. L'abito di seta scura assecondava ogni movimento, dando pieno risalto alla sua figura; per quanto fosse privo di ricami vistosi o di gioielli appariscenti, gli sguardi della sala si posarono immediatamente su di lei.
«Borgobianco?»
«Chi li avrà invitati?»»
I capelli biondi raccolti dietro la testa lasciavano scoperta la linea del collo. Solo a uno sguardo estremamente attento si sarebbero potute notare le sottili linee metalliche sotto la pelle.
Kermit si fermò un istante sulla sommità della scalinata e guardò il salone.
«Per gli spiriti del lago…questo posto è enorme!»
Kerchak gli passò accanto in silenzio; la sua lunga coda scura sfiorava il marmo durante la lenta discesa, attirando subito l'attenzione di un paio di nobili che si scambiarono una lunga occhiata.
Armstrhool seguiva il gruppo con passo pesante. I ricami dorati della sua giacca tesa evidenziavano la mole delle spalle, ma la sua attenzione era già altrove: i suoi occhi perlustravano il salone, finché non intercettarono i tavoli del buffet.
Il tavolo di Lady Andrea si trovava vicino alla pista da ballo, dove i lampadari riflettevano i loro bagliori sulla superficie lucida del pavimento. Il maître indicò il salone con un gesto elegante: «Tra pochi minuti farà il suo ingresso Sua Maestà la Regina Thilien. Sarà lei ad aprire ufficialmente il ballo. Successivamente verrà aperto il buffet nelle sale interne.»
Un leggero sorriso professionale gli attraversò il volto.
«E la serata culminerà con il tradizionale Ballo dei Tre Segreti.»
Si inchinò ancora una volta. «Godetevi la festa.»La musica riprese a riempire la sala sotto i lampadari di cristallo, ma molti degli sguardi continuarono a convergere verso i nuovi arrivati. Alcuni osservavano la dama in rosso. Altri il mezzo-nephilim.
I più stavano studiando l'elfa vestita di nero.
La serata era appena iniziata.
CAPITOLO 2SGUARDI INDISCRETI
PARTE II
L'orchestra continuò a suonare ancora per qualche minuto, ma la melodia era ormai un semplice sottofondo. I violini accennavano a un valzer elegante, mentre le conversazioni ai tavoli si spegnevano in sussurri sempre più fitti e guardinghi, come spesso accade nei luoghi dove il potere si muove sotto maschere di velluto. L'interesse della sala tornò verso la grande scalinata di marmo che dominava l'ingresso, quando il maître fece nuovamente la sua comparsa. Attese con pazienza che l'orchestra rallentasse naturalmente il tempo e che il brusio del salone si attenuasse da sé, poi sollevò la voce con chiarezza.
«Le autorità delle Terre Civilizzate.»
Fu come gettare una pietra in uno stagno immobile. Alcuni nobili si raddrizzarono sulle sedie, altri posarono lentamente i calici sul tavolo.
Il primo nome risuonò nella sala.
«Il Generale Belvont.»
Un uomo alto, con lo sguardo torvo nascosto sotto una maschera violacea, comparve sulla sommità della scalinata. L'uniforme cerimoniale blu notte era decorata con file precise di medaglie e cordoni dorati che riflettevano la luce dei lampadari.
Scese i gradini con la rigidità disciplinata di chi ha passato la vita sui campi di battaglia, piuttosto che tra gli sfarzi delle corti.
Un mormorio attraversò la sala.
«Belvont… il generale delle frontiere occidentali.»
«Non lo vedevo ad Altheyn da anni.»
«Se è qui, qualcosa si muove.»
Belvont attraversò il salone con passo deciso, diretto verso un tavolo vicino alla pista da ballo dove alcuni ufficiali si alzarono per accoglierlo con brevi inchini.Il maître parlò di nuovo, la voce ferma.
«Il Conte Zoran Van Winkle… e la Contessa Seras Van Winkle da Ophidia.»
Questa volta il brusio del salone si fece più accorto. Il nobiluomo apparve sulla scalinata con un sorriso composto, un portamento che mostrava tutta l'eleganza naturale di chi si muove da sempre a proprio agio tra velluti e cristalli. Ma gli occhi di molti, nella sala, si posarono subito sulla figura accanto a lui.
La contessa scendeva con passo perfetto, il volto sereno e immobile dietro la maschera. Il suo nome non aveva bisogno di spiegazioni. La coppia attraversò il salone tra piccoli inchini e saluti misurati, andando a sedersi a breve distanza dal tavolo del generale Belvont.Il maître proseguì.
«Lord Andar Yeltuan.»
Questa volta il brusio della sala non si accese: divenne tagliente. L'uomo che apparve sulla scalinata scese con andatura misurata, i capelli bianchi corti sulle tempie e l'aria rassegnata di chi avrebbe voluto essere ovunque, tranne che lì. Un tempo il suo nome avrebbe attirato inchini e sorrisi. Ora, tra i tavoli, i sussurri avevano un tono diverso.
«Credevo fosse sparito.»
«Caduto in disgrazia.»
Endy non stava guardando la scalinata, ma al risuonare di quell'ultimo nome venne percorsa da un brivido.
Lo sguardo dell'elfa si sollevò lentamente, accendendosi.
Sul tavolo, la sua mano destra — quella ancora in carne ed ossa — iniziò a muoversi quasi senza che se ne accorgesse, tamburellando nervosamente sul legno lucidato.
Trinity abbassò gli occhi verso quel gesto, ma non disse nulla.
Lord Yeltuan raggiunse il fondo della scalinata senza salutare nessuno: attraversò il salone con il portamento freddo di chi era stato abituato per anni a camminare al centro del potere; eppure, questa volta, erano rimasti in pochi a scostarsi per lasciargli strada.
Endy smise di ticchettare solo quando l'uomo scomparve tra i tavoli.
Vicino a una delle colonne di marmo, un uomo dagli abiti sgargianti, adorno di piume di uccelli tropicali, aveva osservato l'intera scena con attenzione. I suoi occhi si posarono sul tavolo di Lady Andrea, incrociando quelli di Endy.
Ma fu solo un istante.«In piedi, mie Signore e Signori. Sua Maestà… la regina Thilien.»
L'annuncio costrinse l'intero salone a volgere gli occhi verso la cima della gradinata.
Il silenzio, questa volta, fu immediato.
La figura della regina apparve sulla sommità della scalinata, mentre l'orchestra intonava una musica solenne dai balconcini. Il vestito argenteo brillava della luminosità della sala, come acqua sotto la luna, secondo solo al chiarore dei lunghi capelli.Tutti si alzarono in piedi all'istante.
Rhiannon si accorse di trattenere il respiro.
«È…»
Little Turnip completò la frase piano.
«Stupenda.»
Perfino Thalaniel, che fino a poco prima aveva cercato di nascondersi dietro la propria timidezza, rimase immobile, con gli occhi che non riuscivano a staccarsi dalla scalinata.
Quando la regina raggiunse il fondo della scalinata, una schiera di servitori si mosse tra gli ospiti per distribuire i calici del brindisi.La sua voce attraversò l'aria del palazzo con assoluta limpidezza.
«Benvenuti, ospiti della Dama Bianca. È in sua vece che vi accolgo con gioia, stasera.»
Gli occhi color ghiaccio scivolarono lentamente tra i tavoli.
«Questa notte celebriamo ciò che mantiene il mondo in equilibrio.»
Fece una breve pausa.
«Le alleanze. I segreti custoditi. E le promesse.»
Molti nella sala ascoltavano senza muoversi.
«Domani notte il consiglio sancirà l'alleanza con il continente di Fanwick. Questo dovrebbe garantire il futuro di entrambe le nazioni.»
Un mormorio attraversò i tavoli.
«Ma stanotte…»
La regina sollevò appena il calice.
«…Ricordiamo perché vale la pena proteggere quel futuro.»
Un gesto silenzioso, e le coppe di tutti i presenti risposero al richiamo, mentre gli occhi della sovrana scintillavano sotto la maschera.
«Che le maschere nascondano ciò che deve restare celato.
Che la verità trovi chi è pronto a portarne il peso...»
Un ultimo sorriso sottile.
«...E che il ballo abbia finalmente inizio.»
I calici si sollevarono in tutta la sala. Il tintinnio del vetro riempì il salone mentre centinaia di invitati bevevano all'unisono.Tutti bevvero.
Tranne la regina.E mentre i violini ricominciavano a suonare tra le vetrate istoriate del palazzo, nessuno tra gli invitati poteva ancora immaginare che quel brindisi avrebbe legato ogni partecipante al gioco più pericoloso della serata.Il Ballo dei Tre Segreti.
CAPITOLO 3IL VOTO NECESSARIO
PARTE I
La musica del galà scorreva come un fiume tranquillo sotto le volte dorate del palazzo della Dama Bianca. Violini e arpe si rincorrevano nell'aria mentre i nobili delle Terre Civilizzate conversavano tra un brindisi e un inchino.
Tutti avevano preso posto ai propri tavoli e la serata sembrava scivolare verso la sua naturale armonia fatta di danze, conversazioni e sorrisi di circostanza.
Ma non tutti i tavoli condividevano la stessa serenità.Accanto a quello di Lord Basidium, i toni di un colloquio si fecero improvvisamente più tesi.
Lord Andar Yeltuan si trovava faccia a faccia con un uomo alto e massiccio, un cinquantenne dal sorriso viscido stampato su un volto segnato dal tempo.
Lord Netrus Biancamano.
Netrus sollevò lentamente il calice di vino rosso.
«È curioso… quanto una città possa sembrare eterna… finché non inizia a mostrare crepe invisibili.»
Yeltuan lo fissò attraverso la maschera.
«Altheyn è sopravvissuta a guerre, scismi e… uomini ambiziosi, Netrus. Non cadrà certo per l'ultima di queste cose.»
Netrus sorrise appena.
«Gli uomini ambiziosi costruiscono il futuro, caro Andar. Sono i nostalgici che lo rallentano.»
Poi si sporse leggermente verso di lui, gli occhi ridotti a due fessure.
«Ho bisogno del tuo voto domani», sussurrò.
Yeltuan rimase immobile.
«Dipende da cosa chiami futuro.»Una presenza si accostò lentamente ai due, sorseggiando un calice di vino con eleganza studiata.
Era una donna. La maschera grigia le copriva il volto, ma non riusciva a nascondere la sicurezza del suo portamento, né le linee sensuali della sua figura.
Netrus si voltò verso di lei.
«Lady Biancamano mia... figlia adottiva. Ha una visione molto pragmatica su questi argomenti.»
Si voltò verso Yeltuan.
«Che ne pensi, mia cara?»
La donna inclinò appena il capo.«Lord Yeltuan… il potere non appartiene mai a chi lo merita.» Fece un piccolo sorso dal calice. «Appartiene a chi sopravvive abbastanza a lungo da usarlo.»
Yeltuan la studiò con attenzione: «E lei sopravvive bene… Lady Aldeim?»
Il bicchiere della donna si fermò a mezz'aria.
«Non osi pronunciare quel nome!» Ringhiò, per poi abbassare subito la voce: «Forse è il caso di spostarci. Non vorrei dare spettacolo.»Kerchak e Kermit avevano seguito l'intero scambio. Non appena i tre nobili si mossero verso i salottini laterali, la coppia si scambiò uno sguardo.
Scivolarono dietro le pesanti tende di velluto, dove la musica della sala principale arrivava ormai ovattata. Nascosti tra i drappeggi, tesero l'orecchio, ma fu allora che notarono una terza figura appostata dall'altro lato della stanza, intenta a spiare i Lord con la loro stessa curiosità.
Basid.
Il mago aveva già incrociato il nome di Netrus qualche settimana prima a Fiorbrick, durante l'irruzione nella casa del criminale Bilos. Gli era bastato per capire quanto quell'uomo avesse le mani immerse in affari molto più oscuri di quanto la nobiltà volesse ammettere. Prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto fermarlo.Netrus si fermò davanti al camino acceso.
Lady Aldeim fece accomodare Andar su uno dei divanetti e versò del vino nei calici.
Poi riprese la conversazione.
«Lord Yeltuan… ho potuto notare che ha ancora informatori molto abili al suo servizio.»
Fece ruotare il calice tra le dita.
«E ho anche imparato a riconoscere quando qualcosa che credevi perduto… decide di tornare.»
Guardò nel cristallo: la superficie rifletteva la stanza e, in quell'immagine, comparvero due sagome dietro le tende. Una aveva le fattezze di un'ombra scimmiesca, l'altra di un anfibio ritto su due zampe. Aldeim alzò appena gli occhi e incontrò per un istante lo sguardo di Basid. Non disse nulla. Si limitò a sorridere, poi continuò: «Alcune linee di sangue… hanno la pessima abitudine di sopravvivere alle cadute.»
Netrus aggrottò le sopracciglia: «Dipende dalla caduta, mia cara. Le dinastie finiscono… sempre, prima o poi.»
Il suo sorriso si fece più tagliente.
Yeltuan scosse la testa. Un'ombra di nervosismo si tese sul volto del vecchio consigliere.
«Ma che significa? Di che state parl—»
«Quasi sempre!» lo interruppe Aldeim con un sorriso enigmatico.Per un istante Netrus la fissò, infastidito. Né lui né Yeltuan erano certi a cosa Aldeim si stesse riferendo, ed entrambi si trovavano sotto il giogo della dama vestita di grigio.
Spazientito, Biancamano si volse di nuovo verso Yeltuan.
«Domani il consiglio ha bisogno di certezze, non di fantasmi che aleggiano nell'aria.»
Gli posò una mano sulla spalla.
«Avrò il tuo voto. In un modo o nell'altro.»
Lady Aldeim si alzò e sorrise accennando un inchino.
«Gli spettri… spesso sono solo persone che qualcuno ha deciso di dimenticare.»
Finì il vino, poi si avviò verso la sala principale insieme a Netrus.
«Pensaci bene, vecchio amico» disse l'uomo prima di uscire, velando a malapena la minaccia.
«Pensaci molto bene.»Yeltuan rimase solo nel salottino. Il calice tra le dita tremava appena.CRASH!
Il cristallo si infranse tra le fiamme del camino, accompagnato da un'imprecazione rabbiosa. Nella foga, qualcosa gli scivolò fuori dalla tasca della giacca: una lettera. Il foglio planò lentamente, finendo proprio ai piedi di Basid, che stava avanzando nell'ombra verso il vecchio elfo. Il mago la raccolse in silenzio e gliela porse.Nel frattempo, Kerchak e Kermit erano scivolati nuovamente nel salone principale, raggiungendo il tavolo di Endy.
«Ho consegnato la lettera, come mi avevi chiesto», sussurrò il mezzo-primate, accostandosi all'elfa. «Non si è accorto di nulla.»
Al suo fianco, l'anfibio si accarezzava la gola che si gonfiava a ogni respiro, concentrato nello sforzo di unire i tasselli di quel mistero.Nel salottino restarono soltanto Yeltuan e Basid; il vecchio elfo aprì lentamente la lettera.
La grafia era inconfondibile.
Le sue mani ebbero un fremito improvviso.
Padre,
il tempo che ci ha separati deve averti fatto immaginare il peggio. Non so cosa ti abbiano raccontato, ma il mio non è stato un silenzio scelto, né voluto; bensì è una condizione imposta dai luoghi in cui mi sono ritrovata a camminare.
Alcuni volti sono per te familiari, ma non fidarti della memoria: ciò che un tempo era semplice apparenza ora cela intenzioni che non devono essere scrutate.
Ci sono sorrisi che nascondono lame, e ombre che non devono essere affrontate da chi non ha scelto di camminare tra di esse. Non sfidarle.
Sto cercando di riportare equilibrio dove da troppo tempo regna il disordine, anche se ogni passo richiede cautela e ogni scelta pesa più della precedente.
Non posso chiederti di comprendere, ma posso chiederti di fidarti. Abbi cura di te, padre. Non lasciare che l'affetto che ci lega ti spinga verso passi avventati.
È un cammino che ho già iniziato, e che devo continuare da sola.
Con la speranza di rivederti un giorno.
E.Y.P.S. Brucia questa lettera.
Quando arrivò alla firma il suo respiro si spezzò e una lacrima gli scivolò lungo la guancia.
Poi, dopo un ultimo sguardo al foglio, avvicinò lentamente la lettera alle fiamme.
La carta si arricciò nel fuoco. Le parole svanirono una dopo l'altra.
Basid rimase in silenzio: solo il crepitare del camino riempiva la stanza.
Si fece avanti.
«Lord Yeltuan…»
Basid fece un passo mentre il consigliere osservava le ultime ceneri.
«Non trova che le fiamme siano bellissime?»
Yeltuan si voltò verso di lui.
«Il danzare del fuoco è quasi ipnotico… non crede?»
Basid indicò il camino.
«A volte penso di preferire questa città ridotta in cenere, piuttosto che vederla nelle mani di quel parassita. Non conviene con me?»Yeltuan lo studiò con attenzione prima di parlare.
«Chi è lei?»
La voce di Lord Yeltuan era fredda, solitaria.
«E cosa vuole da me?»
CAPITOLO 3IL VOTO NECESSARIO
PARTE II
Yeltuan fece un passo verso Basid.
«È da prima che cerca di catturare il mio sguardo.»
Il suo tono era severo e provato.
«Ma non ho tempo per parlare con sconosciuti di cui non riesco a distinguere dove finisce l'uomo e inizia la maschera.»Basid rimase in silenzio per un istante.
Il vecchio non aveva tutti i torti, del resto, il suo volto era un connubio di escrescenze fungine e pistilli rosso cremisi; ben poco dei suoi lineamenti era riconducibile a un essere umano.
Poi parlò.
«Il nome che mi è stato dato è Basid… per quel che vale.»
Si avvicinò al fuoco.
«Non conosco abbastanza questa città da desiderarne la distruzione.»
Fece una pausa.
«Ma conosco un criminale. Tale Bilos...»
Gli occhi di Yeltuan si strinsero.
«È, o sarebbe meglio dire era, il compare in affari di Netrus», continuò Basid, impugnando l'attizzatoio di ferro. «Abbiamo le prove. E un testimone. Potremmo distruggerlo.»
Basid piantò gli occhi in quelli del consigliere elfico. «Ci manca solo qualcuno abbastanza influente da essere ascoltato.»
Yeltuan spalancò i propri.
«Bilos… Bilos Shortfeet.»
Un sorriso amaro gli attraversò il volto provato. «Ma chi siete voi? Sono anni che cerco di far comprendere al consiglio le malefatte di Netrus.»
Scosse lentamente il capo, chinando il viso. La voce gli tremò appena: «Ma non c'è nulla su di lui.»
Sospirò.
«Oltretutto, ormai sono soltanto un vecchio che ha consegnato la propria figlia a un essere ripugnante.» Fece una pausa. «Non ho più l'influenza di un tempo.»
Poi tornò a fissare Basid.
«Chi darebbe mai credito a un padre che ha mandato a morire la sua unica figlia?… anche se…»
Silenzio.
«Lasciate stare», disse infine, «finirete appesi a una forca.»Basid lo fissò per qualche secondo. Aveva notato un barlume accendersi negli occhi spenti di quel padre che aveva sofferto fin troppo per le proprie scelte.
Poi parlò.
«Mi stia solo a sentire, consigliere Yeltuan. Prenderà la sua decisione dopo aver ascoltato quello che sto per raccontarle.»
Porse una sedia al vecchio elfo e si accomodarono entrambi di fronte al focolare, fissando le fiamme.
Le parole di Basid presero forma tra le ceneri.
«Qualche giorno fa eravamo a Fiorbrick…»
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Fiorbrick.Una città scolpita nella montagna.Ponti di ferro sospesi tra le guglie di pietra, ciminiere che sputavano fumo nero nel cielo e il ruggito costante di forge che non dormivano mai. Solcata da navi volanti alimentate da un gas prodigioso: lo Shel'Ok
Durante la loro ricerca dei Totem dei Draghi, erano incappati in una richiesta. Un giovane gnomo della famiglia Bjiork, in lacrime, aveva pregato Turnip di aiutarlo: avrebbero dovuto recuperare i progetti rubati per un'immensa nave volante inventata da suo nonno. L'imminente nomina a Primo Ingegnere della città sarebbe dipesa da quei fogli, e l'uomo che li aveva sottratti non meritava affatto quel titolo. Accettarono senza pensarci due volte.La dimora di Bilos era una torre stretta e cupa affacciata sui canali di vapore. Quella notte pioveva e la piccola nave volante del giovane gnomo li stava accompagnando sopra le nubi, fin sopra il terrazzo della struttura. Turnip fu il primo a scivolare dal tetto. Subito dopo Thalaniel. Poi Kaylus e Gwynn. Basid li seguì per ultimo, nel silenzio della pioggia.
Davanti alla porta principale, intanto, Rhiannon bussava con assoluta disinvoltura. La scusa di un'intervista al futuro Primo Ingegnere serviva a tenerlo inchiodato lì, mentre il resto del gruppo metteva a soqquadro le stanze.All'interno trovarono dei documenti nascosti dietro una finta parete: contratti, conti, accordi. E un nome.
Netrus Biancamano.
Quando Bilos capì di essere stato scoperto tentò di fuggire verso i suoi alloggi, ma Rhiannon lo stava già aspettando. Il corpo privo di sensi dello gnomo fu legato e fissato a un letto, mentre Basid prese le sue sembianze.
Perlustrando l'ambiente, il mago notò uno specchio magico che si accese improvvisamente sulla scrivania. Dall'altra parte comparve il riflesso di Netrus: il nobile parlò convinto di avere davanti il proprio uomo. E rivelò decisamente troppo.
Quando lo specchio si spense, il destino di Bilos era ormai segnato. La questione fu portata davanti agli Anziani di Fiorbrick: l'ingegnere corrotto fu smascherato e arrestato. Le accuse: furto di progetti originali ai danni dei Bjiork, contatti illegali con l'associazione nota come Spettro del Fano e affari illeciti alle spalle della città.Tra i documenti ritrovati, Rhiannon e gli altri scovarono qualcosa di unico: un biglietto non nominativo per il Galà di Altheyn.
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Il ricordo svanì tra le fiamme del camino.
Basid tornò a guardare Yeltuan.
«Ed è così che siamo arrivati qui.»
Yeltuan rimase immobile. Poi poggiò una mano sul camino.
«Se le prove che avete sono reali… potrei presentarle al Consiglio domani.»
Fece una pausa.
«Ma se Netrus riuscisse a smentirle… io finirei nella torre per il resto dei miei giorni.»
Un silenzio lunghissimo calò nella stanza, prima che il suo sguardo mutasse di colpo.
«Ma non ho più niente da perdere.» Inspirò lentamente.
«Lo farò. Lo farò per mia figlia.» Una pausa. «Evelyn.»
Gli occhi di Yeltuan si accesero.
«Ascolta, Lord Basid, trovala, dille che ho letto la sua lettera e che ha tutto il mio appoggio, che ho pensato a lei dal giorno in cui è scomparsa e che…»
Si fermò, porgendo un piccolo ritratto. «Ecco, questa è lei…»
«Lo farò, Lord Yeltuan. Abbiamo un accordo.» Basid non lo fece finire. Si alzò, troncando le parole dell'elfo con un cenno fermo, e prese l'immagine tra le dita.Mentre Yeltuan e Basid facevano ritorno alla festa, la musica riprese a scorrere tra le volte del palazzo.
Dall'altra parte del salone, Endy rimase immobile.
Lady Andrea da Borgobianco, osservava la figura del padre attraversare la stanza. Il passo era più lento di come lo ricordava. Le spalle più curve. Gli anni avevano lasciato il loro segno.
Il nervosismo di prima tornò a sgorgare: un'emozione che credeva dimenticata dopo la trasformazione in mezzo-cyborg. La mano destra ricominciò a battere sul tavolo: un gesto involontario, qualcosa che solo chi la conosceva a fondo avrebbe giudicato insolito. Ma nessuno vi prestò attenzione, a eccezione di Trinity, che di nuovo la guardò di sfuggita senza aprire bocca.Endy abbassò lo sguardo. Poi lo rialzò un'ultima volta verso l'uomo che si stava sedendo di nuovo al suo tavolo.
Suo padre.
A pochi passi da lei.
Così vicino, eppure più lontano di quanto fosse mai stato.
Strinse lentamente il calice tra le dita.
«Non ancora…» sussurrò tra sé.E mentre il ballo delle Terre Civilizzate continuava come se nulla potesse turbarlo, una figlia osservava suo padre, senza potergli dire di essere lì.
CAPITOLO 4BALLI CONCESSI
PARTE I
I violini rallentarono, le arpe si fecero più profonde e una sensazione di attesa crescente permeò l’ambiente. L'intera sala sembrò trattenere il respiro per un istante, come se il palazzo stesso fosse consapevole che qualcosa stava per iniziare.Era il momento del ballo.Rhiannon vide che intorno a lei, uno dopo l'altro, i posti iniziarono a svuotarsi. Le sedie si spostavano con discrezione sul marmo lucido, gli invitati si alzavano con eleganza studiata, lasciando dietro di sé il profumo di spezie e vini pregiati.Gwynn rimase seduto, le ali azzurre ripiegate con cura dietro la schiena, lo sguardo attento che si muoveva da un ospite all'altro. Accanto a lui, Little Turnip oscillava le gambe sotto la sedia, gli occhi grandi e luminosi mentre cercava di seguire ogni movimento della sala.
«Stanno iniziando davvero…» sussurrò la bambina, quasi timorosa di rompere l'incantesimo.
Gwynn inclinò appena il capo, senza distogliere lo sguardo.
«E noi siamo nel posto perfetto per capire chi sta recitando… e chi no.»Kaylus si alzò con naturalezza. La luce della sala scivolò lungo il profilo delle sue corna sottili, disegnandone i contorni come se fossero parte di una scultura antica.
Per un momento osservò la sala con attenzione fredda, studiandone gli sguardi, i movimenti, le coppie che andavano formandosi.
Poi si voltò verso Rhiannon.
«Balliamo.»
Non c'era esitazione nella sua voce. Non era una richiesta, e nemmeno un invito gentile. Era una scelta già fatta. Rhiannon lo fissò per un istante, sorpresa da quella sicurezza improvvisa. Poi, lasciando scivolare via ogni dubbio, gli sorrise e si alzò.Quando entrarono nella pista, nessuno si accorse subito di loro; dopotutto, erano solo un'altra coppia tra le molte, confusi in una combinazione di seta e movimento. Ma bastarono pochi istanti perché la musica li trovasse.
Il primo passo fu preciso, il secondo naturale, ma già al terzo qualcosa cambiò. Kaylus guidava senza imporsi e Rhiannon lo seguiva, rifiutando di lasciarsi condurre davvero. Ogni movimento diventava una risposta e ogni figura una sfida sottile, con piroette ampie, cambi di direzione improvvisi e mani che si sfioravano in un dialogo tra fratelli che, ben presto, catturò l'attenzione della sala.
Le conversazioni si abbassarono, una dopo l'altra, come onde che si ritirano. Alcuni nobili rallentavano i passi, altri si fermavano del tutto.
Gli occhi dell'intera sala cominciarono a convergere su di loro.
Tra quegli sguardi, uno rimase immobile, fisso sulle movenze della giovane musicista.Era quello di Lord Parrot.
Intorno a lui gli invitati si sporgevano eccitati, ma il Lord occupava il proprio spazio con un'immobilità arrogante, la schiena appoggiata a una colonna, come se l'intera festa fosse stata orchestrata solo per il suo intrattenimento. La maschera a becco dorato rifletteva la luce in bagliori caldi mentre le piume di pavone dell'abito catturavano ogni movimento della sala. Da sotto un cappello a falda larga, i capelli ricci e corti cadevano ordinati sulle tempie, e il pizzetto perfettamente curato incorniciava un sorriso appena accennato. Non si limitava a guardare: stava valutando ogni passo, ogni esitazione, ogni scelta di Rhiannon, stringendo il calice con la sicurezza di chi sa che, sotto quel soffitto, nessuna mossa avviene per caso.Poco distante, un'altra presenza si focalizzò su Kaylus. Uno sguardo regale, solenne, quasi austero si posò sul nephilim con un'intensità che lo investì, facendolo sentire totalmente esposto. Il ragazzo avvertì quel peso addosso, come se in quel momento non esistesse nessun altro nel salone, se non lui e quella figura dal viso semicoperto da un grande cappello nero. Un'ombra interrotta solo dal bagliore di due occhi verdi.Quando la musica cessò, un mormorio crescente attraversò la sala. Rhiannon inspirò a fondo, cercando di riprendere fiato, mentre Kaylus rimase immobile. La sua attenzione si era ormai staccata dalla sorella, scivolando tra la folla alla ricerca di qualcos'altro.
O qualcuno.
Le richieste arrivarono subito. Numerose nobildonne si avvicinarono al fascinoso guerriero con sorrisi misurati e inchini eleganti, ma lui non rispose: in quel momento, la dama dagli occhi verdi che fino a qualche minuto prima sedeva immobile accanto alla Regina Thilien si stava avvicinando. Aveva già scelto.Fu allora che un uomo si presentò al cospetto di Rhiannon.«Mi perdoni, milady.»
La voce era morbida, controllata, perfettamente calibrata. Si tolse il cappello con un gesto fluido, affidandolo a un cameriere senza neppure guardarlo. L'inchino che seguì fu impeccabile, studiato in ogni dettaglio.
«Lei è una delle poche persone qui dentro che guarda la sala… invece di voler essere guardata da essa.»
Un sorriso.
«E questo la rende… pericolosa.»Fece una breve pausa, inclinando leggermente il capo.
«Nel senso migliore del termine, s’intende.»Le porse la mano.«Mi permetta di presentarmi: Lord Parrot, conte di Ophidia, per servirla.»
Le sue pupille, fisse oltre le fessure della maschera dorata, non la lasciavano un istante.«Mi concederebbe l'onore di un ballo… prima che questa notte smetta di fingere di essere una festa?»Rhiannon esitò appena. «Un conte…?»
Ma accettò.La musica si fece più lenta questa volta, più intima. Il contatto tra loro fu immediato, naturale, e Parrot prese il controllo della danza con una sicurezza assoluta. Non c'era rigidità nei suoi movimenti, né ostentazione: solo precisione.
Rhiannon lo seguì, tenendo il passo.
I loro corpi si avvicinarono gradualmente, in un perfetto accordo reciproco. Ogni passo si scioglieva nel successivo, con una fluidità e un'intesa che attirarono nuovamente l'attenzione di tutti.
«Posso chiederle il suo nome, milady?» domandò il conte.
«R-Rhiannon… Rhiannon Nicks.»
«Lady Rhiannon…» ripeté lui, come se ne stesse assaggiando il suono.
«Devo dire che sono colpito. Altheyn non riusciva più a stupirmi da anni… e invece questa sera mi ha sorpreso.»
Lei sorrise, imbarazzata ma sincera.
«E voi, Lord Parrot… perché tra tutte le dame qui presenti avete scelto me?»
Lui non esitò.
«Perché queste feste sono guerre.»
La fece ruotare lentamente.
«Solo più educate.»
Il suo sguardo si fece più intenso.
«È qui che si decide il futuro del mondo. E vedere qualcuno… pericoloso come lei… attira inevitabilmente la mia attenzione.»
Danzarono ancora, più vicini, parlarono a lungo, finché qualcosa cambiò.
Gli occhi di Parrot si spostarono oltre le spalle di Rhiannon con una certa urgenza. Il sorriso rimase, ma si fece più sottile. Rallentò il ritmo, fino a lasciare andare la presa.«È stato un piacere, Lady Rhiannon.»
La guardò intensamente.
«Qui molti mentono… ma tutti scelgono quale verità mostrare.»
Scrutò nuovamente oltre la ragazza.
«Lei è troppo onesta, lo si legge nei suoi occhi.»Una pausa.«Se dovesse succedere qualcosa di sgradevole… non resti qui.»
Un ultimo sguardo lontano.«A presto, Lady Rhiannon Nicks.»
Poi, con una riverenza, si allontanò tra la folla con una fretta che tradiva tutta la sua apparente compostezza.Intanto dall'altra parte della sala, un'energia completamente diversa stava prendendo forma.
CAPITOLO 4BALLI CONCESSI
PARTE II
L'equilibrio elegante del ballo venne incrinato da qualcosa di molto meno… raffinato.Armstrhool avanzava tra i nobili con la discrezione di una valanga. Con un vassoio di tartine al caviale incastrato sotto il braccio, si muoveva seguendo regole tutte sue: urtava sedie, tavoli e costringeva più di un invitato a un passo indietro fulmineo per evitare il disastro di una pioggia di caviale sui tessuti preziosi dei loro abiti.Dall'alto della sua stazza — imponente in altezza e ancor di più in larghezza — il gigante riusciva a dominare con lo sguardo qualsiasi angolo della sala da ballo senza difficoltà.Quando arrivò al tavolo, non rallentò nemmeno.
«EHY BELLEZZA!»
La voce rimbombò sotto la cupola del salone, attirando più sguardi di quanti ne avrebbe mai voluti Thalaniel.
«QUEGLI ZOCCOLI TI STANNO UNA FAVOLA!»
Armstrhool si pulì sbrigativamente la mano sul panciotto, lasciandoci sopra briciole e residui di qualche pietanza appena divorata. Poi, la tese verso di lei con una sicurezza disarmante.
«VOGLIAMO FARLI TAMBUREGGIARE UN PO' IN PISTA?»
L'entusiasmo del gigante era soverchiante e non lasciava spazio a repliche.Thalaniel abbassò istintivamente le orecchie, le dita che si serravano sul bordo della sedia mentre cercava, invano, di ridurre la propria presenza nel mondo.
Lo sguardo della mezza Faun-Bolg corse per un attimo verso Gwynn, poi verso Little Turnip, come in cerca di un appiglio. Chiaramente, nemmeno una divinità scesa in terra avrebbe potuto salvarla da quella situazione. Armstrhool era già troppo vicino e la ragazza ebbe la certezza che un suo 'no' non avrebbe fatto altro che dare inizio a un’opera di convincimento ancora più confusionaria.
Oltretutto, sia Gwynn che Little Turnip erano fin troppo entusiasti della scena: alzarono entrambi i pollici ben in vista per dare il loro consenso, trattenendo a stento una gigantesca risata.Senza nemmeno rendersene conto, si ritrovò trascinata in pista.All'inizio fu un disastro annunciato. I passi del gigante erano troppo ampi, troppo pesanti, completamente fuori tempo rispetto alla musica. Thalaniel cercò di adattarsi, ma per alcuni secondi sembrò più una lotta per la sopravvivenza che una danza.
Poi, lentamente, qualcosa si allineò. Armstrhool rallentò appena; non abbastanza da diventare elegante, ma quanto bastava per non travolgerla. La mezza fauna trovò il ritmo, lasciando che i movimenti seguissero l'istinto più che la tecnica. Contro ogni aspettativa… funzionò.
Non era una danza perfetta. Ma era viva.Il gigante la guardava con un sorriso largo, genuino, quasi commosso nella sua semplicità.
Entrambi si presentarono.
«Armstrhool Strongjol… È IL MIO NOME!» urlò l'omone.
«Thalaniel… Thalaniel Winterbreath…»
«AAAAAH, THALANIEL! CHE BEL NOME!»
Poi mormorò tra sé, senza nemmeno accorgersi di aver parlato ad alta voce.
«Questa volta… questa volta è quella giusta.»
Thalaniel arrossì fino alla punta delle orecchie, combattuta tra l'imbarazzo e un divertimento che non riusciva più a nascondere del tutto.Poi arrivò il profumo. Caldo. Intenso. Irrinunciabile.
Pollo arrosto.Armstrhool si bloccò a metà passo: inspirò profondamente, con gli occhi spalancati come quelli di un predatore che aveva appena individuato una preda.
Per un istante, il mondo intero — compresa la mezza fauna tra le sue braccia — smise di esistere.
«Buffet.»
Fu una sentenza.Il tavolo del buffet venne assalito con la stessa grazia con cui era stata invasa la pista. Le mani del gigante si mossero ovunque, senza distinzione tra piatti, posate e decorazioni. I nobili accanto a lui si irrigidirono visibilmente, poi iniziarono ad allontanarsi uno dopo l'altro, lasciando uno spazio vuoto che si allargava attorno alla sua figura mastodontica.
Armstrhool afferrò un cosciotto.
Lo osservò.
Lo rigirò tra le dita e corrugò la fronte.
Decisamente troppo piccolo.
Lo posò con un'espressione quasi delusa, poi artigliò direttamente l'intero pollo arrosto e ne strappò un morso con soddisfazione evidente.
«Thalaniel, tieni!» disse, porgendole il resto della carcassa senza nemmeno guardare. «Assaggia il petto! È delizioso!»
La Faun-Bolg esitò, lo sguardo diviso tra il gigante e la fuga.Non ebbe il tempo di scegliere.«Credo che tu abbia già dato abbastanza spettacolo per una sola sera.»
La voce arrivò alle sue spalle come una lama sottile avvolta nel velluto.
Thalaniel si voltò.La donna che le stava davanti sembrava appartenere a un altro livello della serata: capelli argentei raccolti con cura, labbra di un rosso profondo, occhi attenti che osservavano senza mai esporsi davvero. L'abito le cadeva addosso alla perfezione, e ogni movimento era misurato con una precisione quasi innaturale.
Si inchinò appena quanto bastava.«Vieni con me, giovane fauna.»
Un sorriso sottile le increspò le labbra.
«Ti aiuterò a fuggire da questa… situazione.»
Thalaniel non si fece domande e seguì quella figura con un sollievo quasi immediato, lasciandosi alle spalle il baccano, il cibo e l'energia ingestibile di Armstrhool.Il gigante si rese conto solo allora che la sua dama era scomparsa, ma avrebbe potuto porre rimedio in seguito; dopotutto, c'erano delle priorità da gestire.
Si girò verso la spalla destra, abbassando la voce per la prima volta dall'inizio del galà.
«Vomitina… quasi mi dimenticavo di te. Tieni!»
Porse un cosciotto all'esserino appollaiato sulla sua spalla: uno strano girino astrale che non smetteva mai di mutare e che si portava dietro da ormai diverso tempo. Stretto a lui, la bizzarra creatura luminosa inghiottiva avidamente ogni boccone, crescendo a vista d'occhio. La sua appendice posteriore, simile a una coda sottile, terminava con una piccola lanterna bioluminescente. Armstrhool la trovava dolcissima; qualsiasi altra persona l'avrebbe definita grottesca.«Seras Van Winkle.» disse la donna mentre si muovevano tra i tavoli, la sua voce bassa ma perfettamente udibile sopra la musica.Il suo sguardo scivolò su Thalaniel, attento, curioso.
«E tu…»
Una pausa, come se stesse scegliendo le parole.
«Hai un profumo naturale come nessun altro in questa sala.»Proseguirono ancora per qualche passo, fino a raggiungere un tavolo leggermente appartato rispetto al resto della pista. Lì le attendeva un uomo: alto, composto, con un portamento sobrio ma non meno autorevole. Il suo sguardo si posò subito su Seras, poi su Thalaniel, con un interesse crescente e un'evidente espressione d'intesa verso la consorte.
Un sorriso lento gli piegò le labbra.
«Ah…» disse, osservando la moglie. «Quindi quell'odore meraviglioso era lei.»Poi lo sguardo tornò su Seras, con un cenno di approvazione.
«Ottimo, amore mio.»
Seras ricambiò il sorriso.Thalaniel scosse le orecchie e accennò un sorriso di cortesia.
Capì, con un brivido, che forse sarebbe stata decisamente più a suo agio nella confusione di Armstrhool.
CAPITOLO 5IL PESO DEI PREDESTINATI
PARTE I
Kaylus l’aveva percepita mentre danzava con Rhiannon.Era stata ai margini della pista per tutta la serata, accanto alla regina Thilien, ferma come una statua tra le colonne di marmo, gli occhi verdi che seguivano i movimenti della sala con attenzione metodica.
La sacerdotessa Shir non osservava gli ospiti come chiunque altro; non cercava potere, alleanze o vantaggi. Lo faceva come chi conosce già ogni cosa e se ne attende soltanto la conferma.
Quando si mosse verso di lui qualcosa cambiò nell’aria, anche se la sala sembrò non accorgersene.
Si fermò davanti a Kaylus con la compostezza assoluta di chi non ha mai avuto bisogno di chiedere permesso per nulla.
Capelli neri come la pece, un vestito rituale verde attraversato da simboli che
sembravano cambiare forma a seconda della luce che li colpiva, la maschera copriva la parte bassa del suo volto, ma gli occhi — quegli occhi intriganti e calcolatori — erano perfettamente visibili.
«Balla con me.» Non domandò come fecero le altre dame, era più una constatazione.Kaylus la guardò per un lungo istante.
Fino a quel momento aveva mantenuto un portamento controllato, una distanza fredda che era diventata il suo scudo. Ma davanti a lei qualcosa nel suo petto si mosse in modo strano. La maschera di Shir copriva la parte bassa del volto, mentre la tesa del grande cappello nero continuava a gettare un'ombra regale sulla sua identità. Quel bagliore verde, solenne e calcolatore, era però inconfondibile: lo stesso identico sguardo che lo aveva investito nel salone poc'anzi. Una piccola incrinatura si aprì nel suo petto, causata da quel riconoscimento che ancora non aveva un nome.
«Sì», disse. Non aggiunse altro.
Le altre coppie scivolavano di lato senza rendersene conto e la pista si aprì davanti a loro quasi naturalmente.Quando la mano di Shir toccò la sua, Kaylus avvertì una vibrazione improvvisa, una scossa silente che non gli provocò né dolore, né piacere; era l'impulso puro alla radice di entrambi.Iniziarono a danzare.
I primi passi furono formali, calibrati, con la compostezza che ci si aspettava da un galà delle Terre Civilizzate. Ma, a ogni figura, la musica sembrava farsi più densa e profonda, come se i violini stessero suonando da sotto il pavimento di marmo piuttosto che dal balcone dell'orchestra.«Tu sogni, vero?»
La voce di Shir era appena un sussurro, eppure alle orecchie del nephilim arrivò chiara e nitida.
«Non sogni luoghi o volti», continuò lei dopo una breve pausa. «Sogni profondità vuote. Un buio più denso dell’oscurità stessa, un silenzio assoluto, ma quasi vivo.»
Kaylus non rispose subito.
La fece ruotare lentamente, gli occhi ambra fissi in quelli della sacerdotessa, mantenendo uno sguardo duro, impassibile.«Come sai di me?»
Shir non sembrò sorpresa dalla domanda.
«Perché ciò che ti visita nelle notti mi è noto da molto più tempo di quanto tu possa immaginare.»
Gli occhi verdi non si abbassarono.
«So il perché di quei sogni. So cosa cercano in te. E so che stai iniziando a capirlo anche tu, sebbene ogni mattina, quando ti svegli, cerchi di convincerti del contrario.»
Kaylus strinse leggermente la presa.
«Chi sei?» chiese, cercando di mantenere il tono della voce controllato, senza riuscirci del tutto.
«Per questa gente sono la sacerdotessa della Dama Bianca. Ma per te... sono l'ultima», rispose.Prima che potesse aprire bocca, lei si spostò leggermente, guidandolo con naturalezza verso il bordo della pista, poi oltre, attraverso un'arcata laterale che Kaylus non aveva notato fino a quel momento.
La musica del salone diventò ovattata, lontana, come il ricordo di qualcosa che stava accadendo in un altro mondo.
Davanti a loro si apriva una cappella: l'altare della Dama Bianca si stagliava nell'oscurità con una presenza silenziosa e assoluta.
La statua era enorme. Raffigurava un'entità femminile dalle fattezze gentili, con le braccia aperte verso i propri sudditi, il viso rivolto verso l'alto e un'espressione che poteva essere misericordia o indifferenza, a seconda di chi la guardava.
La luce di poche candele tremolava ai suoi piedi, disegnando ombre lunghe sulle pareti di pietra.
Shir si fermò davanti all'altare senza inginocchiarsi. Lo fissò come si osserva qualcosa che si conosce fin troppo bene per temerlo ancora.
«Sai cosa c'è sopra questa città?»
La sua voce risuonò appena nella cappella vuota.
«Non parlo del cielo, ma di ciò che il cielo custodisce.»
Si voltò verso Kaylus.
«Non capisco... Chi o che cosa mi appare nelle notti?» domandò lui, con un leggero tremore nella voce. «Quella cosa che vedo… cos'è?»
Shir lo osservò per un lungo momento.
«Esiste un luogo dove anche gli dei parlano a bassa voce», sussurrò infine. «Un tempo era chiamato la Volta d'Argento. Da lì discende tutta l'acqua che disseta Altheyn, e lì la Dama Bianca non è sola.»
Si avvicinò di un passo. «Altheyn protegge un mistero più grande, più alto. Ma alcune cose non hanno bisogno di protezione, anzi, vogliono essere liberate.»
Kaylus sentì nuovamente una stretta al petto; le corna rosse sembravano vibrare appena, come corde tese da una tensione che veniva da lontano.
«Come arrivo da lui? E cosa vuole da me?»
Shir non rispose subito. Tornò a guardare la statua della Dama Bianca, e per un istante sul suo volto comparve un velo di risentimento.
«Non tutti gli dei sono dormienti, Kaylus.»
Pronunciò il suo nome come se lo stesse usando per la prima volta dopo averlo custodito a lungo. «Se mai sentirai che la Volta ti dovesse chiamare… non resisterle.»
Poi si voltò verso di lui con la stessa calma con cui aveva fatto ogni cosa quella sera.
«Egli ti ha scelto… L'Ofide di Cobalto. Shanaus.»
Dopo quel nome, arrivarono le visioni.Non perse conoscenza: era ancora nella cappella, ma essa sembrò mutare, come se vi si sovrapponesse un secondo strato della realtà, caldo e soffocante.
Di fronte ai suoi occhi vide deserti di cenere sotto cieli color cobalto, città costruite con ossa bianche che brillavano sotto due lune. Infine, una creatura immensa che si avvolgeva su se stessa nell'oscurità. Era un serpente più grande di qualsiasi cosa il mondo potesse contenere, con occhi che ardevano come stelle morenti.
E quegli occhi lo riconobbero.
Kaylus sentì le gambe cedere per una frazione di secondo.
«Non aver paura», disse lei. La sua voce sembrava arrivare da lontano, eppure era l'unica cosa nitida in quell'istante.
«Lui ti conosce da prima che tu nascessi. E ti ha scelto perché sei abbastanza forte da portarlo.»
Le visioni si dissolsero lentamente, come fumo disperso dal vento.
La cappella tornò come prima; il crepitio delle candele riprese il suo ritmo tranquillo e, da oltre l'arcata, la musica del salone continuava indifferente.
Kaylus rimase immobile, il respiro leggermente più affrettato del solito.
«Portarlo?» ripeté, la voce ridotta a un sussurro.
«Il suo ritorno», rispose Shir semplicemente.
Fece un piccolo passo indietro, senza mai distogliere lo sguardo dal suo.
«Shanaus non è morto, Kaylus. È ferito. È in attesa. E ha scelto te come casa.»
Prima di congedarsi gli lasciò qualcosa tra le dita: un oggetto piccolo, caldo al tatto, che pulsamente debolmente come un battito lontano. Aveva le fattezze di una scaglia di serpente ma era di pietra, secca, come fosse rivestita da un sottile strato di fuliggine.
«Quando sarà il momento», disse, «saprai cosa fare.»
Si allontanò verso l'uscita con la stessa compostezza con cui era arrivata, lasciandolo solo davanti alla statua della Dama Bianca, le dita strette attorno a ciò che lei gli aveva donato.
Il fuoco nel petto bruciava in modo diverso rispetto a qualche minuto prima. Non era la sensazione solita, quella a cui ormai era abituato; quel potere ardeva in un modo del tutto nuovo e gli lasciò una consapevolezza: ciò che gli era stato donato forse non era più suo. O forse non lo era mai stato.
«So già cosa fare. Questo corpo è mio», disse fra sé e sé, accennando a un sorriso sicuro. «Sarò io a decidere chi farvi entrare.»
Si voltò, nascose la scaglia all’interno della giacca nera dai riflessi cremisi.
«Ma prima devo trovare...»
«… Simon.»
CAPITOLO 5IL PESO DEI PREDESTINATI
PARTE II
Dall'altra parte della sala, un altro tipo di serpente avvelenava l’aria di Altheyn.
Aldeim, alias Lady Biancamano, si muoveva tra i tavoli con grazia studiata; aveva imparato che il modo migliore per non essere notata era sembrare esattamente dove avrebbe dovuto essere. Il calice di vino rosso oscillava tra le sue dita con naturalezza, e il sorriso che portava sul volto era quello preciso, misurato, di una donna perfettamente a suo agio in ogni stanza del mondo.
Si fermò al tavolo di Lady Andrea da Borgobianco. Il segnaposto indicava così, ma la serpe grigia sapeva benissimo l’identità che si nascondeva dietro quello pseudonimo.
Non chiese permesso, si limitò a posare il calice sul legno lucidato con un lieve clic e, come se stesse occupando una sedia che le era stata riservata da sempre, si sedette accanto a Trinity con la disinvoltura di una vecchia conoscenza.
«Bellissima serata.»
Gli occhi scivolavano sulla sala con finta distrazione, poi si voltò verso Trinity con un sorriso che non raggiunse mai gli occhi.
«Sir Der Buith, se non sbaglio.»
Non era una domanda.
«La sua nomea e dedizione la precedono ad Ophidia.»
Girò lentamente il calice tra le dita e accavallò le gambe lentamente, attirando gli occhi dei molti degli scapoli presenti alla festa.
«Mi avevano detto che era morto.»
Una pausa calibrata.
«Sto dunque parlando con uno… Spettro?»
La parola finale fu marcata... l’aveva scelta bene.
Trinity non si mosse.
Il bagliore rosso del suo occhio artificiale rimase fisso sulla donna seduta accanto a lui, con la stessa intensità con cui si guarda qualcosa che potrebbe essere pericoloso — e che, probabilmente, lo era.La riconobbe immediatamente: quel volto, quella voce, quella sicurezza costruita mattone su mattone sopra ogni stanza in cui era entrata.
Non era Lady Biancamano. Non lo era mai stata.
Era Aldeim, e lui ed Endy lo sapevano bene; così come lei era a conoscenza del loro segreto. Ma nessuno dei tre aveva la minima intenzione di dirlo ad alta voce. Era il gioco che lei aveva sempre preferito.
«Lady Biancamano» disse Trinity, con una piattezza nella voce che era la sua versione dell'ironia.
Aldeim sorrise appena, come se si fosse aspettata esattamente quella risposta.
Dall'altra parte del tavolo, Endy non aveva mosso un muscolo. Fissava un punto imprecisato della sala, le dita della mano umana immobili sul legno, ma perfettamente consapevole di ciò che stava accadendo a pochi centimetri da lei.Aldeim. A. Spia dello Spettro del Fano.
Il volto nuovo di una funzione antica, quella che un tempo era stata sua: fiancheggiare Netrus, tenerlo sotto controllo, alimentarne l'ego quanto bastava per non farlo esplodere.
Evelyn lo aveva fatto per anni, a Ophidia, in nome di ideali ormai morti nello Spettro, con la pazienza di chi sa che il veleno lento è sempre più efficace di quello rapido.
Ora che Evelyn era morta era il turno di A.
E, probabilmente, lo faceva meglio; sicuramente con meno scrupoli di chi l’aveva preceduta.
A abbassò la voce, avvicinandosi quel tanto che bastava per escludere il resto della sala dalla conversazione.
«Lord Netrus desidera qualche minuto... con Lady Andrea. Un ballo!»
Un sorso di vino, lento, misurato. Il suo sguardo scivolò verso Endy, accennando un sorriso, poi tornò su Trinity con una freddezza glaciale.
«Sarebbe… sconveniente se qualcuno si alzasse dal tavolo prima del tempo.»
I suoi occhi si ridussero a due fessure. «Che ne pensa, Signor Der Buith, se io e lei restassimo qui? Oppure potremmo andare a goderci la scena dall’alto, su quel balconcino. Chiacchierando da vecchi colleghi, magari.»
Trinity non rispose subito. Le dita della sua mano metallica ticchettarono una volta sola sul tavolo, un gesto involontario che lui stesso probabilmente non notò. Poi si sistemò leggermente sulla sedia, il mantello scuro che ricadeva sulle spalle con la naturalezza di chi ha imparato a stare fermo anche quando ogni istinto gli dice il contrario.
«Come vuole» disse infine.
«Lady Andrea eh?! Tipico di te, Endy.» Aldeim non temeva il confronto con la sua predecessora.
«Netrus, il tuo caro vecchio amico, questo non ti porta alla mente alcun ricordo, cara Evelyn?» La incalzò, sperando in una reazione.
Endy alzò finalmente lo sguardo su Aldeim.
L'espressione era quella fredda e perfettamente controllata di sempre, ma dietro quell'occhio naturale, quello che ancora conteneva qualcosa di umano, c'era qualcosa che si stava muovendo lentamente.
Aldeim incontrò quello sguardo e lo tenne per un istante, poi lo lasciò andare con la stessa indifferenza con cui si posa un oggetto sul tavolo.
«Ricordi, dici?» Endy sorrise forzatamente. «Sì, diversi. Ma la cosa migliore è sapere che hai raccolto il testimone. Complimenti per il tuo nuovo incarico, Aldeim.»
La serpe grigia che aveva di fronte diede un ultimo sorso, visibilmente toccata da quelle parole. Endy lo notò.
La tensione al tavolo si innalzò velocemente. Rimase immobile ancora qualche secondo.
In quell'istante, due mani si posarono sulle sue spalle da dietro.
Pesanti.
Ferme.
Con la superbia di chi non chiede mai il permesso di toccare ciò che ritiene suo.
Endy non si girò, non ne aveva bisogno. Aveva ben saldo nella mente quel tocco ruvido, viscido. Percepì il calore di un corpo in piedi dietro di lei, la pressione delle dita come una dichiarazione silenziosa, e poi la voce — quella cadenza serpeggiante e precisa che non era riuscita a dimenticare in tutti gli anni trascorsi a cercare di farlo.
«È rassicurante vedere che alcune cose…»
Netrus Biancamano si chinò leggermente verso di lei, avvicinando la bocca al suo orecchio; Endy non poteva vedere il suo sorriso, ma lo percepiva chiaramente in ogni sillaba.
«… rifiutano di rimanere morte.»
Il ticchettio cessò in meno di un istante.
FRAMMENTO IEVELYN YELTUAN
Alcune cose non si dimenticano.
Si seppelliscono. Si costruisce sopra.
Si impara a camminare su quel terreno come se fosse solido.
Ma basta una mano.
Basta il peso di due palmi sulle spalle.
E il terreno cede.
I. OPHIDIA
Lo zeppelin elfico lasciò Altheyn all'alba.Evelyn Yeltuan era in piedi sul ponte di osservazione quando la città volante scomparve dietro le nuvole.
Rimase solo il cielo e il ronzio sordo dei palloni aerostatici che spingevano lo scafo verso nord; sotto di loro le Terre Civilizzate che scorrevano lente.
Aveva sedici anni, non aveva mai lasciato Altheyn.
Il vento era freddo a quella quota, più tagliente di quanto si aspettasse; strinse il mantello intorno alle spalle con le dita intorpidite, cercando di sembrare indifferente al vuoto sotto di lei.«Prima volta su uno zeppelin?»
La voce arrivò da qualche passo dietro di lei.
Kaelen der Buith si era avvicinato senza fare rumore; un'abitudine, capì Evelyn più tardi, che aveva sviluppato in anni di guerra lungo i confini del Fanwick settentrionale.
Nonostante avesse solo pochi anni più di lei, Kaelen aveva la corporatura robusta di chi era cresciuto sotto il peso delle responsabilità e uno sguardo fin troppo attento, tipico di chi ha imparato presto a non potersi distrarre mai.
«No» disse Evelyn.
L’uomo la guardò, scuotendo leggermente la testa. «Va bene mentire», commentò dopo un momento. «Purché non lo facciate mentre vi sporgente dal parapetto.»
Evelyn abbassò involontariamente lo sguardo verso il vuoto sotto la ringhiera. Poi tornò a guardare dritto davanti a sé.
Dall'altra parte del ponte, Kisler der Buith era appoggiato a una colonna con le braccia conserte e l'espressione rassegnata di chi non vede l’ora di atterrare, pur conoscendo la durata del viaggio. Era più giovane di suo fratello Kaelen di qualche anno, ma aveva lo stesso portamento militare, la stessa economia nei movimenti. Di tanto in tanto portava una mano alla bocca: un colpo secco, breve, che cercava di soffocare prima che potesse attirare troppa attenzione.
Evelyn lo aveva notato già al momento dell'imbarco.Il viaggio andò avanti per quasi due giorni. Dormirono poco e si parlarono ancora meno, ma in quel silenzio cullato dallo zeppelin l'atmosfera si fece un po' meno tesa. Quando le grandi montagne apparvero all'orizzonte, Kaelen le indicò le cime del K'lankor verso ovest, raccontandole con poche frasi asciutte di una battaglia combattuta tra quei picchi tre anni prima. Evelyn lo ascoltò con attenzione, incalzandolo subito con le sue domande, decisa ad allentare la presa di quel muro che le guardie avevano eretto tra loro. Kaelen rispose sorpreso: non si aspettava affatto di essere interrogato da una ragazzina elfica. Kisler, dal canto suo, non aprì bocca. Però, da quel momento, smise di ignorarla del tutto.Quando Ophidia comparve all'orizzonte, Evelyn capì subito che era diversa da qualsiasi cosa avesse immaginato.
Era l'esatto opposto di Altheyn: non aveva la leggerezza sospesa della città volante, né quella perfezione argentea che faceva sembrare tutto eterno. Ophidia era densa, scura, edificata semplicemente per durare, in un luogo dove la bellezza era un valore irrilevante. Tutt’intorno, le sue mura imponenti lasciarono la giovane elfa senza fiato.
Erano… spire. Enormi, curve, di un blu cobalto così intenso da sembrare quasi luminose contro il cielo grigio. Le ossa del dio caduto cingevano la città come l'abbraccio di qualcosa che aveva smesso di respirare millenni prima, ma non aveva ancora smesso di proteggere.
Shanaus. Il Dio Serpente.
Evelyn restò a guardare il panorama sul ponte fino alla fine della manovra, sporgendosi appena dal parapetto, attenta a non far preoccupare l'equipaggio.
La città senza dio, sorta sulle sue stesse spoglie, si stanziava sotto di lei.
Kaelen le si avvicinò di nuovo.
«Prima volta che vedete Ophidia?»
Questa volta rispose sinceramente. «Sì.»
Lo zeppelin scese lentamente verso il molo principale, con i palloni aerostatici che si sgonfiavano in un soffio regolare mentre gli ormeggi venivano calati a terra. Quando il portellone si aprì, l'aria di Ophidia entrò tutta insieme: era più pesante di quella a cui Evelyn era abituata, con un sentore metallico che le si posava sulla lingua.Netrus Biancamano li attendeva sul molo con un sorriso cordiale e le mani intrecciate davanti a sé. Era un uomo sulla cinquantina, elegante, dai capelli scuri ben curati e un abito scuro tagliato su misura; una presenza che riempiva lo spazio con precisione. Quando vide Evelyn scendere dalla passerella, si inchinò con una grazia che sembrava sincera.
«Lady Yeltuan.» La voce era calda, misurata. «Suo padre mi ha parlato molto di lei. Devo dire che le sue parole non le rendevano giustizia.»
Evelyn ricambiò l'inchino con la compostezza che le era stata insegnata.
«Lord Biancamano. È un onore essere qui.»
Netrus sorrise.
Poi spostò lo sguardo verso i due fratelli con l'occhio di chi è abituato a valutare le persone in pochi secondi.
«E questi sono i vostri uomini. Ottimo.»
Kaelen non sorrise.
Kisler nemmeno.
Nessuno dei due disse nulla.Quella sera cenarono nella residenza di Netrus, un palazzo magnifico e scuro affacciato sul canale principale, incastrato tra due spire di osso cobalto che proiettavano lunghe ombre anche in pieno giorno. A tavola si discuteva solo di politica, come se al mondo non esistesse altro. Netrus parlava con una padronanza invidiabile, citando trattati e allineando argomenti come un architetto con i suoi progetti. Era brillante e non risparmiava le attenzioni nei suoi confronti; era esattamente il mentore che suo padre le aveva promesso. Un maestro, a tutti gli effetti.
I due mercenari, invece, consumarono il loro pasto in cucina con la servitù; la tosse di Kisler andò avanti per tutta la notte.Evelyn tornò nella sua stanza convinta di avere moltissimo da imparare. E aveva ragione. Solo che le lezioni più importanti non sarebbero arrivate dalle parole di Netrus.
II. LA CREPA
Gli anni passarono velocemente.Evelyn assorbì tutto quello che poteva: i meccanismi della politica di Ophidia, le alleanze segrete tra le grandi casate e quel codice muto dei salotti, dove le decisioni che contavano davvero venivano prese tra un brindisi e l'altro. Capì presto quando c'era da sorridere alla persona giusta e quando, invece, era meglio tacere. Ma la lezione più grande riguardò Netrus: era un uomo straordinariamente brillante, eppure quel successo nascondeva un rovescio della medaglia. La posizione che occupava aveva un prezzo, e nessuno lo diceva mai ad alta voce.
Kisler fu il primo a pagarlo.
La tosse che Evelyn aveva notato già sul molo di Altheyn non era mai migliorata. Anzi, col tempo si era fatta più profonda, più frequente, fino a diventare una presenza costante nei corridoi della residenza: un suono che tutti fingevano di non sentire, perché altrimenti avrebbero dovuto ammettere quello che significava davvero.
La Peste dell'Ofide lavorava lentamente, con una pazienza quasi crudele; la pelle lungo le dita di Kisler iniziò a cambiare, a farsi dura e grigiastra come pietra che cresceva dall'interno.
Evelyn non lo lasciò solo un istante durante le ultime notti, vegliando al suo capezzale insieme a Kaelen, immobile sul lato opposto del letto.
Kisler morì all'alba di un giorno senza nuvole, con la luce che entrava obliqua dalla finestra e disegnava ombre lunghe sul pavimento di pietra scura.
Nessuno disse nulla per molto tempo.Netrus si limitò a mandare le sue condoglianze tramite un messaggero. Non si presentò di persona.
Fu proprio in quel momento che Evelyn cominciò a guardarlo con occhi diversi. Non c'era odio in lei, o almeno non ancora; c'era piuttosto un'attenzione nuova, quella stessa fredda precisione che proprio lui le aveva insegnato e che adesso, ironicamente, gli si stava ritorcendo contro.
E quello che scoprì osservandolo non le piacque affatto.
I laboratori segreti furono la scoperta peggiore. Ci incappò per caso, scovando nella biblioteca privata di Netrus carte che non avrebbe mai dovuto vedere: contratti con ricercatori, forniture di farmaci sperimentali e lunghe liste di nomi senza volto.
Cavie.
Uomini e donne che avevano accettato di farsi curare e che invece erano stati usati, il tutto finanziato con l'oro destinato alla ricerca ufficiale contro il morbo. Evelyn rimise i fogli esattamente dove li aveva trovati. Uscì da quella stanza sconvolta e camminò fino al canale principale, rimanendo a guardare l'acqua finché il freddo non la costrinse a rientrare. Le spire di cobalto di Shanaus proiettavano ombre blu sulla superficie scura. Quella notte decise che non bastava più osservare: doveva agire.
Il tempo continuò a scorrere finché non arrivò il Galà di Altheyn. La città volante si riempì come sempre della sua sfarzosa processione di abiti di seta, maschere e conversazioni sussurrate. Proprio lì, in mezzo a quella folla scintillante, le strade di Evelyn e Aldeim si incrociarono per la prima volta.L'incontro fu tutt'altro che casuale: Aldeim lo aveva organizzato con cura metodica. La donna si avvicinò con la naturalezza di una vecchia conoscenza, sorseggiando il suo vino con quella sicurezza che sembrava innata e che invece era stata costruita mattone su mattone, un anno dopo l'altro.
Cominciarono con i soliti finti convenevoli: la musica, la politica di corte, le mode del momento. Ma ci volle poco perché la conversazione prendesse una piega diversa.
«Ha una qualità rara lei: vede le cose per quello che sono», mormorò Aldeim, isolando le loro voci dal rumore della festa. «Non come preferirebbe vederle.»
Evelyn la fissò per un istante. «Dovrei prenderlo come un complimento?»
«Prendilo come un'osservazione», rispose lei con un mezzo sorriso. «Che però potrebbe trasformarsi in un invito.»Quando Evelyn glielo disse, Kaelen rimase in silenzio per un lungo istante, incassando la notizia senza muovere un muscolo.
«Sei sicura?», le chiese infine.
«No», rispose lei, sincera. «Ma lo faccio lo stesso.»
Entrarono insieme nello Spettro del Fano. Non li spingeva l'ambizione, ma la certezza che quella fazione fosse l'unico posto abbastanza potente da contrastare uomini come Netrus. Ed Evelyn aveva un disperato bisogno di credere che qualcuno, da qualche parte, potesse fermarlo.
Il suo compito era semplice nella forma e impossibile nell'esecuzione: restare, continuare a fingersi la consigliera fedele, alimentare l'ego di Netrus, raccogliere informazioni, attendendo il momento in cui avrebbe commesso l'errore definitivo.
Lo cercò per anni, ma Netrus non commise errori.
III. UN PASSO AVANTI
L'ultima notte di Evelyn iniziò proprio lì dove tutto aveva avuto origine: sotto le luci sfarzose dei lampadari di Altheyn, dove il patto tra Lord Yeltuan e Netrus per l'istruzione della figlia era stato siglato.
Evelyn per quel galà scelse un abito color avorio e portava la maschera ricevuta in dono da Netrus anni prima — un ricordo che aveva smesso di sembrare gentile da molto tempo. Il trattato definitivo con Ophidia sarebbe stato firmato proprio quella notte.Evelyn ne conosceva il testo a memoria. Settimane di ricerche tra i faldoni della biblioteca le avevano aperto gli occhi sul vero significato di quella firma.
Dietro il patto c'erano la Selva Avvizzente, la Bruma e l'Albero Bianco: i druidi sacrificati e usati come combustibile per sorreggere un finto equilibrio, una rovina invisibile ma inesorabile. Quando aveva esposto le sue scoperte al Fano, non era stata ascoltata. Aveva cercato alleati tra i consiglieri, ma suo padre in persona le aveva intimato di lasciar perdere. Le porte si erano chiuse tutte, una dopo l'altra. Non le restava che giocare l'ultima carta con Netrus.Lo trovò vicino alle arcate che davano sui balconi, con un calice in mano e quel sorriso impeccabile che aveva imparato a odiare. Quando la vide avvicinarsi, la sua espressione non cambiò.
«Lady Yeltuan. Come sempre, la più bella della sala.»
«Dobbiamo parlare», disse Evelyn.
«Parliamo sempre.»
«Questa volta è diverso.»
Netrus la studiò per un istante, poi fece un gesto elegante verso le porte aperte sul terrazzo. «Allora usciamo.»
L'aria fuori era fredda e pulita, sferzata dal vento che saliva dal vuoto sotto Altheyn e portava con sé l'odore lontano delle pianure di Ghendar. Le luci della città volante creavano un alone sul nulla circostante, mentre in lontananza si intravedevano le tre cascate precipitare verso i laghi.Evelyn parlò.
Gli espose tutto ciò che sapeva: le conseguenze dell'accordo, i druidi sacrificati, la Bruma corrotta e la strage che sarebbe arrivata. Usò la voce ferma di chi ha passato settimane a prepararsi a quel momento, con la limpidezza di chi non ha più niente da perdere, se non la propria coscienza.
Netrus ascoltò in silenzio. Quando lei finì, posò il calice sul parapetto, si avvicinò e le posò le mani sulle spalle.
«Capisco la tua preoccupazione, Lady Yeltuan.» Le sue dita strinsero appena il tessuto dell'abito avorio. «Ma il mondo non si governa con i rimpianti futuri.»
Evelyn non arretrò. «Lord Biancamano.»
La sua voce era ferma, persino più di quanto si fosse aspettata. «Se avete a cuore anche solo un frammento della vostra allieva, dovete fare un passo indietro.»
Si voltò verso il parapetto. Sotto di lei il vuoto era assoluto: centinaia di metri di nulla prima delle pianure lontane di Ghendar. Si sporse leggermente, sentendo ancora la mano di Netrus che le stringeva il braccio. Il silenzio durò solo un secondo. Poi Netrus parlò, e la sua voce mantenne il tono tranquillo di chi aveva già deciso da tempo.
«Mia cara Evelyn.» La presa era sicura. «Ti ho sempre detto che un bravo politico muove solo passi in avanti.»
Poi, la mano si ritirò con una precisione che non lasciava dubbi.Evelyn non cadde subito. Restò sospesa per un battito di ciglia, il tempo sufficiente a incrociare il sorriso dell’uomo. Il tempo sufficiente per capire.
Poi, il vuoto.
Altheyn sopra di lei si fece sempre più lontana; le torri e le luci si rimpicciolivano mentre il vento le strappava ogni singola sillaba dalla gola. Avrebbe potuto dimenarsi, avrebbe potuto urlare, ma non lo fece. Non gli avrebbe regalato quella soddisfazione.
Altheyn era alta, le pianure di Ghendar erano lontane, ma non abbastanza per certi occhi.
Kaelen stava cercando Evelyn da venti minuti quando vide Netrus rientrare da solo dalla porta del balcone.
Corse.
Il parapetto era deserto. Sotto di lui c'erano solo il buio, le correnti e la vastità distante di Ghendar.
«Costui!» La voce di Netrus risuonò già alta, sicura, costruita per essere sentita da chiunque nella sala. «Ha assassinato la mia consigliera. Prendetelo!»
Kaelen uccise tre guardie prima che i rinforzi lo bloccassero. Non abbastanza. Non era mai abbastanza. Lo trascinarono via mentre ancora urlava il nome di Evelyn verso il baratro.
La Peste dell'Ofide fece il resto, lenta e inesorabile, nelle settimane che seguirono. Morì in una fossa comune: senza un nome, senza un testimone.Ma qualcuno lo stava aspettando con pazienza. D’altronde, IA raccoglieva sempre ciò che il mondo gettava via.
Endy aprì gli occhi.
La musica riprese il ritmo d’improvviso assieme al brusio dei chicchiericci.Le mani di Netrus erano ancora sulle sue spalle.
Il sorriso era lo stesso.
Esattamente lo stesso.
CAPITOLO 6DANZARE SUL FILO
PARTE I
Le mani di Netrus erano ancora sulle sue spalle quando Endy si alzò: il movimento calcolato, la schiena dritta, il volto già ricomposto prima ancora di essersi voltata completamente. Le dita dell'uomo scivolarono via dal tessuto come se non fossero mai esistite.
«Evelyn Yeltuan.»
La sua voce era calda, misurata, identica a come era sempre stata. «In onore dei vecchi tempi… mi concede questo ballo, mia adorata?» Una pausa. «Abbiamo molto di cui parlare. E molto tempo da recuperare.»
Endy lo guardò per un lungo istante. L'occhio artificiale catalogava la minaccia con freddezza geometrica; quello naturale, invece, si perse a cercare un briciolo di umanità nel volto del suo vecchio maestro. Non c'era nulla. In quegli occhi scuri non esisteva alcuno spazio per i fantasmi del passato; solo la solita, impeccabile indifferenza.
«Lord Netrus.»
La sua voce era piatta come una superficie d'acqua prima della tempesta.
«Concordo. Abbiamo molto da dirci.»
La pista li accolse come accoglie sempre chi balla per ragioni del tutto estranee alla danza. I violini continuavano il loro valzer elegante, mentre gli altri invitati si muovevano intorno a loro come correnti attorno a due rocce; nessuno sembrava accorgersi che quello non era affatto un ballo. Era un interrogatorio.
Netrus guidava con la sicurezza di chi non ha mai dubitato del proprio diritto di condurre. Le sue mani stringevano Endy con una familiarità che non chiedeva mai il permesso: la stessa di sempre, la stessa del balcone, la stessa di ogni volta in cui aveva voluto ricordarle chi, tra loro, deteneva il potere.«Dimmi, Evelyn…» Netrus abbassò la voce, quasi stesse condividendo un segreto intimo. «Hai provato… dolore? Quando sei caduta?»
Endy non cambiò espressione.
«Non pensare che io abbia timore di te, Netrus.» Aveva omesso il titolo deliberatamente. «E giusto per toglierti ogni illusione… non sono nemmeno qui per te. Il nostro incontro è solo una disgustosa coincidenza.»
Netrus sorrise.
«Tuo padre ha fatto la scelta giusta, sai.» La fece ruotare lentamente e, per un istante, Endy vide il salone girare intorno a loro, come se quell'uomo fosse il centro esatto del mondo. «Mandarti via da Altheyn è stato saggio. La città non avrebbe mai tollerato una figlia nata dall'amore e non dal dovere.»
Qualcosa si mosse dentro di lei, un'eco di nostalgia antica e calda che non apparteneva a Endy, bensì a Evelyn. Assecondò il movimento, senza farsi guidare davvero.
«Tua madre era una donna straordinaria», continuò Netrus. La sua voce si fece quasi affettuosa, quasi umana. «Debole, certo. Ma decisamente unica. Troppo adatta al suo ruolo.»
Una pausa calibrata. «Un po' come tu lo eri nel tuo.»
Endy strinse impercettibilmente la presa sulla sua mano. Non aveva mai conosciuto sua madre, ma le parole di Netrus la innervosirono.
Poi, allentò la presa.
«Per spingermi giù da Altheyn», disse con calma assoluta, «devi avermi temuto molto.»
Il sorriso di Netrus non vacillò. Ma qualcosa nei suoi occhi cambiò, per un lampo brevissimo, prima che l'eleganza tornasse a coprire tutto.
«Non ti ho spinta giù, mia cara.»
Il suo tono di voce assunse un velo di supponenza, quella tipica di chi sta spiegando qualcosa che dovrebbe essere ovvio.
«Ho solo smesso di salvarti.» Fece una piccola pausa. «Per la legge… sono innocente. Le città hanno bisogno di stabilità», continuò, con la stessa naturalezza con cui avrebbe discusso di politica a cena. «Non di eredi che tornano dal mondo dei morti.»
Endy lo guardò negli occhi per un lungo momento.
«Penserò a te», disse infine, «quando avrò terminato il mio dovere qui.» ____________Dai balconcini affacciati sulla sala da ballo, Trinity stringeva le dita sulla ringhiera.
«Spostiamoci», aveva tagliato corto poco prima al tavolo, scostando la sedia senza attendere una risposta.
Aldeim si era alzata all'istante, sfilando dietro di lui con un fruscio di seta e quel sorriso di chi ha già indovinato la destinazione prima ancora che venga imboccata la scala.
Ora, appoggiati al marmo del parapetto, osservavano il salone ruotare immerso nella luce sotto di loro: un immenso palcoscenico dorato di cui potevano contare ogni singola maschera.
Aldeim sorseggiò il suo vino senza fretta.
«È bellissima, non è vero?» Il suo sguardo scivolò verso la pista. «Parlo di Endy, ovviamente.»
Lasciò che il silenzio si allungasse per un battito, prima di assestare il colpo. «Anche se ormai ha perso la luce dei suoi occhi.»
Trinity non rispose. Il bagliore rosso del suo occhio artificiale era piantato sulla figura di Endy tra la folla; non l'avrebbe persa di vista per nulla al mondo. Le dita metalliche stringevano la ringhiera con una pressione costante, sorda.
Aldeim si voltò verso di lui con quel sorriso che non aveva mai niente di innocente. «Beva, Sir Der Buith.»
Gli porse un calice con studiata naturalezza. «Questa notte sarà lunga. E non tutti i combattimenti si vincono con la forza.»
Lo fissò dritto negli occhi. «Conviene con me? Certe battaglie si combattono meglio con gli sguardi.»Trinity prese il calice, ma non bevve.
Aldeim non sembrò sorpresa. «Sai…», mormorò, tornando a osservare la sala con finta distrazione, «sei sempre stato il mio preferito tra i fratelli Der Buith.»
Fece ruotare il vino rosso contro il vetro. «Tuo fratello era... noioso.»
Le dita metalliche di Trinity strinsero ancora la ringhiera. Il marmo non cedette; lui nemmeno.
«Cos'è che vuoi da noi, Aldeim? Parla chiaro.»
«Ophidia ha sempre apprezzato chi resta fedele», continuò lei, abbassando la voce fino a ridurla a un sussurro, «soprattutto quando il mondo cambia.»
Si voltò verso di lui, accorciando le distanze. «Potrei proporre a lei e a Endy un'offerta interessante. Che ne dice?»
Trinity la guardò, per la prima volta da quando erano saliti sul balconcino.
«Tra due Lunghe Notti», riprese Aldeim, e il suo sorriso si fece ancora più sottile, «incontriamoci al Monastero delle Ombre, sulla costa orientale del K'lankor.»
Lasciò che le sue parole galleggiassero tra di loro per un istante, prima di lanciare l'ultima esca. «Magari vi farò ritrovare una vecchia conoscenza.»
Sotto di loro, la musica continuava. Endy e Netrus danzavano ancora in mezzo alla folla, e dalla distanza era impossibile capire chi dei due stesse stringendo più forte.
Aldeim posò il calice sul corrimano con un gesto elegante e si raddrizzò.
«Sembra abbiano quasi terminato.»
Si sistemò l'abito con cura deliberata. «Si goda la festa, Sir Trinity. E ripensi alla mia offerta: potrebbe rientrare tra le nostre fila.»
Si avviò verso le scale con passo lento, mossa dalla disinvoltura di chi sa perfettamente di essere osservato e non se ne cura. Le curve del tessuto grigio catturavano la luce dei lampadari mentre scendeva i gradini.
Si fermò prima ancora di sentire la prima sillaba.
«Lady Biancamano.»
La voce arrivò dalla sua ombra. «Permette una parola?»
Kerchak prese forma dall'oscurità ai piedi della scala, come se il buio stesso si fosse addensato nella sua figura. Il completo blu notte era impeccabile, la maschera argentea spiccava sul volto scuro e le mani guantate di bianco erano incrociate davanti a sé, in una calma che somigliava a una sfida.
Aldeim non si voltò subito. Quando lo fece, la sua maschera di cortesia era già ricomposta.
«Mi chiedevo quando avessi intenzione di uscire dalla mia ombra, ragazzo scimmia», disse, con una voce leggera, quasi divertita. Lo squadrò dall'alto verso il basso, soppesandolo con la certezza di trovarlo, come chiunque altro, inadeguato. «Ma devo ammettere… sei bravo a nasconderti.» ____________Giù nella sala, il tempo stava per scadere.
Netrus aveva smesso di sorridere quasi del tutto; quel velo di finta cortesia si era ridotto a una linea sottile, affilata, come una lama che rinuncia a fingersi un ornamento.
«Se pensi di spaventarmi, mia cara…»
La sua voce aveva perso ogni residuo di calore studiato. «Sappi che sarò costretto a fare qualcosa di spiacevole per tenerti al tuo posto.»
Si avvicinò di un passo. Endy seguì la traiettoria del suo sguardo, che scivolò dritto verso il tavolo di Lord Yeltuan prima di riaffiorare sui suoi occhi. Quella linea sottile sul volto dell'uomo tornò ad allargarsi, mossa dalla certezza di avere il coltello dalla parte del manico.
«Anzi, vedendo quanto sei indisposta…»«Lord Netrus.»
La voce arrivò da destra: morbida, educata, con la cadenza precisa di chi sa esattamente quanto peso mettere su ogni singola sillaba.
Lord Parrot si avvicinò con passo leggero; un sorriso beffardo gli incorniciava il volto sotto la maschera dorata, mentre le piume di pavone catturavano la luce dei lampadari a ogni movimento. Non si affrettò. Non ce n'era bisogno.
«Temo che stiate monopolizzando una dama con cui speravo di intrattenermi io stesso.»
Netrus si voltò di scatto. Per un istante la sua maschera politica cadde del tutto. Poi quell'espressione impeccabile tornò, ricostruita in fretta con la perizia di chi lo aveva fatto mille volte. «Ah. Conte Parrot, se non erro.»
«Solo un umile ospite al vostro servizio», replicò l'uomo, fissando Endy. Non Netrus.
Si inclinò verso di lei con un inchino leggero, porgendole la mano.
«Milady.»
Un cenno appena accennato. «Venga. Prima che qualcuno inizi a parlare di cose noiose…»
I suoi occhi si spostarono su Netrus e, per una frazione di secondo, sembrarono trafiggerlo con una rabbia feroce; poi tornarono normali, in perfetta simbiosi con la cortesia che continuava a sfoggiare.
«… come far precipitare donzelle ai propri piedi.»Netrus lasciò sfuggire un grugnito sordo, trattenuto a stento, che tradì tutta la compostezza sfoggiata dall'inizio del galà. Riacquistò la postura in un secondo, si sistemò il polsino con un tic nervoso e si infilò in mezzo alla folla senza aggiungere altro.Endy guardò la mano tesa di Parrot, incuriosita dal quell'ultima affermazione. La prese.
Mentre i violini riprendevano il loro valzer indifferente, Lord Parrot la condusse lontano dal punto in cui era appena stata; via da quel sorriso, distante da quella voce, al sicuro da tutto ciò che per un momento aveva rischiato di trascinarla indietro nel tempo.Non abbastanza lontano.Ma per ora bastava.
CAPITOLO 6DANZARE SUL FILO
PARTE II
Kerchak non si mosse; rimase immobile di fronte ad Aldeim, studiandola con lo sguardo piantato sul suo volto.
La donna lo osservava a sua volta con una curiosità distaccata, la stessa che riservava agli oggetti interessanti, quasi stesse valutando il suo valore prima di decidere se tenerlo o venderlo.
«Non pensare di avere il controllo su di noi», disse Kerchak, la voce bassa, frenata a stento. «Dovresti guardarti le spalle, sai?»
Aldeim inclinò appena il capo.
«Suona come una minaccia.»
Un piccolo sorriso le tese le labbra. «Mi sbaglio, forse?»
«Interpretala come vuoi.» Kerchak fece un passo avanti, accorciando le distanze. «Abbiamo già fatto fuori uno dei vostri a Zibelbosco. Non avremmo problemi a ripetere la—»
«Per fare fuori qualcuno», lo interruppe Aldeim con la stessa leggerezza con cui avrebbe commentato il tempo, «dovresti accertarti che il cadavere rimanga nella fossa.»
Girò il calice tra le dita, guardando il riflesso del vino. «È bene non lasciare mai gli scheletri nell'armadio, mio caro amico pulcioso.»
Qualcosa si irrigidì nel petto di Kerchak. Non era paura, era un'ombra molto più vecchia.
«Ho tagliato la testa a Zalek io stesso», ribatté, e la voce non tradì la minima esitazione.«Quel traditore è morto.»
____________Zibelbosco.
La valle aperta sotto un cielo senza stelle.
Il carico era arrivato da Ghendar dopo settimane di strada. Armstrhool, Endy, Trinity, Kermit e Kerchak avevano affrontato un viaggio infinito, iniziato a Elgard, dove il mercante Meldimalk aveva affidato loro il trasporto della cassa. Per portarla fin lì avevano superato i varchi di Nordigia, respinto Orchan inferociti dalla Bruma e subito un assalto notturno tra i boschi che aveva lasciato il carro con tre ruote e il gruppo con le mani sporche di sangue. Sangue che non era solo loro. Darian, l’apprendista di Meldimalk, era caduto proprio durante quell'imboscata, divorato dalle Ombre prima che chiunque potesse fare qualcosa. Un ragazzo giovane, un futuro mercante che aveva imparato in fretta a tenere il passo. Troppo in fretta, forse, per sopravvivere.Balran di Thetyr, il Druido del Fuoco Bianco, aveva aperto la cassa con mani che non tremavano. E dentro, c'era un fiore: l’unico esemplare di Velo della Dama Rosso, raro come una promessa mantenuta, prezioso come la cura che rappresentava per migliaia di malati di Peste dell'Ofide.Il rituale era iniziato all'alba. E con esso, arrivarono i morti.
Uscivano dal terreno come radici cresciute al contrario — uno, dieci, cento, mille — attratti dalla magia del druido come falene verso una fiamma. Il gruppo li abbatté finché le braccia non bruciarono e i piedi non si piantarono nel fango per non cedere; ogni volta che un corpo cadeva, due prendevano il suo posto.Fu Kermit il primo a vederla: una lepre bianca, ferma ai margini della boscaglia. Aveva occhi rossi che non riflettevano nulla e infinite braccia fatte d'oscurità, che si agitavano lentamente dietro la sua schiena come alghe sott'acqua.
Non appena il rituale ebbe fine, i non morti si ritirarono così come erano arrivati, svanendo nel nulla.
Poi, il portale si spalancò. Tre figure incappucciate, rapide e silenziose, emersero dal varco con la precisione di chi domina l'ombra da sempre. In un battito di ciglia, successe tutto.
Una delle figure pugnalò Balran con una lama arcana che non lo uccise, ma lo cristallizzò, immobilizzandolo in una gabbia trasparente di luce fusa con il suo stesso corpo. Nel punto in cui il pugnale aveva colpito, proprio al centro del petto, la carne si tramutò in un cristallo rosso: il nucleo visibile di quella prigione.
La seconda afferrò il fiore e scomparve nel portale.
La terza, invece, si fermò e si tolse il cappuccio.
Kerchak ne riconobbe i lineamenti prima ancora che la voce arrivasse.Zalek.Un primate come lui, figlio dello stesso monastero, della medesima scuola e dello stesso maestro. Il migliore, lo avevano sempre ammesso; il prescelto, l'erede naturale dell'Arte dell'Ombra Nera. Finché la Bruma non aveva spazzato via tutto, costringendo ciascuno a scegliere la propria strada nel buio che restava.
Zalek, dunque, aveva scelto il Fano.«Bertuccia.»
La parola cadde come uno schiaffo.
«Sei scappato mentre il maestro moriva. Ti sei nascosto durante il massacro, mentre io affrontavo da solo quei dannati Orchan. E ora sei qui, a fare il cagnolino di una banda di straccioni.»
L'artiglio meccanico che sostituiva la sua mano destra scintillò nella luce magica residua del rituale.
«Sei patetico. Almeno muori con dignità.»Non ci fu altro da dire. Si avventarono l'uno contro l'altro parlando la stessa identica lingua: quella delle ombre, che il maestro aveva insegnato a entrambi, nel monastero, quando l'ingenuità faceva credere loro che la disciplina potesse salvare qualcosa. Diventò subito una danza di riflessi condizionati, una sequenza serrata di parate e scatti millimetrici.
Zalek si mosse con una rapidità spaventosa. Il suo artiglio meccanico dettava un ritmo innaturale e spietato, rendendo ogni colpo impossibile da prevedere.Kermit si gettò nella mischia per primo con la sua consueta assenza di autoconservazione, evocando acqua e caos in parti uguali.
Quando gli altri due incappucciati chiamarono la ritirata, Zalek rifiutò di seguirli: l'orgoglio era più forte dell'ordine, e quella rabbia cieca segnò la sua condanna.
Il gruppo sfinito si riversò su di lui come una marea. Con Kerchak in prima linea e gli altri disposti a cerchio a dargli supporto, l'Arte dell'Ombra non bastò più a tenere a bada ogni singolo colpo. Zalek combatté fino all'ultimo respiro, con la precisione feroce di chi non ha più niente da perdere, tranne la propria versione della storia.
Finché la sua testa non rotolò sul terreno della valle aperta di Zibelbosco.Nel silenzio che seguì, Kerchak rimase immobile sopra il corpo del rivale per un lungo momento. Poi raccolse qualcosa che Zalek stringeva ancora tra le dita: una spilla raffigurante un artiglio che serrava un sole. Il simbolo della sua appartenenza allo Spettro del Fano.
Kerchak la strinse nella mano finché il terreno non smise di tremare. Poi lo mise via.Nella sua testa risuonarono le parole del maestro, quelle che Zalek aveva tentato in ogni modo di strappargli di bocca. Era il lascito spirituale del monastero, un'eredità che il vecchio non aveva confidato al suo allievo prediletto, bensì a Kerchak, considerandolo l'unico davvero adatto a custodirla.«Dove c'è Ombra, dovrà sempre esserci Luce.» ____________Aldeim lo stava ancora guardando.
Il sorriso restava lo stesso, ma nei suoi occhi passò un lampo di cautela, come se stesse ricalcolando d'istinto lo spazio che la separava da lui.
«Dovresti guardarti le spalle», disse infine.
Poi, con la grazia esibita per tutta la sera, scese l'ultimo gradino e scomparve tra la folla del salone.Lasciò Kerchak solo ai piedi della scala, in compagnia del rumore lontano dei violini e di quel vecchio insegnamento del maestro che non smetteva mai di risuonare nella sua testa.Dove c'è Ombra, dovrà sempre esserci Luce.Kerchak guardò la sala illuminata sotto di lui. Tutta quella luce.Si chiese, per la prima volta, se fosse abbastanza.
CAPITOLO 7il costo delle cose belle
PARTE I
La camera dei Van Winkle era situata al terzo piano del palazzo, oltre una serie di corridoi silenziosi dove le torce bruciavano più basse rispetto al resto del Galà e i tappeti assorbivano il suono di ogni passo.Seras aprì la porta con la naturalezza di chi torna a casa, facendo un cenno alla druida. «Entra», disse semplicemente.
Thalaniel entrò.La stanza era grande, lussuosa, con un letto a baldacchino di velluto scuro a dominare la parete di fondo e specchi dorati che moltiplicavano la luce delle candele, riempiendo ogni angolo di un bagliore caldo e ambiguo. Una volta dentro, Thalaniel venne accolta da un profumo dolce e antico: un misto di fiori secchi, legno pregiato e, sotto tutto quel bouquet, un sentore metallico che non riuscì a collocare.Zoran era già seduto su una poltrona vicino alla finestra, il calice di vino scuro tra le dita e le gambe accavallate con la compostezza di chi ha tutto il tempo del mondo. Al suo ingresso sorrise: un sorriso lento, soddisfatto. Non aveva nulla di minaccioso e, proprio per questo, risultava difficile da leggere.
«Ah», disse. «Eccola.»Seras si avvicinò a Thalaniel da dietro, posandole le mani sulle spalle con un tocco morbido. «Siediti», mormorò. «Nessuno ti farà del male. Non qui, almeno.»
Thalaniel rimase immobile, in piedi.
«Hai detto che sai come ritrovarla.»
Le parole uscirono dirette, prive di ogni eleganza diplomatica.Seras le girò intorno lentamente, studiandola con quegli occhi grigi che sembravano vedere attraverso le cose, prima di fermarsi davanti a lei.
«Ho detto che conosco una strada. Ma le strade si percorrono un passo alla volta.» ____________Fiorbrick.
La città degli gnomi odorava di carbone e ingranaggi, e la nave di Bilos — quella nave maledetta, costruita con ferro, arroganza e la convinzione che la tecnologia potesse sostituire qualsiasi cosa, anche la coscienza — bruciava ancora quando Thalaniel raggiunse il ponte principale.Blue Turnip era legato all'albero maestro con cavi d'acciaio che gli avevano tagliato la circolazione alle caviglie e ai polsi. Non si mosse quando lo chiamarono. Non si mosse quando Rhiannon urlò il suo nome.L'esplosione era arrivata senza preavviso, mentre combattevano il truffatore sul ponte della nave. Un malfunzionamento delle sentinelle meccaniche di Bilos — un cortocircuito nell'energia che alimentava i cyborg — trasformò in un istante il mondo in fuoco e silenzio. Quando il fumo si diradò, Blue Turnip non respirava più. Little Turnip era in ginocchio accanto a lui, con le mani sul petto del padre e gli occhi spalancati; non disse nulla, e questo rese quel silenzio il più insopportabile del mondo.
Thalaniel si inginocchiò al suo fianco, sentendo gli altri raccogliersi intorno.Senza coordinarsi, ognuno di loro fece ciò che era in proprio potere: una sinfonia di tecniche disperate, guidate dal canto sommesso di Rhiannon. Basid si tagliò il palmo con una precisione quasi clinica, rovesciando il suo sangue scuro nella bocca del ranger. Kaylus chinò la testa, sussurrando una preghiera antica che nemmeno lui sapeva di conoscere, e lasciò che la luce radiosa di Shanaus gli attraversasse le mani per defluire nel corpo del compagno. Gwynn chiuse gli occhi e scivolò nei sogni di chi non sognava più.
Rhiannon continuò a cantare. Era una melodia che Thalaniel non aveva mai sentito prima, capace di scaturire da un posto più profondo di qualsiasi libro di magia: un accordo che la barda aveva sperato di non dover intonare mai più.Poi toccò a lei.Thalaniel aprì la collana di vetro con decisione; non poteva permettere che le dita tremassero. Il bocciolo era avvolto in foglie di muschio che aveva curato dall'inizio del viaggio, in un gesto diventato automatico come respirare. Era l'unica cosa che le rimanesse di Aelir: qualcosa di vivo. Un seme che conteneva ancora la linfa vitale della ninfa, morta durante l'assalto del drago alieno alla foresta del Nord, oltre il Mare Astrale, in un mondo ormai cancellato.
Aelir aveva riso fino alla fine. Thalaniel non ricordava il ruggito delle fiamme; ricordava solo quella risata.
Posò il bocciolo sul petto di Blue Turnip con entrambe le mani. Lo sentì pulsare una volta sola, caldo, nel modo in cui la natura risponde alla luce solare. Poi il calore svanì. Il germoglio divenne cenere e il ranger inspirò.
Un respiro lungo, rauco, faticoso.
Little Turnip scoppiò a piangere, mentre Thalaniel restava immobile, con le mani vuote sul petto di un uomo vivo.Era la cosa giusta da fare, si disse. Era stata la cosa giusta da fare. Lo ripeté a mezza voce mentre si alzava. Lo ripeté nella mente mentre gli altri festeggiavano.Lo ripeté a se stessa ogni giorno, da allora. ___________«Vuoi rivederla.»Seras si era avvicinata mentre Thalaniel era ancora persa nel ricordo, e ora le stava di fronte con un'espressione che somigliava alla compassione.
«Tutti perdono qualcosa, prima o poi», disse con voce bassa, quasi un sussurro. «Ma pochi smarriscono un frammento ancora vivo.»
Allungò una mano e le sfiorò appena il braccio: un tocco leggero, quasi rispettoso. «Io so dove cercare le cose che il mondo ha dimenticato di custodire.»
Thalaniel cercò il suo sguardo grigio. «In cambio di cosa?»
Seras sorrise.
«Di niente che non voglia già darti.»Quello che seguì non ebbe nulla a che fare con la violenza, ma non fu nemmeno una scelta del tutto consapevole. Si consumò in quel territorio cedevole dove la promessa di un miracolo annulla ogni distanza, spingendo Thalaniel ad abbassare le difese proprio mentre Seras le si faceva più vicina, con una lentezza e una delicatezza tali che sembravano togliere perfino lo spazio per respirare.
Le sue dita trovarono i lacci del corpetto della druida; ogni gesto era misurato, ogni pausa concepita per lasciare margine alla volontà, senza che alcun movimento risultasse improvvisato.
«Celebriamo», disse sottovoce, «non il piacere. Ma la resistenza ad esso.»
I denti sfiorarono il collo di Thalaniel, applicando la pressione fredda e precisa di qualcosa che avrebbe potuto fare molto male, scegliendo deliberatamente di non farlo.
«Quella sensazione», continuò Seras, «che ti porta così vicino alla fine da fartela assaporare… senza consumarne la durata.»Dall'altra parte della stanza, Zoran girava lentamente il calice tra le dita senza guardare direttamente verso di loro.Thalaniel sentì il proprio respiro farsi più corto. Avvertiva la paura: fredda, reale, radicata nel posto esatto in cui la speranza aveva appena aperto una crepa, insieme a qualcos'altro che non riusciva a nominare. Che non voleva nominare.«Sai come riavere indietro ciò che hai perduto» disse Seras contro la sua pelle. «E io posso mostrarti la strada.»
Le mani scivolarono più in basso.
«Vuoi che mi fermi?»
Il silenzio durò un secondo.
«Sì.»
La parola uscì piano, ma intera.
«Troverò un modo da sola.»
Seras si fermò immediatamente. Si raddrizzò con la medesima eleganza esibita fino a quel momento e iniziò a sistemarsi l'abito.
«Peccato», commentò. La sua voce non tradì alcuna rabbia; mostrava, anzi, un'inattesa stima.Seras si mosse verso l'uscita, poi si voltò verso Thalaniel un'ultima volta prima di varcare la soglia.
«Rimani qui», le ordinò, con un tono secco che non conservava più alcun barlume della seduzione precedente. «Qualcuno ti sta cercando là fuori. È pericoloso per te.» Fece una piccola pausa, studiandola. «Non voglio che un fiore così bello venga sprecato.»
Zoran si alzò dalla poltrona con il calice ancora tra le dita. Si inclinò verso Thalaniel con una cortesia impeccabile e seguì Seras fuori dalla stanza.La porta si chiuse, lasciandola sola.Il silenzio nella stanza risultava quasi opprimente.
Thalaniel rimase immobile per un lungo istante, le dita che stringevano i lacci del corpetto riallacciato a metà. Poi si diresse verso l'armadio. L’istinto che l’aveva mantenuta lucida continuava a mandarle segnali d'allarme, lo stesso che acquisisce chi ha vissuto un’intera vita nei boschi, dove si impara che raramente i pericoli veri si annunciano. Quel sentore metallico, che ancora permeava l’aria, si faceva sempre più denso man mano che accorciava le distanze dal mobile.
Aprì le ante.
Una nobildonna era accasciata sul fondo dell'armadio, la testa reclinata di lato e il collo bianco, sgozzato, che non aveva più una sola goccia di sangue da dare. Il vestito era ancora impeccabile; la maschera, ancora al suo posto.
Thalaniel chiuse l'armadio espirando.Si diresse verso la porta della camera e l'aprì.
Nel corridoio, a poca distanza, risuonarono i passi pesanti uniti al tintinnio metallico di alcune armature. Le guardie stavano braccando qualcuno, e Thalaniel capì all'istante che cercavano lei.
Si appiattì contro il muro; il cuore le batteva nel petto con la stessa forza silenziosa di una radice che spacca la pietra.La cosa giusta da fare, si ripeté.Trovare sempre la cosa giusta da fare.
CAPITOLO 7il costo delle cose belle
PARTE II
Le guardie elfiche dorate scortavano l'omone in silenzio lungo il corridoio delle camere: due davanti e due dietro, con assoluta diligenza militare.
Ogni porta che superavano aveva la sua coppia di sentinelle immobili, tra armature lucide, lance verticali e sguardi che non si spostavano di un millimetro.
Armstrhool le seguiva con la curiosità genuina di un bambino molto grande portato in un posto nuovo.
«Dove andiamo esattamente?», chiese.
Nessuna risposta.
«È una sorpresa? Mi piacciono le sorprese. Soprattutto quelle che coinvolgono del cibo.»
Ancora silenzio.
«No al cibo, capito.»In fondo al corridoio trovò una porta diversa dalle altre. Era molto alta, più antica delle precedenti, con cornici di pietra incise e simboli che Armstrhool non riconobbe, ma che sembravano più vecchi del palazzo stesso. Dal bordo inferiore della soglia usciva un filo sottile di vapore, che saliva lento nella corsia illuminata. Una delle guardie aprì il battente senza bussare.
La nebbia uscì tutta insieme, calda e densa, riempiendo per un momento lo spazio tra loro con una foschia bianca che sapeva di minerali antichi e di qualcosa di floreale che il gigante non riuscì a identificare subito.
«Puoi lasciarci», disse una voce dall'interno.La guardia si irrigidì appena, poi fece un passo indietro e chiuse la porta alle spalle di Armstrhool. Il gigante rimase immobile sulla soglia.
La stanza era grande, avvolta nel vapore che saliva da una vasca di pietra bianca posizionata al centro, dove l'acqua ribolliva appena lungo i bordi. Torce basse disposte sulle pareti disegnavano bagliori arancioni destinati a sciogliersi nella nebbia; l'intero ambiente sembrava esistere fuori dal tempo, distaccato dal Galà e da qualsiasi intrigo si stesse consumando nel palazzo sopra di loro.
Una silhouette scura si mosse tra i vapori.
«Entra pure», disse la voce, calma. «Non capita spesso di potersi riposare davvero.»
Armstrhool mosse un passo avanti.
«Beh, io mi rilasso abbastanza spesso in realtà, soprattutto dopo un buon—»
«Le feste sono rumorose», lo interruppe la figura, avanzando lentamente attraverso la foschia. «Qui invece… si sciolgono i nodi. E si sente la verità.»
La cortina bianca si aprì.
La regina Thilien emerse dall'acqua senza fretta. Il velo di seta bagnato aderiva a ogni linea del suo corpo con la trasparenza di un velo che copre senza nascondere nulla. I capelli biondo-argentei cadevano sciolti sulle spalle, mentre la pelle candida appariva quasi luminosa nella penombra delle torce. Era bellissima. Una bellezza tutt’altro che casuale, costruita e mantenuta con la stessa devozione con cui si affila un'arma da taglio.
Armstrhool la fissò.
«Oh», disse. La bocca gli rimase spalancata, incapace di aggiungere altro per un momento intero.La regina si avvicinò con passo lento, studiandolo con attenzione.
«Hai occhi sinceri», disse. «Occhi che hanno visto molte cose, per molto tempo. Perché sei qui?»
Armstrhool tentennò brevemente, cercando di ritrovare un briciolo di contegno. «Onestamente? Mi hanno portato qui delle guardie molto silenziose e io—»
«Sono stanca», lo interruppe lei, accorciando ancora le distanze, «di ospiti che fingono di essere ciò che non sono.»
Si fermò a pochi passi da lui. La seta bagnata assecondava in trasparenza ogni suo respiro. «Giurano fedeltà alla corona quando tutto ciò che vogliono sono favori. Indossano una facciata che non appartiene loro.»
Sollevò lo sguardo verso di lui con un'espressione rassegnata, ma con una luce di sfida nelle pupille.
«Tu. Quella maschera che porti. Perché?»
Armstrhool abbassò gli occhi sul metallo dorato che ancora gli copriva il volto.
«È obbligatoria al Galà, no?»
«Non intendo quella.»La regina iniziò a girargli intorno lentamente, con la naturalezza di chi esamina un oggetto raro senza volerne perdere il minimo dettaglio.
«Io ti conosco, Armstrhool.»
Il nome, pronunciato dalle sue labbra, suonò diverso dal solito.
«Ti ho osservato a lungo. Quello che non capisco…»
Si fermò di nuovo davanti a lui, accorciando l'ultimo palmo di distanza.
«… è perché tu sia qui. Davvero.»
Allungò la mano, sfiorandogli appena il petto villoso con la punta delle dita. «La Dama Bianca mi ha parlato di te.»
Lasciò che il silenzio galleggiasse tra i vapori della vasca, prima di calare l'ultimo affondo. «Non hai paura a trovarti qui, tutto solo?»
Armstrhool sorrise. Fu un sorriso largo, genuino, identico a quello che aveva attraversato ere, banchetti e battaglie senza mai perdere un briciolo della propria verità.
«Oh, ma non sono solo! E poi…» Allargò le braccia con un gesto teatrale che abbracciò l'intera stanza. «Se avessi saputo che sarei finito davanti a una scena simile, sarei venuto molto prima! HOHOOH!» ____________Due porte più in là, Kermit aveva un problema.
Le guardie presidiavano ogni angolo e seguire Armstrhool oltre quel blocco era fuori discussione. Calcolò le opzioni nel giro di pochi secondi, poi aprì la porta più vicina e vi scivolò dentro.
La stanza era buia, immersa nell'aria ferma di un ambiente rimasto chiuso a lungo. Kermit aspettò che i suoi occhi si adattassero all'oscurità, poi iniziò a guardarsi intorno, mosso da quella curiosità irrefrenabile che aveva già causato più di un incendio nella sua breve ma intensa carriera.
Uno specchio immenso, fissato alla parete, catturò immediatamente la sua attenzione. Risultava troppo grande per una semplice decorazione, fin troppo ben posizionato per essere casuale; la sua superficie, inoltre, nascondeva qualcosa di anomalo. Non rifletteva la stanza con la dovuta fedeltà, come se la luce che vi sbatteva contro tornasse indietro deviata, alterata rispetto alla partenza.
Kermit si avvicinò e premette una mano palmata sul vetro.La superficie cedette verso l'interno con un clic silenzioso, rivelando una scala nascosta. ____________Nei bagni termali, la regina aveva smesso di girargli intorno e aveva iniziato un approccio più diretto.
Le sue dita trovarono l'orecchio del gigante, prima di morderlo con una delicatezza appena percettibile. Il gesto fu seguito da un sussurro così vicino che Armstrhool avvertì il calore del suo respiro un istante prima delle parole.
Poi lei si scansò, solo per tornare subito dopo.
Si muovevano dentro un gioco le cui regole erano note soltanto a Thilien; Armstrhool, dal canto suo, le stava assimilando in fretta e con enorme entusiasmo. Quando il gigante allungò le braccia, la regina scivolò via con la fluidità dell'acqua, impossibile da trattenere.
«No, no», mormorò, accennando un sorriso. «Non ti è concesso, gigante.»
Armstrhool emise un verso a metà tra un grugnito e una risata. ____________La scalinata sbucò in una strana stanza. Kermit si fermò sulla soglia, restando immobile per un lungo istante.L’ambiente era vasto, con pareti di pietra coperte da rastrelliere ordinate; su ogni gancio pendeva una maschera. Calchi facciali in lattice, dettagliati come stampi anatomici, riproducevano la texture della pelle, le linee del volto e persino i pori con una cura spaventosa. Erano fin troppo reali per ridursi a semplici ornamenti, e ognuno recava un cartellino descrittivo.Kermit si avvicinò alla prima. Lord Andar Yeltuan. Consigliere di Altheyn. 67 anni.Alla seconda. Netrus Biancamano. Console di Ophidia e Altheyn. 54 anni.Alla terza. Evelyn Yeltuan. Consigliera. 31 anni.Si fermò su quest'ultima più a lungo del dovuto, prima di proseguire l'ispezione.
Al centro della stanza, una rastrelliera era vuota.Il cartellino applicato alla base appariva più recente degli altri: Regina Thilien Sinarin. 412 anni.Strumenti arcani erano disposti su un tavolo laterale con una disposizione metodica che mescolava la chirurgia alla magia: bisturi affiancati a cristalli di messa a fuoco, fili di sutura accanto a sigilli di trasmutazione.
Nel mezzo della parete di fondo spiccava uno specchio. Non rifletteva nulla: la sua superficie assomigliava ad acqua ferma, opaca, capace di trattenere la luce invece di restituirla.
Kermit si accostò.
Il vetro iniziò a muoversi lentamente, como fumo che prende corpo, linee che diventavano contorni e contorni che acquistavano volume.
Dal vapore della superficie emerse una voce ovattata.
Era Armstrhool.
Le sue parole risultavano incomprensibili, soffocate dalla distanza e dalla barriera magica, ma il timbro era inconfondibile. ____________Nei bagni termali, la regina si fece seria.
Si fermò davanti ad Armstrhool con l'acqua che le arrivava alla vita; le sue pupille avevano perso la leggerezza studiata di prima, sostituita da uno sguardo affilato.«Dimmi», la sua voce era bassa, precisa. «Chi si accorgerebbe, se improvvisamente tu cambiassi?»
Armstrhool rimase in silenzio. Qualcosa in quel quesito rompeva lo schema precedente: non aveva più il tono di un gioco, ma la freddezza di chi esige una risposta vera.Nella camera delle maschere, la superficie dello specchio fremette. Il profilo di un volto enorme iniziò a prendere corpo, lento, millimetro dopo millimetro.«Se tu dovessi sparire…», la voce della sovrana era quasi gentile, «a chi mancheresti?»La superficie pulsò di nuovo. Gli zigomi. La fronte. La barba.«Hai mai mentito», disse infine lei, ormai così vicina che il gigante avrebbe potuto afferrarla con una mano sola, «per proteggere qualcuno?»Sulla lastra opaca, la maschera si completò. Il volto di Armstrhool fissava Kermit dalla superficie dello specchio con la perfezione muta di qualcosa che era stato rubato senza che il proprietario se ne accorgesse.Poi, dal fondo della scala, arrivò una voce. «Mia regina? Siete quaggiù?»
Kermit non si mosse. ____________Nella vasca termale Armstrhool era allo stremo.
Aveva resistito a battaglie, a banchetti infiniti, a birre di qualità discutibile e a situazioni che avrebbero piegato chiunque altro. Ma quella donna impossibile stava testando i confini di qualcosa che non aveva mai avuto limiti particolari.
Quando allungò le mani una seconda volta, la regina non si scansò.
Si sollevò dall'acqua. Completamente.
Camminò verso la porta con la massima naturalezza, lasciando che ogni passo dicesse esattamente ciò che voleva comunicare, senza aggiungere altro.Armstrhool rimase immobile tra i vapori con l'espressione di un uomo che ha appena perso una partita di cui non aveva compreso le regole.
«A volte», disse lei senza voltarsi, «la continuità è molto più importante della verità. Ma non temere.»
Si girò verso di lui un'ultima volta, con quel sorriso che non era mai stato del tutto sincero e che ora mutava in qualcosa di estraneo. «La tua maschera è al sicuro con me.»
Lasciò che il silenzio si allungasse, prima di colpire ancora.
«Goditi la festa. Finché puoi.»
Aprì la porta e uscì. Il battente si chiuse e il vapore continuò a salire dalla vasca in silenzio.Armstrhool rimase nell'acqua calda, solo, con tre domande senza risposta che continuavano a girare nella testa come monete lanciate in un pozzo senza fondo.
Poi, ovattato ma nitido, il tono della regina oltre la parete raggiunse le sue orecchie.«Non mi interessa di come sia ridotto», sentenziò, gelida e definitiva. «Forzate il rituale. E trovate un druido per sostituire quello dentro.»
La risposta del sacerdote arrivò bassa, rispettosa, satura di quella paura tipica dei servitori quando portano notizie sgradite.
«Mia regina… in uno degli strani gruppi c'era una fauna che potrebbe andar bene. Potrebbe reggere almeno una Lunga Notte.»
«Bene. Trovatela, ma senza dare nell'occhio. Anche la mocciosa. È qui… prendete anche lei.»
I passi si allontanarono lungo il corridoio.Armstrhool rimase immobile nell'acqua che iniziava lentamente a raffreddarsi.Il sorriso era sparito.
CAPITOLO 8PREDATORI O PREDE
PARTE I
Ci sono uomini che entrano in una sala e altri che, semplicemente, colmano un vuoto che la stanza stessa non sapeva di avere prima del loro ingresso.
Lord Parrot era uno di questi.Il tessuto verde smeraldo del suo soprabito attirava gli sguardi di tutti, valorizzato da un mantello di piume di pavone sulla spalla sinistra che a ogni movimento sfumava tra il turchese e il blu profondo. Il cappello a tesa larga, nero e severo, portava al centro un mazzo di piume simili; era l'unico elemento a stonare con il resto, l'unico che sembrava scelto non per stupire, ma per nascondere qualcosa dietro tanta evidenza. La maschera a becco dorato copriva il naso e gli occhi, lasciando scoperte le labbra e il mento con un pizzetto che tradiva un'ossessione per i dettagli. Un orecchino di turchese al lobo sinistro. I guanti neri, che non aveva mai tolto dall'inizio della serata.
Era l'uomo più osservato del Galà, e ne mostrava una totale consapevolezza.Quando si staccò da Rhiannon con un inchino impeccabile, il suo sguardo aveva già attraversato la sala e trovato quello che cercava.Endy.
Netrus.
E lo spazio pericoloso tra i due.Riprese il cappello con la stessa nonchalance con cui l’aveva affidato al servitore e si mosse tra la folla, con la fluidità di chi domina ogni tavolo, ogni colonna e ogni traiettoria di quel salone meglio di chiunque altro. Quando raggiunse la coppia e Netrus si allontanò sconfitto, Parrot rimase un momento immobile, fissando la schiena del consigliere sparire tra gli invitati con un'espressione indecifrabile sotto l'oro della maschera.Poi si voltò verso Endy e le porse la mano.
Lei la prese.
La pista li accolse. ______________________I primi passi furono silenziosi.
Si studiarono con cautela, prima di trovare le parole giuste con cui iniziare. Parrot guidava con una leggerezza che tradiva anni di pratica, il corpo capace di comunicare la direzione senza mai imporla davvero. Endy lo seguiva, ogni passo calibrato, ogni figura eseguita con la freddezza di chi ha imparato a fare molte cose senza sentirle davvero.
Per qualche misura di musica, nessuno dei due parlò.Poi Parrot inclinò leggermente il capo, come se stesse considerando qualcosa ad alta voce.
«Le chiedo scusa, mia cara.»
La voce era bassa, modulata.
«So che quella conversazione serviva più a lei che a Netrus.»
Lasciò che il valzer colmasse l'istante di silenzio, accompagnando le parole con una nuova figura eseguita con grazia.
«Ma egli è un uomo pericoloso. Anche quando sorride. Soprattutto quando sorride.»
Endy non cambiò espressione, limitandosi a fissarlo con un interesse crescente.
«Ha gestito la situazione meglio di quanto sperassi» continuò Parrot.
In quell'affermazione c'era la conferma implicita di aver già formulato un'opinione molto prima che la danza iniziasse.«Sperava?» disse Endy. «Questo implica che avesse aspettative.»
«Implica che prestassi attenzione.»La fece ruotare con una pressione leggera sulla schiena. Quando tornarono faccia a faccia, il sorriso sotto il becco dorato era appena accennato.
«Alcuni mentori insegnano finché servi», mormorò. «Poi smettono quando inizi a pensare da sola.»
Qualcosa si mosse nel petto di Endy: un'eco legata alla memoria della ragazza che aveva imparato a leggere tra le righe in una residenza di Ophidia, mentre un uomo brillante le insegnava tutto, tranne la cosa più importante.
«Vero» disse soltanto.Lo sguardo di Parrot si strinse su di lei, mosso da una cura che non si limitava a catalogare i dettagli, ma li comprendeva.
«Netrus parla solo quando è certo di avere il controllo» continuò, la voce ancora più bassa, quasi confidenziale.
«E su di lei ha una leva troppo potente. La userà, senz'altro.» Una pausa. «Non questa notte, forse. Ma presto.»
«Lo so» disse Endy.
«Lo so che lo sa.»Si mossero in silenzio per qualche battuta, lasciando che le note del valzer scorressero tra di loro senza il bisogno di aggiungere altro.«Stasera» disse Parrot infine, «molte persone stanno decidendo chi vale la pena mantenere in vita.»
Il suo sguardo si spostò brevemente verso la folla. «E Netrus è tra queste.»«E lei?»
La domanda uscì prima che Endy potesse trattenerla.
Parrot sorrise.
«Io sono qui per ballare.» ______________________Il ballo continuò, ma la musica cambiò registro.
Divenne lenta, intima, con i violini che scesero di un'ottava e le arpe a prendere il sopravvento, diffondendo una melodia progettata per accorciare le distanze più di quanto la formalità avrebbe concesso.
Parrot ed Endy assecondarono il cambiamento senza una scelta consapevole; i loro corpi trovarono il nuovo ritmo un istante prima che le menti dessero il permesso. Lo spazio tra di loro si ridusse di qualche centimetro. Non abbastanza da risultare inappropriato. Abbastanza da essere deliberato.«Ha paura di lui?»
La domanda arrivò senza preamboli, incastrata tra una figura e l'altra con la precisione di chi sceglie il momento esatto.
«No», disse Endy.
«Bene.» Parrot la guidò attraverso una curva ampia. «La paura è uno strumento utile solo a chi la vede negli altri. Non serve a chi la prova.»
«Parla per esperienza?»
«Parlo per osservazione.»
Si avvicinò ancora di qualche millimetro; gli occhi scuri sotto la maschera a becco non lasciavano i suoi. «Lei non ha paura di Netrus», mormorò, «perché lo conosce abbastanza da sapere cosa può fare e cosa no, quindi il suo non è coraggio, ma semplice informazione; il vero coraggio arriva soltanto dopo, nell'istante in cui si sceglie di agire lo stesso.»Endy rimase in silenzio per un momento.
«E lei?», disse infine. «Cosa sceglierà stasera?»
Parrot sembrò sul punto di rispondere d’istinto, ma si interruppe subito prima di far uscire le parole.
Per la prima volta da quando avevano iniziato a ballare, qualcosa nella sua espressione vacillò appena, come una fiamma che il vento sfiora senza spegnere.«Questa», confessò dopo un lungo silenzio, «è la domanda più onesta che mi abbiano posto da molto tempo.»Non rispose. Ma non si allontanò. ______________________Fu durante il casquet che accadde.
La figura era ampia, richiedeva una rotazione completa e il braccio di Parrot teso per riafferrarla dall'altro lato. Ma nell'arco del movimento il tessuto verde si spostò, rivelando per una frazione di secondo ciò che avrebbe dovuto rimanere nascosto: una collana sottile da cui pendeva una piccola fiala. Il vetro custodiva un liquido di un colore che Endy riconobbe all'istante.
Si bloccò. Solo un battito. Solo il tempo di un respiro.
Parrot la riprese con un gesto preciso; per un secondo i loro visi si trovarono così vicini che il sorriso sotto la maschera risultò perfettamente leggibile.
«Tutto bene?», chiese lui.
La voce era leggera, quasi divertita.
«La vostra espressione è mutata.»
Si rialzò, tornando in posizione con la disinvoltura assoluta che era la sua firma. «Sembra quasi che abbiate visto…»
Lasciò che il valzer scandisse l'istante di sospensione, prima di concludere la frase.
«… uno Spettro.»Il silenzio che seguì durò esattamente per lo spazio di una battuta.
Endy lo fissò come si guarda qualcosa che si è cercato a lungo, e che si ritrova infine nel posto meno atteso.
«So perché sei qui», disse Parrot, e la sua voce perse ogni traccia di ironia.
Era più vera, adesso. «Cara la mia Endy. Anzi… »
La corresse con una dolcezza mai esibita per l'intera serata.
«Evelyn.»Quel nome, pronunciato in quel modo, le scivolò dentro in un modo che non sapeva spiegare. Non era una rivelazione, era un semplice riconoscimento. Eppure, fu come se qualcuno avesse dato voce a un pensiero segreto che non era mai uscito dai confini della sua mente.Continuarono a danzare.
La musica non si era interrotta; il mondo intero andava avanti.
Solo l'intesa tra loro aveva cambiato natura.
«D», disse Endy infine.
Parrot — D — inclinò appena il capo, un movimento minimo, quasi impercettibile.
«Endy», rispose.Danzarono ancora per qualche tempo senza parlare, ma il silenzio era mutato di nuovo. Non era più lo stallo di due persone che scelgono le parole, tantomeno quello di due avversari intenti a misurarsi. Era qualcosa di più raro e fragile, che nessuno dei due avrebbe saputo definire e che entrambi, per ragioni opposte, preferivano non nominare.Quando la musica rallentò verso la chiusura del brano, D accorciò le distanze, con le labbra a sfiorarle l’orecchio. «Al Ballo dei Tre Segreti… »
Si portò nuovamente con il volto di fronte a quello della sua compagna di danza.
«Ballerai con me?», sussurrò lui.
E in quelle poche parole c'era tutto ciò che era rimasto taciuto per l'intera serata.
La ragazza rimase immobile per un istante.
Eseguì una riverenza e incrociò di nuovo i suoi occhi.
«Certo, D», disse.
«Milady», rispose lui.E mentre i violini sfumavano per l'ultima volta, nessuno dei due sorrise. Ma nessuno dei due si allontanò prima del tempo.
CAPITOLO 8PREDATORI O PREDE
PARTE II
Kermit aveva un problema.
Anzi, ne aveva diversi, ma questo era imminente e peggiorava ogni secondo che passava senza una soluzione.
L'elfo nella camera delle maschere era piccolo, veloce e stava già girando verso la scala quando Kermit valutò le opzioni disponibili nel tempo di un respiro.
Non erano molte.La prima era scappare, ma avrebbe richiesto di passare davanti all'elfo, che si trovava già tra lui e l'uscita.
La seconda era nascondersi, il che comportava trovare un posto adatto: un'impresa non da poco, dato che la camera delle maschere era del tutto priva di nascondigli per una rana alta un metro.
La terza, quella che Kermit scelse, era quella che nessuno si sarebbe aspettato, perché nessuno dotato di buon senso l'avrebbe mai considerata.Si trasformò in una fioriera.Non era una fioriera particolarmente convincente; era verde nel posto sbagliato e aveva la forma generale di qualcosa che non c’entrava nulla con l’ambiente circostante. Ma nell'oscurità della Camera delle Maschere, con l'elfo che si era girato di scatto al rumore e stava ancora cercando di capire cosa avesse visto, bastò per i tre secondi necessari.
L'elfo si avvicinò alla scala con cautela.
A un certo punto si fermò.
Si girò verso la fioriera. L’oggetto non fece nulla di sospetto — impresa eroica, dato chi c'era dentro — e la creatura fece un passo verso di lei.
Subito dopo un altro.
Infine aprì la bocca per chiamare le guardie.Kermit esplose fuori dalla forma del vaso con tutta la velocità e la mancanza di eleganza che lo contraddistingueva. Prima che l'elfo potesse emettere un suono, utilizzò il potere che Nodga gli aveva concesso. Era un dono strano e vagamente inquietante, capace di trasformare la sua statura da irrilevante a catastrofica in un battito di ciglia.
La stanza si rimpicciolì, il soffitto si avvicinò e l'elfo alzò lo sguardo verso qualcosa che tre secondi prima era una fioriera e ora era grande quanto Armsthool. E sul volto della rana c'era un'espressione che non preannunciava nulla di buono.Non fece in tempo a dire nulla.
Kermit lo prese, lo accartocciò come un pezzo di pergamena umida e lo sistemò con una certa soddisfazione in piccolo vaso decorativo poco distante. Poi, tornato alle sue dimensioni normali, afferrò le maschere di Armstrhool, Lord Yeltuan e Netrus, le infilò sotto il mantello viola e si diresse verso la scala con il passo deciso di chi ha una missione logica soltanto nella propria testa.Il corridoio sopra era anche peggio.
Le guardie che avevano scortato Armstrhool ai bagni termali erano ancora ai loro posti. Quando la porta si aprì e ne uscì qualcosa di verde, con un cappello piumato e un mantello decisamente troppo gonfio, le reazioni furono immediate e comprensibili.
Kermit scattò verso i bagni termali. Era una scelta del tutto priva di senso per chiunque stesse cercando di fuggire, ma proprio per questo colse i soldati di sorpresa, permettendogli di guadagnare il vantaggio necessario a raggiungere l'ingresso da cui filtrava un sottile vapore.
La aprì e la richiuse subito dietro di sé.Armstrhool stava uscendo dalla vasca con l'aria di un uomo che ha avuto una serata molto più complicata di quanto si aspettasse quando aveva deciso di partecipare a un Galà. Il vapore lo avvolgeva quasi interamente, i capelli ondulati gli aderivano alla fronte e la mascherina dorata era ancora stranamente al suo posto, come un dettaglio che si rifiutava di cedere agli imprevisti.
Sentì le guardie oltre la porta.
Poi avvertì qualcosa di piccolo e verde attaccarsi alla sua caviglia.
Abbassò lo sguardo.
Kermit lo fissò dal basso con un'espressione che comunicava urgenza, maschere rubate, elfi nelle fioriere e la necessità immediata di una copertura. Tutto questo senza dire una parola, perché non ce n'era il tempo.Armstrhool aprì la porta dei bagni con la naturalezza di chi non ha nulla da nascondere. Il che era tecnicamente vero per lui, molto meno per ciò che gli pendeva dalla caviglia, muovendosi come un'ombra verde e silenziosa.
«Cercate qualcuno?» disse alle guardie. Usò quella sua voce enorme e serena, che aveva attraversato le ere con l'innata capacità di mettere chiunque a proprio agio. Anche quando non ce n'era alcun motivo.Le guardie lo fissarono. Spostarono poi lo sguardo verso il corridoio alle sue spalle e tornarono di nuovo su di lui.«Una rana» disse uno di loro. «Verde. Grossa circa così.»Armstrhool considerò la questione con la serietà che meritava.
«Ho visto qualcosa di simile dirigersi verso le cucine» disse infine. «Molto di fretta. Sembrava affamata.»Le guardie si scambiarono uno sguardo e si mossero verso le cucine.
Armstrhool aspettò che scomparissero oltre l'angolo.
Poi abbassò lo sguardo verso la caviglia.
«Puoi uscire, cugino» disse.Kermit emerse con il mantello viola leggermente sgualcito, le maschere ancora sotto il braccio, e la soddisfazione sul volto di chi ha appena eseguito un piano che aveva funzionato, nonostante non avesse alcuna possibilità di riuscita.
«Le cucine erano una buona idea» disse.
«Grazie, cugino.»
«Ci andiamo dopo?»
«No.»Stavano percorrendo il corridoio verso la sala da ballo quando videro Thalaniel.
Usciva da una delle camere con passo rapido. Tutto nel suo atteggiamento gridava allarme: le orecchie basse, gli occhi che controllavano il corridoio in entrambe le direzioni con attenzione, la preoccupazione sul volto.Armstrhool e Kermit si scambiarono uno sguardo.
Poi la seguirono senza dire nulla, come se fosse sempre stato il piano.I tre rientrarono nella sala da ballo quasi contemporaneamente, attraverso ingressi diversi, con le maschere ancora al loro posto e l'aria di chi aveva trascorso la serata esattamente dove avrebbe dovuto.La musica li accolse di nuovo.
Sotto i lampadari di cristallo, il Galà continuava a danzare.
CAPITOLO 9PADRI E FIGLIE
PARTE I
Le guardie elfiche dorate si muovevano tra i tavoli con quella precisione silenziosa che distingue chi cerca qualcosa di specifico da chi finge di pattugliare. Non erano molte — sei, forse otto — ma il modo in cui scivolavano tra gli invitati senza disturbare le conversazioni, inclinando appena il capo verso ogni volto che incontravano, diceva tutto quello che c'era da sapere sul tipo di ordine che avevano ricevuto.
Cercavano qualcuno.
Endy lo notò prima degli altri. Non perché avesse un angolo visuale migliore, ma perché aveva passato abbastanza anni a muoversi in ambienti sorvegliati da imparare a distinguere il movimento di chi protegge da quello di chi caccia. Erano cacciatori. E il modo in cui uno di loro si fermò un momento troppo lungo davanti al tavolo dove Thalaniel era seduta — prima di proseguire con la stessa indifferenza studiata — le disse tutto quello che doveva sapere.Kermit e Armstrhool tornarono al tavolo quasi contemporaneamente, con quell'aria di chi ha trascorso la serata in luoghi dove non avrebbe dovuto essere e ne è uscito indenne per ragioni che preferisce non approfondire.
Kerchak era già lì, seduto con la schiena diritta e le dita dei guanti bianchi intrecciate davanti a sé. Trinity era immobile accanto a lui, il bagliore rosso dell'occhio artificiale che si muoveva lentamente sulla sala come un faro.Endy parlò per prima, a voce bassa.
«Parrot è D.»Il silenzio che seguì durò esattamente il tempo necessario a Kerchak per valutare le implicazioni e a Trinity per accettarle senza cambiare espressione.
«La collana» disse Trinity.
«La collana» confermò Endy.
Kermit aprì la bocca. La richiuse. Poi la riaprì perché non era nel suo carattere restare in silenzio quando c'era qualcosa da dire.
«Qualcuno mi spiega della collana? A che ci serve se Balran è al sicuro nella sacca?» ______________________Balran di Thetyr era stato riportato nella sua capanna; sarebbe dovuto rimanere lì, al sicuro, fino al recupero dell’antidoto. Questo era il piano originario. O, almeno, era ciò che tutti gli altri credevano.
La verità era ben più complicata, come spesso accade quando due individui — uno molto grande e uno molto verde — venivano lasciati soli per il tempo che bastava a prendere una decisione logistica senza consultare il resto del gruppo. Ovvero, una manciata di secondi.La cristallizzazione era stabile. Balran non soffriva, ma la stasi che il pugnale arcano del Fano gli aveva inflitto richiedeva un agente specifico per essere spezzata: qualcosa di chimicamente compatibile con la magia del sigillo.
Qualcosa come il liquido nella fiala che D portava appesa al collo.Armstrhool aveva proposto la sacca con la stessa naturalezza con cui avanzava qualsiasi soluzione, come se fosse la scelta più ovvia, come se mettere un druido pietrificato in una borsa extradimensionale fosse un'azione ordinaria. Kermit aveva annuito entusiasta, senza riflettere troppo.Gli altri non lo sapevano.
Pensavano che fosse al sicuro nella sua capanna.
Nella sacca di Armstrhool, invece, Balran riposava in un non-luogo che nessuno dei presenti avrebbe potuto descrivere con precisione, poiché nessuno sapeva davvero dove quel varco conducesse. ______________________«Quindi» disse Kerchak lentamente, guardando Armstrhool con un'espressione che conteneva rispetto, incredulità e una certa rassegnazione in parti uguali, «Balran è nella tua sacca?»
«È al sicuro» disse Armstrhool con serenità assoluta.
«Nella tua sacca.»
«Completamente al sicuro.»
«E noi dobbiamo rubare la fiala a D per salvarlo dalla cristallizzazione.»
«Esattamente.»Trinity si passò le dita metalliche sulla tempia con un ticchettio lento e regolare che era la sua versione di un sospiro profondo.
Endy invece rimase immobile, elaborando l'informazione con quella qualità propria di chi ha smesso di sorprendersi delle cose e si limita a integrarle nel piano.«Abbiamo anche un altro problema» disse Kermit, estraendo con cura le maschere da sotto il mantello viola e posandole sul tavolo coperte dal tessuto come se stesse mostrando delle carte.
Le scoprì una alla volta.Netrus Biancamano.
Lord Andar Yeltuan.
Armsthrool.Il gigante rimase a bocca aperta guardando il proprio volto in lattice, con un'espressione sospesa tra il fascino e il disagio.
«C'è anche quella di una certa Evelyn Yeltuan, ti somiglia Endy!» aggiunse Kermit, abbassando la voce. «E un supporto vuoto con il nome della regina.»
Il silenzio che ne seguì fu diverso dagli altri. Più pesante. Più lungo.Endy fissò il punto del tavolo davanti a sé dove si trovavano i volti, con la concentrazione di chi cerca di tenere insieme qualcosa che preferirebbe lasciar cadere.
«Il piano» disse infine.
«Kermit si maschera da Netrus» confermò la rana — a volte parlava in terza persona di se stesso — e nel suo tono c'era qualcosa di insolitamente serio, come se la serata lo avesse cambiato appena. «Sale le scale. Confessa tutto ad alta voce davanti alla corte. Il vero Netrus viene isolato e tenuto occupato da qualcuno di noi mentre gli occhi di tutti sono puntati su di me.»
Si fermò un momento. «Serve qualcuno che lo tenga lontano dalla sala abbastanza a lungo da fare danni.»
Guardò Trinity. Guardò Kerchak.
«Voi due siete abbastanza spaventosi da farlo?»
Trinity non rispose, ma non era un no.
Kerchak si sistemò un guanto bianco con calma ostentata.
«Dipende da quanto vuoi che rimanga intero.»
«E mio padre?» disse Endy.La parola uscì con una naturalezza che sorprese anche lei. Non Lord Yeltuan. Non il consigliere. Suo padre.
«Parrot ha confermato che Netrus vuole farlo sparire» continuò, recuperando il tono piatto di sempre con uno sforzo che solo Trinity notò. «Va messo al sicuro prima che il piano inizi.»
«Me ne occupo io» disse Trinity.
«Vengo con te» tagliò corto Kerchak.
Armsthrool vide un'inedita crepa nell’espressione di Endy, un lato della compagna che non era mai emerso in tutti quei lunghi mesi di viaggio assieme.
«Non preoccuparti, mi unisco a loro» intervenne il gigante. «Lo porteremo in un luogo sicuro.»
«Va bene, io terrò d’occhio Netrus. Solo… non fategli male, per favore.»Kermit stava già indossando mentalmente la maschera di Netrus, con un entusiasmo che non preannunciava nulla di buono per la serata.
CAPITOLO 9PADRI E FIGLI
PARTE II
Dall'altro lato della sala le cose procedevano con la calma di chi non sta pianificando nulla, ma semplicemente vivendo la serata per ciò che è.Thalaniel era tornata al tavolo con passo silenzioso, guardinga; la mente andava alla conversazione avuta poco prima nella camera, mentre gli occhi cercavano automaticamente i volti familiari dei compagni. Rhiannon la vide arrivare prima degli altri e spostò appena la sedia per farle spazio. Gwinn era seduto con le ali ripiegate e l'aria di chi ha trascorso il tempo a osservare, traendo conclusioni interessanti ma non urgenti, mentre Basid ruotava lentamente il bastone tra le dita, il cappello a cilindro ancora impeccabilmente al suo posto, come se il Galà non lo avesse sfiorato. Come da richiesta di Lord Yeltuan, aveva già individuato i propri obiettivi.
Fu in quel momento che Blue Turnip apparve in cima alla scalinata.
Lo riconobbero all'istante: le spalle larghe, la treccia rossastra messa in risalto dalla pelle blu e i motivi tribali che nessun abito da sera riusciva a nascondere del tutto. Scendeva con la postura di chi ha passato le ultime ore a fare i conti con il disarmo forzato, un compromesso che gli pesava sullo stomaco con l'ostinazione di un sasso.Little Turnip quando lo vide, si alzò di scatto dalla sedia, con la soddisfazione di chi aveva ottenuto quello che voleva.
«Papà!»
Blue Turnip scese gli ultimi gradini con una velocità superiore alla dignità che si era prefissato di mantenere per l'intero Galà. Il momento in cui si abbracciarono fu breve: il ranger non era il tipo che si lasciava andare in pubblico, e la bambina lo sapeva a sufficienza da non insistere oltre. Ma in quei tre secondi qualcosa nei lineamenti scorbutici del padre si sciolse, con la rapidità della neve al sole.
Poi la piccola si fece indietro e lo guardò con un'espressione stranamente seria per la sua età.
«Papà... »
«Cosa.»
«Posso togliermi questo?», indicò gli indumenti da maschio che portava dal loro arrivo — il giubbetto, i pantaloni, il cappellino che le copriva la testa. «Mi sento una salsiccia, voglio essere anche io carina come loro… »
Blue Turnip la guardò. Spostò gli occhi su Rhiannon nel suo abito rosso cremisi con i ricami dorati, Thalaniel con il vestito verde e gli intarsi di foglie. Guardò di nuovo sua figlia e sospirò.
«Va bene» disse.
Il volto di Little Turnip si accese con un sorriso enorme, totale, che aveva la qualità rara di illuminare le persone intorno senza che se ne accorgessero. Rhiannon rise, un suono caldo e genuino, e si alzò per aiutarla, sistemandole i capelli, aggiustando i lacci, trasformandola con pochi gesti pratici in una piccola principessa selvatica con la pelle blu e gli occhi dorati.
Blue Turnip osservò la scena a braccia conserte, stampandosi in faccia un'espressione che cercava di essere burbera senza riuscirci del tutto.
«Un ballo» disse infine, porgendo una mano enorme alla figlia. «Uno solo.»
Little Turnip prese quella mano con entrambe le sue.Quando entrarono in pista, l'orchestra suonava una melodia lenta e poco impegnativa. Blue Turnip prese sua figlia, la poggiò dritta sui propri piedi e si mosse con la goffaggine commovente di chi non ha mai imparato a danzare, ma fa del suo meglio per regalare un momento indimenticabile; un qualcosa che, dopo gli eventi degli ultimi mesi, serviva a entrambi.
Quando la musica finì, il ranger riaccompagnò Little Turnip al tavolo con la stessa solennità con cui avrebbe concluso una battaglia importante. La piccola stringeva ancora quel palmo enorme, soddisfatta e radiosa come solo i bambini sanno essere dopo aver ottenuto esattamente quello che volevano. ______________________Trinity e Kerchak erano di ritorno dal corridoio laterale dove si trovavano le varie camere per gli ospiti. Insieme ad Armstrhool, rimasto qualche passo indietro, erano riusciti a tramortire Lord Yeltuan quanto bastava a mantenerlo privo di sensi per il resto della serata.Passarono accanto al tavolo di Rhiannon e dei suoi compagni senza rallentare; Kerchak aveva già calcolato il percorso, identificato le guardie da evitare e pianificato la sequenza di movimenti necessaria per ritornare da Endy e Kermit senza dare nell’occhio.
«Guarda, papà.» La voce era piccola, curiosa, intrisa del tono innocente dei bambini che non hanno ancora imparato come certe osservazioni vadano trattenute. «Una scimmia parlante.»
Kerchak si fermò.
Si voltò lentamente verso la fonte del suono. Little Turnip lo fissava con gli occhi spalancati e un'espressione di meraviglia genuina, priva della minima cattiveria.
Il primate la squadrò per un lungo istante. Poi, con la lentezza deliberata di chi seleziona con cura la propria reazione, si avvicinò e si piegò sulle ginocchia, portando lo sguardo al livello di quello della bambina. Posò un palmo guantato di bianco sulla sua testa.«Ragazzina» disse, con un tono che era quasi divertito, «non sai che non si giudicano le persone dall'aspetto?» Una pausa. «Tua madre non te l'ha mai—»
«EHY RAGAZZO.»
La voce di Blue Turnip tuonò verso di lui, bassa e immediata. Il ranger fece un passo avanti, inchiodando la propria mano sulla spalla di Kerchak e stringendo quanto bastava ad ammonirlo.
Lo stallo peggiorò quando un arto meccanico si posò sulla schiena del ranger, da dietro. La presa era ferma, pesante; esercitava una pressione non violenta, ma che non lasciava dubbi sulla propria natura.«Ehi, ragazzo.» La voce di Trinity era piatta come sempre. «Metti giù quella mano, se ci tieni ad averla ancora attaccato al braccio.»
Blue Turnip si bloccò.
Si girò lentamente verso chi lo stava tenendo e incontrò il bagliore rosso dell'occhio artificiale di Trinity: mantenne il contatto visivo con la fermezza di chi non si fa impressionare da nulla. Il silenzio che seguì aveva la consistenza densa delle circostanze capaci di prendere molte direzioni diverse, nessuna delle quali particolarmente piacevole. Al tavolo, quelle frazioni di secondo parvero durare ore.«Posso aiutarvi?»
Rhiannon si inserì tra i due con una naturalezza disarmante. Il suo sorriso era caldo, aperto, intenzionato a placare gli animi con la propria gentilezza.
Blue Turnip abbassò lo sguardo su di lei. Trinity allentò impercettibilmente la morsa. Kerchak si era già rialzato con la dignità misurata di chi non comprende il motivo di quel teatrino, nato per un gesto che considerava perfettamente ragionevole.Little Turnip assisteva alla scena con immenso interesse, spostando gli occhi da un adulto all'altro.
«La bambina» disse Blue Turnip, la voce ancora tesa ma un grado più bassa di prima, «è mia figlia.»
«E la scimmia» disse Kerchak con una precisione glaciale, «è stanca di essere chiamata scimmia.»
Little Turnip li guardò entrambi.
«Sapete ballare anche voi?» chiese.In quel preciso istante si intromise Armstrhool, spuntando dal nulla con il passo calmo di chi si ritrova sempre nel posto giusto senza averlo pianificato. Si sedette pesantemente su una sedia che protestò in modo eloquente e posò sul tavolo una quantità di tartine che nessuno gli aveva chiesto.«C'è un problema», disse, prendendo una manciata di stuzzichini dal vassoio e iniziando a masticarli con gusto.
Tutti lo guardarono.
«Le guardie cercano la mia Thalaniel.»
Indicò con un gesto vago verso il centro della sala.
«E credo anche la piccola.»
Come se avesse intercettato quella frase, una delle sentinelle dorate si fermò tre tavoli più in là e voltò lentamente la testa nella loro direzione.Blue Turnip posò istintivamente una mano sulla spalla della piccola, Thalaniel si strinse nelle spalle, mentre Trinity fece un gesto a Endy e Kermit di raggiungerli.
Per la prima volta dal loro ingresso nel palazzo della Dama Bianca, quei due tavoli smisero di essere realtà separate e diventarono un'unica cosa: undici persone che fissavano lo stesso punto, minacciate dal medesimo pericolo immediato.La musica continuò a suonare, ma nessuno ballava più.
CAPITOLO 10IL MOMENTO DEL CAOS
PARTE I
Il problema con i piani, Endy lo sapeva da quando aveva un nome diverso, è che funzionano solo fino all'istante in cui subentrano le variabili escluse dal calcolo. E quel momento arriva sempre prima del previsto.Le guardie dorate si trovavano ancora a tre tavoli di distanza, ma la fermezza con cui quella sulla destra manteneva lo sguardo nella loro direzione, mentre si coordinava con le altre, segnalava che il margine si stava assottigliando.
Secondi, non minuti.
Fu Armstrhool a parlare per primo, con la naturalezza con cui avrebbe chiesto di passargli il sale.
«Mettiamole nella borsa.»
Tutti lo guardarono.
«È grande» aggiunse, come se questo chiarisse ogni cosa.Blue Turnip lo osservò con un’espressione indecifrabile.
«Nella borsa.»
«È sicura» disse Armstrhool.
«È una borsa.»
«È una borsa molto sicura.»
«Stai forse suggerendo» ringhiò Blue Turnip, con la voce che accumulava vibrazioni cariche di rabbia, «che vuoi mettere mia figlia, la mia unica figlia dentro una borsa.»
«Insieme a Thalaniel» precisò Armstrhool. «Per la loro sicurezza.»Il ranger abbassò gli occhi sul contenitore, e sul suo volto l'astio mutò presto in rassegnazione. Non riusciva a trovare argomentazioni valide a confutare quella follia, considerando che le alternative erano di gran lunga peggiori. Ispezionò lo spazio circostante in cerca di altre soluzioni, senza successo. Il palazzo sorgeva nel cuore di una volta stellata, le guardie nella sala erano tante, troppo rispetto a loro e ogni arma era stata confiscata all’ingresso.
«Se le succede qualcosa… » disse infine, pesando ogni parola come pietre, «rimpiangerai il giorno in cui hai trovato quel pezzo di stoffa.»
Armstrhool annuì con la serietà di chi accetta un patto solenne.
«Mi sembra equo» disse. Little Turnip aveva già sbirciato nella borsa, con la curiosità e la consapevolezza di una nuova avventura offerta su un piatto d’argento.
«C'è spazio?» chiese.
«Tantissimo» disse Armstrhool.
«Ci sono mostri?»
«No.»
«Ci sono dolci?»
Armstrhool aprì la borsa e guardò dentro con aria riflessiva, come se stesse consultando un inventario mentale molto complesso.
«Probabilmente sì» disse.La bambina si voltò verso il padre con l'espressione di chi ha già preso la decisione al posto suo. Blue Turnip incontrò quel volto — quegli occhi dorati identici ai propri, la fiducia assoluta che i figli piccoli concedono anche quando i genitori non sanno cosa stiano facendo — e sentì cedere qualcosa dentro di sé con l'inevitabilità con cui cedono le dighe.
«Vai» disse, «e fa attenzione. Non appena si calmeranno le acque e lasceremo questo posto, ti tirerò fuori.»
Thalaniel entrò per prima: prese un respiro profondo, attese che i cacciatori si distraessero un istante e varcò la soglia. Little Turnip la seguì con un balzo piccolo e preciso, stringendo ancora il lembo del vestito da principessa che Rhiannon le aveva sistemato poco prima.
Poi la borsa si chiuse. Non giunse alcun suono da dentro. Nessuna voce, nessun movimento, nessuna traccia che vi fosse qualcuno all'interno, come se lo spazio in quel guscio di stoffa obbedisse a regole diverse da quelle del resto del mondo.Blue Turnip si chinò lentamente. Aprì i bordi quanto bastava per guardare all’interno.
Buio, silenzio, come se stesse ispezionando un pozzo privo di fondo visibile.
Si rialzò. Fissò Armstrhool con quegli occhi dorati che non si perdevano nulla e non perdonavano facilmente.
«Dove sono.»
Armstrhool ci pensò un momento. «Al sicuro» disse accennando un sorriso.
«Dove.»
«In un posto sicuro.»
Blue Turnip lo squadrò senza parlare.
«Quando quella borsa si riapre» disse infine, con la voce così bassa da risultare un sussurro, «spera che mia figlia sia esattamente come l’ho lasciata. Altrimenti io— »
Armstrhool annuì e non gli lasciò concludere la frase.
«E' chiaro.» disse. Le guardie si avvicinarono al tavolo con la compostezza formale di chi sta eseguendo un ordine. Erano in due, elfi dalla corporatura esile ma dalla postura militare, con le armature dorate a rilucere sotto i lampadari e gli sguardi che scivolavano metodicamente da un volto all'altro, in cerca di un dettaglio o di un sospetto.Basid li vide arrivare con il tempo sufficiente per prepararsi, come se la sua stessa presenza si riorganizzasse dall'interno. La corporatura rimase la sua, gli abiti rimasero gli stessi, ma il modo in cui occupava lo spazio e i lineamenti del volto mutarono completamente. Quando parlò, la voce di Lord Andar Yeltuan riempì l'aria circostante con la precisione secca di chi ha trascorso decenni a imporre la propria volontà e non ha mai avuto motivo di ribadirla.«Già trovate e già gestite, sergente.»
La prima sentinella si irrigidì impercettibilmente — quel movimento involontario del corpo di fronte all'autorità vera.
«Lord Yeltuan?»
«In persona.» Nel tono c'era una sfumatura di irritazione calibrata, tipica di chi trova seccante dover spiegare le proprie decisioni a un sottoposto nella gerarchia.
«La situazione è sotto controllo. Vi farò sapere quando avrete bisogno di intervenire.»
I due soldati si scambiarono uno sguardo rapido, poi ispezionarono gli invitati seduti davanti a loro.
«Agli ordini» disse infine la prima.
Si allontanarono con la medesima compostezza con cui erano arrivati, scivolando tra i tavoli verso il centro del salone come se non fosse accaduto nulla di notevole.Rhiannon le guardò andare trattenendo il respiro. Poi lo rilasciò lentamente.
«Come hai fatto?»
Basid smise di essere Lord Yeltuan con la stessa naturalezza con cui aveva iniziato, scrollando le spalle con un gesto che era quasi una scusa.
«Ho imparato» disse, tornando alla propria voce con la semplicità di chi cambia giacca, «che le persone credono a quello che si aspettano di sentire. Raramente guardano oltre.»Blue Turnip fissava ancora la borsa chiusa con le braccia conserte, come se rimanere in quella posizione fosse l'unica cosa che gli impediva di fare qualcosa di sconsiderato. Non disse nulla. Ma i suoi occhi non si spostarono dall’oggetto per il resto della serata.
CAPITOLO 10IL MOMENTO DEL CAOS
PARTE II
Rhiannon non aveva pianificato di salire sul palco.O almeno, non razionalmente. Quel diversivo le nacque dentro d'istinto, come se una parte di lei lo avesse previsto ancor prima di trasformarlo in azione.
Quando l'orchestra rallentò tra un brano e l'altro e il direttore si voltò verso il pubblico, con il gesto universale di chi cerca un'ispirazione, la barda si trovava già sulla balconata, con un sorriso timido rivolto ai musicisti.
«Ehm, salve! È da tutta la sera che vi ascolto e vi ammiro. Pensate che sarebbe possibile esibirmi insieme a voi?»
Il direttore la squadrò con le sopracciglia appena sollevate. Lei sostenne quel silenzio, finché l'uomo non le fece un cenno d'assenso.
Dopo aver ispezionato alcune partiture ne scelse una, le fecero spazio e salì.
Per un istante rimase immobile al centro della scena. Sotto di lei il salone si estendeva in tutta la sua vastità illuminata: centinaia di maschere, di conversazioni e di storie che si intrecciavano sotto i lampadari di cristallo.Vide Kaylus vicino alla colonna destra, immobile, lo sguardo teso a monitorare il salone. Vide Blue Turnip seduto a braccia conserte, le pupille ancora inchiodate su Armstrhool; vide Endy che ignorava il palco per ispezionare le scale, focalizzata sul passo successivo e in attesa del momento giusto.
Scorse Parrot tra la folla, con il cappello a tesa larga a svettare sopra le altre maschere, mentre Basid avanzava con Gwinn al fianco verso il tavolo in cui Netrus sedeva con il calice in mano: la postura sicura di chi crede di avere potere su ogni singola persona presente.
La musica era la loro copertura. Confidavano che il canto di Rhiannon avrebbe attirato l'attenzione generale sulla balconata per il tempo necessario a permettere ai due di avvicinarsi, parlare a bassa voce e convincere il bersaglio che fosse nell'interesse di tutti seguirli in un luogo più discreto. Il nome di Bilos. Sarebbe bastato quello, lo sapevano entrambi, per trasformare un individuo prudente in un uomo disposto a preferire le ombre alla luce. A suggellare l'opera di convincimento, una stretta di mano intrisa della colla indissolubile agli estratti di miele che Basid portava con sé dal viaggio a Fiorbrick.L’orchestra iniziò a suonare.
Le prime note si susseguivano in una progressione antica: il tipo di melodia che sembra di aver già udito anche quando la si ascolta per la prima volta, come se provenisse da un luogo precedente alla musica stessa, da un'armonia che esisteva prima che qualcuno decidesse di chiamarla canzone.
Le conversazioni nel salone rallentarono.
Poi arrivò il suo turno e Rhiannon aprì la voce.Non era uno strumento come gli altri. Non si trattava di tecnica, di volume o di perfezione formale. Era un suono che portava con sé un vissuto, una mancanza, un traguardo cercato con ostinazione lungo strade che non avevano ancora trovato la propria destinazione. Possedeva la qualità rara delle voci che non cantano di un argomento, ma nascono da un'origine profonda: da un luogo reale, da una perdita autentica, dalla memoria di casa; e che, in quell'occasione, proveniva dal ricordo di una lettera che suo padre aveva scritto a sua madre, un foglio che lei aveva riletto troppe volte in pochi giorni per poterlo dimenticare e che quella sera, in quel salone affollato di maschere, misteri e individui che nascondevano verità taciute sotto gli abiti eleganti, sembrava l'unica cosa onesta che avesse da offrire al mondo.La sala si fermò.
Fu un processo graduale: prima i tavoli vicini alla balconata, poi quelli più distanti, fino a raggiungere gli angoli in cui le conversazioni si dimostravano più resistenti. Alla fine la marea del vociare si placò, e la melodia di Rhiannon rimase l’unica cosa a muoversi nel salone. I servitori smisero di circolare tra gli ospiti; qualcuno posò il calice sul legno con una lentezza calibrata, nel tentativo di evitare il minimo rumore.
Gli occhi della barda erano chiusi. Non si trattava più di una performance studiata per attirare l’attenzione; nel momento stesso in cui si era lasciata trasportare dall’orchestra, quel compito era passato in secondo piano. Stava cantando per il padre che non aveva mai incontrato, e che non riusciva più a odiare del tutto per averle abbandonate; per la madre che non avrebbe più rivisto; per Thalaniel e il bocciolo di Aelir ridotto in cenere sul ponte bruciato di una nave; per Kaylus e il fuoco nel petto che il tiefling stava imparando a sopportare. Cantava per ogni persona in quel palazzo che avesse smarrito qualcosa lungo la strada, senza aver ancora compreso se valesse la pena tornare indietro a cercarlo.Cantava per tutti loro e la sala, come ipnotizzata, la ascoltò. Nel frattempo, tra la folla immobile e silenziosa, Basid e Gwinn raggiunsero il tavolo di Netrus ed Endy, dalla propria posizione, scorse i tre uscire dall'ambiente.Quando la canzone finì, il silenzio durò qualche istante, come se la sala sperasse non fosse davvero finita. Poi il salone esplose in un applauso che non aveva nulla di formale né di dovuto.Kermit scelse quel momento.
Con la maschera di Netrus Biancamano sul volto, avendo adattato alla perfezione non solo la corporatura, ma anche il portamento di quell’individuo che aveva passato la vita a sembrare più importante di quanto fosse, salì la scalinata con passo rigido e controllato. Si fermò sul ballatoio in cima, sopra la folla ancora calda per l'ovazione, e aspettò.
Gli sguardi trovarono la figura familiare quasi immediatamente: Netrus Biancamano, in piedi sul rialzo con un'espressione determinata, persino sfacciata, che nessuno gli aveva mai visto addosso; un'attitudine aperta e deliberata, priva della cautela consueta.
Quando l'ambiente fu a sufficienza silenzioso, parlò.
Eseguì il suo discorso con la dizione impeccabile del consigliere, ma disse cose che il vero Netrus non avrebbe mai espresso così apertamente. Rivelò l'esistenza dei laboratori finanziati con fondi pubblici dove uomini e donne venivano usati come cavie per ricerche sulla Peste dell'Ofide, mai destinate a guarire alcuno; denunciò i voti dell'assemblea di Altheyn comprati uno a uno con minacce velate e favori non documentati; parlò di Bilos, dei contratti nascosti nei cassetti della propria dimora e dei piani per far sparire Lord Yeltuan prima dell'alba, prima che il Consiglio si riunisse impedendogli di testimoniare. Disse tutto ciò che gli Esplorandieri — il soprannome che Rhiannon e gli altri avevano acquisito dopo aver salvato Fiorbrick — ed Endy gli avevano riferito al tavolo.L'ambiente ascoltò in silenzio, intento ad assimilare le rivelazioni e a decidere come reagire.
«E ora che sapete tutto questo», disse il falso Netrus, e in quel frangente la dizione di Kermit tradì quasi la sua vera identità con un'inflessione un po' troppo compiaciuta, «sappiate che tenterò comunque la fuga.»
Nel salone esplose un vociare sempre meno sommesso, che sfociò in insulti e grida indignate verso il consigliere. Il finto Netrus salì i gradini di corsa, attraversò il disimpegno lasciando gli invitati attoniti e scomparve verso l'ingresso principale.
Dietro un angolo, fuori dalla vista di chiunque, Kermit si sfilò la maschera esalando un sospiro di profondo sollievo, appena in tempo prima dell’arrivo delle guardie. Recuperate le sue sembianze ordinarie, si diresse verso il tavolo con il passo tranquillo di chi ha portato magistralmente a termine il proprio compito e aspetta solamente gli applausi dovuti.
CAPITOLO 10IL MOMENTO DEL CAOS
PARTE III
Nella cripta della Dama Bianca le cose procedevano con meno teatralità e un'atmosfera decisamente più pesante.Basid aveva condotto Netrus fin lì durante l’esibizione di Rhiannon, dopo aver incollato la mano del consigliere alla propria. Aveva approfittato dell'istante in cui ogni sguardo nel salone era rivolto verso la pedana per approcciarlo e dire lo stretto necessario a convincerlo ad allontanarsi, senza allarmare gli altri ospiti.
Bilos. I contratti. I nomi. Ogni informazione era stata posata davanti al bersaglio con la delicatezza di un chirurgo intento ad aprire un organo fragile senza romperlo, lasciando che fosse il nobile stesso a capire quanto risultasse esposto, quanto poco spazio gli restasse tra il proprio status e il baratro che l'uomo col cilindro aveva spalancato di fronte a lui.
Netrus lo aveva seguito non per scelta, ma perché in quel frangente assecondarlo era l'unica mossa utile a proteggere ciò che aveva costruito. E anche perché la colla al miele che serrava la loro stretta di mano non accennava a cedere.L'ipogeo era silenzioso, con l'aria immobile e la luce di poche torce a disegnare ombre allungate sulle pareti di pietra antica.
L'altare si stagliava al centro — lo stesso monumento dalle fattezze gentili che Kaylus aveva osservato poco prima — e davanti al marmo Netrus si era arrestato, mantenendo la postura rigida di chi rifiuta di mostrare debolezza. Gwinn volava lentamente intorno alla sala, con le ali traslucide a produrre un ronzio leggero e gli occhi azzurri fissi sul consigliere.
«Credete davvero», disse Netrus, preservando nella voce la costruzione impeccabile dell'oratore, «di avere elementi a sufficienza per distruggermi? Le parole di due sconosciuti contro decenni di servizio alla corona di Altheyn?»
«Non solo parole», replicò Basid. «Documenti. Testimoni. E un prigioniero che ha tutto l'interesse a parlare prima che qualcun altro lo faccia al posto suo.»
Netrus spostò il peso da un piede all'altro con un movimento minimo, quasi impercettibile: il riflesso involontario che il corpo produce quando la mente elabora la propria vulnerabilità e non trova una via d'uscita pulita.
Fu allora che Lady Aldeim entrò nella cripta.Si fermò sulla soglia con il calice ancora in mano, il mantello grigio le ricadeva sulle spalle con perfezione studiata, e osservò la scena mostrando una curiosità distaccata. I suoi occhi scivolarono da Basid a Gwinn, poi si arrestarono su Netrus; in quell'istante il suo volto mutò in un'espressione compiaciuta, tipica di chi ha atteso quel frangente con pazienza e lo sta assaporando senza rivelarlo del tutto.
Sorrise. Un sorriso sottile, che non era diretto a nessuno in particolare ma che Netrus, tuttavia, lo colse e ne comprese l'esatto significato, poiché aveva trascorso la vita a decifrare le espressioni altrui e quella era inequivocabile.
Aldeim godeva.
Lei, che lo aveva affiancato per mesi, ne aveva alimentato l'ego, gestito le relazioni e intrecciato le trame che il consigliere non riusciva a governare da solo, stava assaporando la sua caduta con la calma di chi l'aveva vista arrivare da lontano, scegliendo di non avvertirlo.
Netrus si raddrizzò. «Questa faccenda...», disse, e la voce recuperò una nota tagliente, «...non è finita.»
«No», concordò Basid con assoluto distacco. «Ma per stasera, sì.»
Le porte della cripta si spalancarono.Le ante si spalancarono del tutto, lasciando filtrare il bagliore del corridoio e con esso la figura della regina Thilien.
Avanzava con una presenza che non richiedeva annunci né preparativi. Una regalità solida, fredda, capace di catalizzare l'attenzione dei presenti nell'istante stesso in cui i suoi passi toccarono la pietra.
Quattro guardie dorate la seguivano in formazione, ma i loro passi erano quasi inudibili dietro i suoi, come se esistessero per completare un'immagine più che per svolgere una funzione reale.
I suoi occhi percorsero la sala con precisione: Basid, Gwinn, Aldeim — su Aldeim si fermò un istante in più — e, infine, Netrus. Su di lui lo sguardo rimase.
Il consigliere accennò un movimento verso di lei, per quanto le mani incollate glielo permettessero, stampandosi in faccia il consueto sorriso.
«Mia regina», disse, sfoderando nella voce l'intero arsenale di chi ha trascorso decenni a rendersi indispensabile, «questi individui mi hanno teso un'imboscata. Devo ringraziarvi per la tempestività dell'intervento; senza di voi—»
«Arrestatelo.»
La voce della sovrana troncò il discorso di Netrus di netto, priva di enfasi o di rabbia visibile.Il traditore rimase a bocca aperta. Quel sorriso gli restò sul volto per una frazione di secondo di troppo, come un oggetto dimenticato dopo che tutto il resto è già cambiato. Poi svanì.«Mia regina», insistette, e in quel frangente la voce perse del tutto la cura impeccabile, «le prove che costoro hanno presentato sono false, un montaggio orchestrato da rivali politici per destabilizzare il Consiglio alla vigilia dell'accordo. Se mi permettete di spiegare—»
La sovrana non si mosse, né mutò espressione. Fissò l'uomo con un distacco assoluto che l'accusato riconobbe con un ritardo fatale: nei suoi occhi non c'era la minima apertura verso quelle giustificazioni, ma solo una decisione presa ed eseguita nell'unico modo che contava.
La sua presenza in quella cripta non serviva a valutare. Serviva a chiudere.
Altheyn non poteva permettersi lo scandalo di un alto consigliere che confessava pubblicamente i propri crimini; la regina lo sapeva, e Netrus con lei. Il fatto che entrambi ne fossero consapevoli non avrebbe cambiato nulla, poichè la regina aveva già scelto di sacrificarlo prima che lo scandalo la raggiungesse, prima ancora che le porte della cripta si aprissero.Le guardie si mossero rapide, in perfetta formazione. La mano di Netrus incollata a quella di Basid venne tagliata di netto da un fendente di alabarda.
Netrus urlò ma non resistette. Non perché avesse accettato la sconfitta, ma perché resistere in quel momento, in quella cripta, alla presenza della regina,avrebbe significato perdere l'unica cosa che gli rimaneva: la possibilità di uscirne ancora in piedi, ancora in grado di pianificare, ancora con qualcosa da usare quando il momento fosse arrivato.Mentre lo trascinavano verso l'uscita, riuscì a voltarsi un'ultima volta verso Basid con un'espressione che non aveva più nulla delle finzioni esibite per l'intero Galà. Non il consigliere, non l'uomo di potere: solo un individuo che aveva calcolato male una variabile cruciale e stava già tentando di capire dove avesse fallito i conti.
La porta si richiuse.La regina rimase immobile per un istante nel silenzio che seguì, poi si voltò verso Basid e Gwinn con la medesima compostezza con cui aveva congedato Netrus.
«Al vostro tavolo», disse. «Dopo il Ballo dei Tre Segreti.» Una pausa calibrata. «Mi restituirete ciò che avete preso.»
Non specificò l'oggetto, non c’era bisogno di farlo. La consapevolezza della sovrana, pur senza che alcuno l'avesse informata, costituiva un avvertimento sufficiente. Poi scivolò fuori dalla cripta con le guardie rimaste, lasciandosi alle spalle la quiete delle volte di pietra.
Aldeim terminò il proprio vino con calma.
«Interessante serata», commentò infine con tono leggero.
Si avviò verso l'uscita con quel passo avvenente e consapevole che aveva esibito per l'intero Galà. «Per tutti noi», aggiunse, senza voltarsi.
__________
Il salone era ancora percorso da quel brusio particolare che la folla produce quando assiste a qualcosa di immenso, incapace di decidere come raccontarlo, quando il maître tornò al centro della scena.
Non alzò la voce per imporsi: aspettò semplicemente che il silenzio giungesse da solo. I violini tacquero uno dopo l'altro, i servitori si immobilizzarono lungo le pareti e gli invitati si voltarono verso il centro, spinti dalla curiosità e dall’aspettativa tipiche di chi sa che il Galà non è concluso e che, forse, stava per arrivare all’evento più atteso da tutti i presenti.
Il maître si schiarì la voce.«Signore e Signori delle Terre Civilizzate.»
La voce risuonò nitida sotto la cupola, senza alcuno sforzo, occupando ogni angolo del salone.
«È giunto il momento dell'evento che chiude ogni Galà delle Terre Civilizzate.»
Il maître sostenne l'attesa per qualche istante, lasciando che la tensione crescesse tra gli ospiti, prima di pronunciare le parole successive.«Il Ballo dei Tre Segreti.»
CAPITOLO 11BALLO DEI 3 SEGRETI
PARTE I
Un brusio di eccitazione iniziò a percorrere l'ambiente; il maître attese con pazienza che il salone tornasse silenzioso prima di proseguire.«Il Ballo dei Tre Segreti non è un ballo come gli altri. Chi ha bevuto dal calice questa sera ha già accettato il contratto. La magia del brindisi è vincolante: nessun incanto potente potrà essere lanciato durante il ballo, nessun accordo potrà essere rinnegato, nessun segreto condiviso in questa sala potrà essere usato come arma al di fuori di essa.»
Indicò il grande braciere di pietra nera al centro della sala, spento e quasi invisibile tra le decorazioni fino a quel momento.
«Ogni coppia sceglierà un partner che non appartenga al proprio tavolo. Durante la danza, ciascuno dichiarerà all’altro tre informazioni, senza rivelarne la natura. L'altro dovrà indovinare quale è la verità nascosta, quale la bugia e quale il segreto. Poi i ruoli si invertiranno.»
Si fermò un momento.
«Ogni cosa detta durante questo ballo verrà registrata dal braciere e, al termine, tre di esse verranno estratte: una sarà messa all'asta, una verrà bruciata e dimenticata da ambo i partecipanti per sempre, mentre l'ultima sarà rivelata a tutti i presenti.»
Attese giusto il tempo necessario affinché il regolamento fosse chiaro a tutti.
«Ora, scegliete il vostro partner, signori. Il ballo ha inizio.»Le coppie si formarono con naturalezza apparente, anche se, quelle scelte nascondevano molta più intenzione di quanto volesse sembrare, e la sala si mise in moto con la musica; una melodia più lenta e densa delle precedenti, dopotutto l'orchestra sapeva che quello che stava accompagnando non era semplice danza.D non andò incontro a Endy. La attese vicino alla colonna destra, immobile, con le mani incrociate dietro la schiena e un'espressione che non tradiva alcuno dei suoi pensieri. Manteneva gli occhi fissi su di lei dal momento in cui il maître aveva iniziato a parlare, con un’attenzione profonda, non incrinata nemmeno dagli inviti di due bellissime dame.
Endy lo raggiunse con passo deciso; nel momento in cui si trovarono faccia a faccia, l’uomo si inchinò con una grazia del tutto naturale, come se il suo corpo non avesse mai appreso un modo diverso di muoversi.
«Endy» disse, riposizionando il cappello sulla testa dopo la riverenza.
«D» rispose lei.La guidò al centro della pista da ballo e iniziarono a danzare. Si mossero insieme con quella familiarità strana che si produce tra individui che condividono troppi segreti per ignorarsi e si conoscono troppo poco per fidarsi davvero. La tensione non sparì con la musica, ma si trasformò in ritmo, diventò una distanza precisa, quasi intima, che nessuno dei due sembrava intenzionato ad attraversare per primo.
Poi D parlò.
«Prima io» disse, guidandola attraverso una figura lenta con una pressione leggera sulla schiena.
«Ho trascorso più anni di quanti tu possa immaginare a costruire ciò che altri distruggevano. Ma ho continuato lo stesso; non perché credessi davvero nel risultato. Smettere, però, avrebbe significato ammettere che avevano ragione loro.»
Pausa.
«Sono qui per ordini di IA.»
Pausa.
«Io sono Darian.»
Dopo l’ultima frase un sorriso sfacciato apparì sul suo volto, mantenendo lo sguardo fisso negli occhi di Endy, che lo sostenne per tutto il tempo.Le tre dichiarazioni atterrarono con impatti differenti: la prima portava il peso di un vissuto; la seconda la piattezza delle formule pronunciate tanto per dovere; la terza, invece, non attecchì subito. Rimase sospesa per un istante, come un dato che la mente riceve ma non processa all'istante, poiché non sa ancora dove collocarlo.
Io sono Darian.
Endy continuò a danzare. L'arto meccanico posato sulla spalla dell'agente del Fano non si mosse; le sue dita vive, quelle della parte del corpo ancora in carne ed ossa, che poco prima stringevano la mano dell'uomo con precisione, allentarono del tutto la presa.
Darian, il ragazzo impacciato di Elgard, l'apprendista di Meldimalk che li aveva accolti con quella timidezza goffa e genuina, così stonata rispetto all'ambiente circostante. Darian che aveva ricevuto consigli da Armstrhool su come conquistarla, in un'epoca in cui Endy non si dimostrava ancora capace di sentimenti per comprenderlo appieno. Darian che era stato sgozzato dai sicari del Fano davanti ai loro occhi, il corpo abbandonato nel fango con quella brutalità definitiva che non lasciava spazio a dubbi, prima di svanire nel nulla.
Il ragazzo che era morto e che, evidentemente, non lo era mai stato.Endy alzò gli occhi su D con un'espressione che non era né di rabbia né di sollievo; un sentimento privo di un nome semplice. Era ciò che accade quando la realtà considerata certa si riorganizza attorno a un’informazione nuova, e ogni convinzione diventa improvvisamente instabile.
«La seconda è la bugia» disse infine, la sua voce era più piatta del solito, cercando di riprendere il controllo delle proprie azioni. La mano riprese a stringere quella del partner. «Non sei qui per ordini di IA. O almeno non è la motivazione principale per la tua presenza al Galà.»
Si fermò un momento.
«La prima è la verità. E la terza...»
Lo guardò.
«La terza è il segreto. Perché è l'unica cosa che non avresti detto a nessuno di noi. E perché questo cambia tutto quello che credevo di sapere su quegli eventi, su quella notte.»
Darian non confermò né smentì, ma il silenzio che seguì costituiva già una risposta, ed Endy era troppo abituata a interpretare i silenzi per non comprenderlo.
«Ora sta a lei, milady» disse sfoggiando un sorriso differente dai precedenti.Endy respirò lentamente, valutando con cura le parole da pronunciare.
«Ho accettato questo ballo per avere informazioni su chi fosse mia madre.»
Pausa.
«Prima della fine di questo ballo ho intenzione di baciarti.»
Pausa.
«Non so ancora di preciso chi sono. Ma so cosa non sono più.»
D la guidò attraverso un'altra figura in silenzio, assecondandone il movimento come se avesse bisogno di quel tempo. Quando parlò, lo fece piano, quanto bastava a confinare la voce tra loro due soltanto.«La prima è la bugia: non sei qui per indagare su tua madre. Sei qui perché non avevi altra scelta, e perché una parte di te voleva esserci comunque.»
Sembrò pensarci su un istante di più prima di proseguire.
«La terza è la verità, perché stai iniziando a comprenderlo adesso, nell'istante stesso in cui formulavi quel pensiero.»
Si avvicinò di qualche centimetro.
«E la seconda è il segreto, perché è la cosa più vera che hai detto questa sera, e una parte di te desiderava che non lo fosse.»
Endy lo guardò per un momento.
L'uomo aveva invertito i fattori: aveva definito segreto la provocazione sul bacio, quella che lei aveva elaborato come pura tattica, come un tassello programmato con la freddezza di un obiettivo da raggiungere. E aveva chiamato verità la terza, l'unica che le era pesata più di ogni altra dichiarazione pronunciata da parecchio tempo.
Aveva avuto torto sulla classificazione formale. O forse aveva ragione su ciò che contava davvero.
__________
Poco più in là, Rhiannon e Kerchak si muovevano tra le coppie con la discrezione di chi ha un compito preciso. Si erano accordati prima di dividersi: Rhiannon abbastanza vicina da tenere d'occhio la collana, Kerchak pronto a intervenire nel momento giusto.
La collana era visibile sotto il soprabito verde di D ogni volta che la musica richiedeva un movimento ampio, e Kerchak aveva già calcolato il frangente esatto in cui sarebbe stato possibile agganciarla senza essere visto.
Attesero.
__________
Dall'altra parte della sala, Blue Turnip era riuscito a ottenere un ballo con la regina Thilien in persona, e si muovevano con la distanza formale di due individui che non si fidano l’uno dell’altro e preferiscono che sia evidente.
Il ranger si muoveva con la goffaggine dignitosa di chi non sa ballare ma si rifiuta di apparire ridicolo, e la sovrana lo assecondava con quella grazia naturale che possedeva da sempre.
«Altheyn sta cadendo» disse la regina con il tono piatto di chi sta comunicando un’informazione palese.
Pausa.
«Uno di voi è una maschera.»
Pausa.
«Sono la madre di qualcuno della vostra combriccola.»Blue Turnip continuò a danzare senza mutare espressione. Elaborò in silenzio, con l'attenzione calibrata di chi valuta ogni variabile, rifiutandosi di rispondere prima di aver compreso davvero.
«La prima è la verità» disse infine. «Lo sento nelle fondamenta quando cammino. Altheyn sta cedendo da qualche parte.»
La regina non confermò né smentì.
«La terza è il segreto. È la cosa che le costa di più dire.» Si fermò a fissarla negli occhi. «E la seconda è la bugia. Non tutti noi, ma qualcuno sì. Probabilmente lei stessa.»
Lo sguardo regina si posò su di lui con una qualità diversa da prima.«Tocca a me» disse Blue Turnip.
Non si preparò. Disse quello che aveva da dire nel modo diretto con cui faceva ogni altra cosa, senza ornamenti.
«Se cercherete ancora mia figlia» disse, la voce bassa e ferma come la superficie di un lago in una mattina senza vento, «ucciderò ogni singolo elfo di questa città. Uno per uno se necessario. Iniziando dai più vicini al trono.»
Pausa.
«Non è una minaccia.»
Pausa.
«È un'informazione.»
La regina lo guardò per un lungo istante.
«Lo so» disse semplicemente.Le tre domande arrivarono verso la fine del ballo con la stessa voce bassa che aveva usato con Armstrhool nei bagni termali.
«Chi si accorgerebbe, se improvvisamente tu cambiassi?»
Blue Turnip pensò a Little Turnip nella borsa di Armstrhool, in quel posto buio e sconosciuto. Pensò a sua moglie morta per darle la vita.
«Lei» disse semplicemente.
«Se tu dovessi sparire, a chi mancheresti?»
«A lei.»
«Hai mai mentito per proteggere qualcuno?»
«Ogni giorno» disse Blue Turnip. «Da quando è nata.»
La regina non aggiunse altro. Quando la musica finì e le coppie si separarono, Blue Turnip colse qualcosa nello sguardo della donna che non riuscì a classificare. Ma d’altronde, non gli interessava nemmeno provarci.
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Aldeim danzava con Trinity come si danza con qualcuno che si conosce abbastanza da non dover fingere; il tipo di intimità più pericolosa che esistesse in quella sala.
Le tre frasi del gioco le dissero entrambi con la meccanica dovuta, rispettando la forma del ballo senza darle il minimo peso.
Non era quello il punto. Trinity lo sapeva, come anche Aldeim. Era il tipo di accordo che si stringe tra persone che hanno lavorato abbastanza a lungo nello stesso mondo oscuro da non aver più bisogno di spiegare le proprie intenzioni ad alta voce.
L'unica frase che contava davvero Aldeim la tenne per ultima, e quando la disse abbassò appena la voce, non per nasconderla ma per darle il peso preciso che voleva avesse.«La regina Thilien è morta dieci anni fa.»La frase rimase sospesa tra loro, poi scivolò nel braciere insieme alle altre, ma Aldeim sapeva già, con quella certezza tranquilla che aveva su quasi tutto, che sarebbe stata quella scelta. Era la più pesante, la più reale, l'unica in quella sala che poteva cambiare tutto nel momento in cui veniva detta ad alta voce.
Ed era esattamente quello che voleva.Trinity danzò il resto del brano in silenzio, tenendo insieme qualcosa che avrebbe preferito lasciar cadere. Verso la fine, Aldeim si avvicinò appena.
«Al Monastero delle Ombre, sulla costa orientale del K'lankor. Due Lunghe Notti da oggi.»
Si avvicinò all’orecchio del guerriero.
«Magari lì troverai una vecchia conoscenza.»
Non specificò chi. Non aveva bisogno di farlo.
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Kermit invitò Seras e lei danzò con la grazia serena di chi ha visto abbastanza nel corso di secoli da non sorprendersi più di nulla; nemmeno di trovarsi in pista per il Ballo dei Tre Segreti con una rana antropomorfa in mantello viola, intenta a fissarla con un'espressione che non preannunciava niente di buono.
La danza procedeva con una dignità improvvisata, fino all'istante in cui Kermit, dopo aver ascoltato le tre affermazioni della vampira con un'attenzione per lui straordinaria, si schiarì la voce.
«Ho una proposta.»
«No» disse Seras.
«Non hai ancora sentito—»
«È la risposta a qualsiasi cosa stai per chiedere.»
Kermit ci pensò su.
«Anche se fosse una proposta di natura vampirica e anfibia che potrebbe rivoluzionare entrambe le nostre specie?»
«No.»
«Capito» disse Kermit.
Danzarono in silenzio per qualche misura, poi l'anfibio pronunciò i propri enunciati con la solennità di chi partecipa a un rito importante; Seras ricevette quelle parole prestando massima attenzione. Quando il compagno finì, la donna tese le labbra.
«Sei impossibile da leggere. Non perché sei bravo a mentire, ma perché credi davvero a tutto quello che dici nel momento in cui lo pronunci.»
Kermit sembrò genuinamente lusingato.
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Zoran porse una mano a Basid e lo accompagnò verso una zona al limitare della pista, conservando la compostezza elegante che portava ovunque: la schiena diritta, il passo misurato e il calice ormai vuoto lasciato su un vassoio di passaggio con un gesto automatico.
«Ho bevuto sangue di cinquantasette specie diverse nel corso della mia esistenza.»
Pausa.
«Non ho mai temuto niente che camminasse su due gambe.»
Pausa.
«So chi sei e cosa c’è dentro di te.»
Le prime due affermazioni scivolarono nell'aria con la leggerezza dei dettagli pronunciati en passant. La terza atterrò con un impatto differente, gravata dal peso di un segreto tenuto in serbo per l'intero ballo, selezionata alla fine poiché è quella destinata a fissarsi più a lungo nella memoria.Basid continuò a danzare, con il cappello a cilindro ancora impeccabilmente al suo posto.
Ma sotto il tessuto del panciotto, esattamente dove in un essere vivente avrebbe battuto un cuore, qualcosa pulsava con una frequenza sbagliata rispetto a qualsiasi natura biologica. Zoran la sentiva, l'aveva percepita dal momento in cui si erano avvicinati abbastanza, e quello che c’era lì dentro non era un cuore. Era un qualcosa di più raro, più prezioso, straordinario nel modo in cui era conservato, con l’unicità delle meraviglie che esistono in un solo esemplare nel mondo conosciuto, e il fatto di sentirla produceva in lui una frenesia e un’attenzione che raramente era solito provare.
«La terza non è né una verità, né una bugia, tantomento un segreto» disse Basid, con la voce tranquilla. «È un avvertimento.»Zoran lo guardò.
«Non ancora» disse Basid.
Zoran sorrise, lento, soddisfatto, provando un interesse crescente che teneva a bada perché non era il momento e non aveva fretta di consumarlo.
«No» concordò. «Non ancora.»
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Shir danzava con Kaylus con la calma e la pazienza di chi ha aspettato abbastanza a lungo da aver smesso di percepire l'attesa come tale.
«Shanaus soffre.»
Pausa.
«La Dama Bianca è sola.»
Pausa.
«Il prescelto è già stato scelto.»
Kaylus danzò in silenzio per qualche misura, il fuoco nel petto che bruciava con un'intensità differente da quando Shir gli aveva lasciato quel frammento tra le dita nella cripta. Poi pronunciò le sue tre dichiarazioni con la voce bassa di chi sta imparando a portare un peso non ancora misurato del tutto.
Quando il ballo finì, Shir si inchinò.«Quando sarà il momento» disse, come aveva già detto una volta quella sera, «saprai cosa fare.»
Kaylus la guardò allontanarsi senza dire nulla.
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Armstrhool si ritrovò solo al centro della pista. Tutti avevano già il proprio partner. La folla si muoveva intorno a lui, ed egli restava immobile nel mezzo come un'isola.
Si guardò intorno. Poi tese la mano verso lo spazio vuoto davanti a sé.
E danzò.
Si mosse con il ricordo di qualcuno che non c'era, con l'immagine di una figura candida e luminosa che un tempo aveva visto in sogni durati secoli, e che adesso appariva così lontana da sembrare appartenuta a un’altra esistenza, a un’altra vita.
La Dama Bianca lo aveva rifiutato per millenni. Lo aveva maledetto, ridotto, cancellato dalla memoria del mondo. Non per odio, ma perché la sua presenza era diventata uno specchio scomodo di un passato che lei preferiva ignorare.
Armstrhool continuò la danza. Lo fece con la generosità genuina che riservava a ogni azione, con l'incapacità di trattenere il rancore per sé, guidato da un cuore che non aveva mai imparato a rimpicciolirsi, indipendentemente da ciò che riceveva in cambio.
Quando la musica finì, rimase fermo con la mano tesa verso quel vuoto. Poi la abbassò lentamente e si sistemò il panciotto ricamato con un gesto automatico.
«La prossima volta almeno», disse verso il nulla, con quella voce enorme e tranquilla, «bevi qualcosa con me prima di andartene.»
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Mentre l'ultimo brano si avvicinava alla fine e le coppie rallentavano i propri movimenti, Endy e D si ritrovarono l'uno di fronte all'altra con quella distanza che nessuno dei due aveva cercato di correggere finora.
CAPITOLO 11Ballo dei 3 Segreti
PARTE II
D la guardò con un'espressione lontana dal sorriso calcolato che usava con gli altri; era un qualcosa di più raro e molto meno controllato.«Beh» disse piano, «non è ora di realizzare quella verità?»
Endy lo guardò per un momento. Poi fece una cosa che non aveva pianificato — o almeno così sembrava anche a lei stessa — perché a volte il confine tra quello che si pianifica e quello che si vuole davvero è molto più sottile di quanto si voglia ammettere.
Lo tirò a sé.
Il bacio fu diverso da quello che aveva costruito nella mente come tattica: differiva nel ritmo, nella qualità, nel modo in cui non chiedeva nulla e offriva tutto ciò che possedeva.
Nell'istante esatto in cui le loro labbra si toccarono, Kerchak scivolò dietro l'agente del Fano con la fluidità silenziosa dello shadow stalker che era; le dita guantate di bianco trovarono la collana sotto il soprabito verde, con una precisione che non lasciò traccia. Un secondo dopo, il gioiello si trovava nella mano di Rhiannon, che lo nascose tra le pieghe della gonna senza che nessuno nel salone si voltasse a guardare.Il bacio continuò.
Poi D fece qualcosa di impercettibile, un movimento minimo: la lingua trovò qualcosa di piccolo e caldo al lato della guancia e lo portò tra le labbra di Endy; qualcosa che era stato nascosto con la cura che si riserva a un oggetto prezioso, stipato in un punto in cui nessuno penserebbe di cercare. La fiala.
Passò tra le loro lingue con la delicatezza di un segreto condiviso, recuperata prima che Endy potesse chiudervi sopra le labbra.Quando si separarono, D sorrise.
Endy capì immediatamente quanto fosse sempre un passo avanti a loro, aveva previsto.
Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, poi su Rhiannon, che aveva già aperto il pugno per controllare la collana, e infine tornò a fissare l'agente del Fano, intento ad arretrare verso la folla con la naturalezza di chi ha sempre saputo come sarebbe andata a finire.«Perdonami, avevo preso precauzioni» disse semplicemente. «Interessante serata comunque, dovremmo replicare!»
Si inchinò un'ultima volta.
«Endy.»
E si dileguò tra gli invitati, lasciandola con le labbra calde, i palmi vuoti e una sensazione a cui non sapeva dare un significato preciso.Rhiannon aprì la propria mano.
La collana era lì: la catena sottile, il piccolo gancio a cui il pendaglio rotondo dorato era assicurato. Ma la fiala non c'era. Lo spazio in cui avrebbe dovuto trovarsi era brutalmente vuoto.
Kerchak ispezionò il monile, guardò la barda, poi si voltò verso Endy. La ragazza fissava ancora il punto del salone in cui Darian era scomparso tra la folla.
Fu Kermit, che aveva monitorato la scena da una posizione strategica e li aveva raggiunti con la rapidità di chi ha sempre un piano di riserva, a dare il via alla contromossa con la logica impeccabile di chi non valuta mai le conseguenze.
«Prendiamocela con la forza» disse.
Nessuno obiettò; il che, a posteriori, avrebbe dovuto essere il primo segnale a preannunciare il disastro.D non era difficile da localizzare. Si muoveva tra gli invitati con la consueta disinvoltura, e quel soprabito verde lo rendeva impossibile da perdere d'occhio. Kerchak lo intercettò per primo, con Rhiannon e Kermit a qualche passo di distanza; quando l'agente del Fano si girò verso di loro, il suo sorriso era calcolato.
«Avete perso qualcosa?» disse.
«La fiala» disse Kerchak. «Non è nella collana.»
«Lo so.»
«Devi consegnarcela, ora.»
D li guardò uno per uno.
«No» disse semplicemente.Kermit smise di essere piccolo.
Crebbe con la rapidità di chi ha eseguito quella trasformazione a sufficienza per mantenerne il controllo totale, fino a raggiungere la stazza di Armstrhool; i suoi palmi si serrarono attorno alla stoffa verde del soprabito, sollevando l'uomo da terra con facilità.
D rimase appeso in aria con la medesima disinvoltura che riservava a ogni altra azione.
«Dunque volete passare alle maniere forti.»
Quello che accadde dopo fu immediato.D portò una mano al volto. Sollevò appena il bordo della maschera sul lato sinistro, quanto bastava perché ciò che si nascondeva sotto diventasse visibile, rivelando un occhio differente da qualsiasi cosa avessero mai incontrato: era antico, iridescente come le foglie in ottobre, la cui bellezza è data dal fatto che stanno morendo, con quelle tonalità calde che mutano a seconda dell'angolazione della luce. Attorno alla pupilla si muovevano cerchi concentrici che non si fermavano mai, e da quell'orbita iniziò a colare un rivolo scuro lungo la guancia dell'uomo; un icore nero, più denso e lento del semplice sangue.La rana lo avvertì prima ancora di capire cosa stesse succedendo: lo percepì come si avverte il freddo di ottobre la prima mattina in cui arriva davvero, con la consapevolezza fisica che qualcosa nel mondo ha deciso di smettere di crescere. La pelle verde iniziò a perdere lucentezza dall'interno, diventando più opaca, poi secca, fino a ritirarsi sui tendini e sulle ossa sottostanti con una lentezza metodica. Le giunture delle dita enormi di Kermit si fecero visibili attraverso lo spessore della pelle che si assottigliava, e le vene sul dorso delle mani emersero come rami in inverno, spogliate di tutto ciò che le ricopriva. I fluidi del corpo seguivano una direzione sola, andando verso l'esterno, come se quell'orbita stesse semplicemente ricordando a ogni sua cellula che la stagione del raccolto era arrivata, e che la terra non distingue tra i frutti del campo e le creature che vi camminano sopra.
L'anfibio aprì la bocca. Non uscì nessun suono, solo l'aria racchiusa nei polmoni, secca già prima di attraversare le labbra.Le sue mani si allentarono intorno al soprabito verde di D e l’uomo scese con grazia di fronte al suo aggressore.
Rimase in piedi davanti a Kermit che si stava accartocciando su se stesso con la lentezza di una foglia che cade.
L'Occhio continuava a guardare, i cerchi concentrici a ruotare senza sosta, e ogni secondo che passava portava via qualcosa da Kermit che non sarebbe più tornato indietro.
Kerchak fece un passo avanti.
D spostò appena lo sguardo su di lui — solo un millimetro, quanto bastava perché l'Occhio lambisse la direzione senza posarsi davvero —, e il primate si fermò. Non per paura, fu un riflesso più istintivo. Qualche secondo in più e Kermit sarebbe morto.
D portò di nuovo la mano alla maschera e la richiuse.
L'Occhio sparì dietro di essa.Il silenzio che seguì fu diverso dal precedente. Rimasero immobili; Rhiannon portò la mano alla bocca, con una paura quasi tangibile negli occhi mentre spostava lo sguardo verso l'anfibio.
Kermit era disteso sul pavimento di marmo, tornato alle sue normali dimensioni, con un respiro irregolare e insufficiente, come se avesse dimenticato come si fa; il verde della pelle restava spento, ancora troppo opaco.
D li squadrò uno a uno: Kerchak non accennava a muoversi, Rhiannon stringeva ancora la collana tra le dita ed Endy assistette a tutto in silenzio, stampandosi in faccia un'espressione che non lasciava trasparire alcuna emozione, ma che elaborava, sempre, ogni dato.
L'uomo sorrise.
«Beh», disse, con una leggerezza che non aveva nulla di casuale. «Avete perso la baldanza? Volete forse riprovare?»
Kerchak non rispose. Rhiannon tornò a fissare il compagno sul pavimento e scosse la testa.
L'agente rimise a posto l'orlo del soprabito verde con un gesto preciso. «Allora direi che posso tornare ai miei affari. Signori, milady.»
Detto questo, si voltò nuovamente verso il salone, perdendosi tra gli invitati.In quel momento il maître tornò al centro della pista con i tre fogli estratti, e D si arrestò dove si trovava, immobile tra la folla come un ospite qualunque: la collana ancora nelle mani di Rhiannon, la fiala era al sicuro ed ogni altra verità rimaneva celata dietro quel sorriso a cui Endy, da un angolo del salone, tentava ancora di smettere di pensare.
Il primo foglio fu ceduto ai Van Winkle con un gesto elegante, acquistato all'asta dai coniugi che rappresentavano la coppia più ricca di Altheyn e Ophidia. Il secondo bruciò sopra la fiamma blu della pietra nera. Il terzo rimase in pugno al cerimoniere, che si schiarì la voce con la consueta compostezza.
«Il segreto estratto questa sera, destinato ad essere annunciato a tutta la sala, è il seguente.»
Aprì il foglio.
Spiegò la pergamena. Lady Biancamano sorseggiò dal calice esibendo il sorriso che l'aveva contraddistinta per l'intero Galà; comprese dall'improvvisa dilatazione delle pupille dell'oratore quale fosse il segreto scelto.«La regina Thilien è mor—»Un tremore giunse senza preavviso, una vibrazione improvvisa e totale, come se il palazzo avesse decretato in un istante di smettere di essere solido. I lampadari di cristallo oscillarono violentemente con un tintinnio assordante; qualcuno cadde, altri gridarono e i calici scivolarono dai tavoli con un fragore di vetro che riempì l'aria prima di venire inghiottito da qualcosa di molto più grande.Il maître cercò di richiamare l'attenzione.
«Signore e Signori, vi prego di mantenere la—»BOOM!L'esplosione non attese la fine della frase.
Eruppe dal basso, dalle fondamenta, dalle radici dell'Albero Bianco che aveva smesso di essere controllabile molto prima di quella notte, e squarciò la dimora della Dama Bianca con una violenza inaudita.Altheyn urlò, e il Galà delle Terre Civilizzate si dissolse nel boato di quel mondo che si spaccava in due.
FRAMMENTO IIL'Uomo più paziente
Esistono persone che si costruiscono così bene da dimenticare, per qualche ora o qualche giorno, che la costruzione non è la realtà.
D non dimenticava mai.Tranne quella volta.
E quella dopo.
E quella dopo ancora.
I. L'APPRENDISTA DARIAN
La locandina era storta.
Darian la guardò inclinando la testa di qualche grado, poi la staccò e la riattaccò. Era ancora storta. La staccò di nuovo, soffiò via la polvere dall'angolo inferiore sinistro, la riattaccò con una cura da orologiaio. Ancora storta. Forse leggermente meno storta. Forse era il muro che era storto.
Il muro di legno grezzo dello spaccio di Meldimalk ad Elgard non era costruito per essere dritto, ma per resistere all'umidità dal fiume e alle vibrazioni delle cascate che si sentivano in tutto il quartiere commerciale come un battito cardiaco costante e basso. Dritto era un lusso che Elgard non si era mai potuta permettere.Lasciò la locandina com'era.CERCASI AVVENTURIERI PER TRASPORTO MERCE DI VALORE.
PAGAMENTO: DUE SACCHI D'ORO. INFORMAZIONI ALL'INTERNO.Fece un passo indietro e la studiò con l'aria critica di un artista davanti a un dipinto. Poi guardò la strada oltre la ringhiera di legno che correva lungo il bordo della piattaforma, uno dei tanti pontili sospesi che collegavano i livelli di Elgard con il fiume sottostante e le cascate che riempivano l'aria di un'umidità costante e fresca.
La città era costruita sulla roccia, sull'acqua e sulla necessità commerciale, senza spazio per le cose non essenziali; quella praticità senza fronzoli si percepiva in ogni tavola di legno, in ogni corda di ormeggio e in ogni voce di mercante che contrattava da un pontile all'altro.D aveva scelto Elgard per questo. Era il tipo di posto dove le persone che cercava potevano passare senza essere notate: abbastanza piccolo da non avere guardie regie, sufficientemente trafficato da non fare domande.Aveva cercato Endy e Trinity per molto tempo.
Troppo tempo, probabilmente. Quello che si accumula in modo invisibile finché non ci si rende conto che è diventato qualcosa di più di un'urgenza operativa. Li aveva persi di vista durante la Bruma, quando il caos aveva spezzato la rete di contatti del Fano in più punti simultaneamente e IA aveva smesso di condividere informazioni su di loro con la stessa facilità di prima.
Li aveva cercati per ragioni ufficiali: erano agenti addestrati, conoscevano troppo e la loro posizione era una variabile che andava monitorata. Queste erano le motivazioni che D avrebbe dato a chiunque gliele avesse chieste.Quelle reali erano più complicate e meno presentabili.
Aveva conosciuto Evelyn Yeltuan anni prima, nel Fano, quando lei era ancora viva, nel senso più letterale della parola. Era arrivata come arrivano le persone che cambiano qualcosa senza annunciarlo — gradualmente, poi tutto in una volta — al pari della luce che inonda una stanza quando si spalanca una finestra rimasta chiusa da troppo tempo.Evelyn si preoccupava per ogni persona incontrata, litigava con chiunque facesse qualcosa di sbagliato e rideva di battute non particolarmente divertenti; aveva quel dono raro capace di trasformare anche i momenti più mediocri in istanti che valeva la pena custodire.
L'aveva vista morire.
Non nell'istante preciso; si trovava a metà strada verso Altheyn quando IA gli aveva assegnato una missione che non aveva facoltà di rifiutare.
Ma vide quello che era rimasto di lei: la fredda e precisa Endy, costruita sui resti di Evelyn allo stesso modo di un edificio nuovo sopra delle fondamenta che non erano state progettate per reggere quel peso.La sua memoria e la sua umanità erano andate perdute.
Quella che D seguiva per le Terre Civilizzate non era Evelyn, bensì la possibilità, sottile e ostinata come un'erbaccia tra le pietre, che da qualche parte dentro quella costruzione meccanica, lei esistesse ancora abbastanza da poter tornare.Forse, senza l'influenza costante di IA e la struttura del Fano intorno a soffocarla, qualcosa si sarebbe allentato e quello che era sopito avrebbe trovato la strada per risalire.
Era una flebile speranza.
D non ne possedeva molte, avendo imparato a farne a meno abbastanza presto nel corso della propria esistenza. Ma questa la custodiva con la stessa ostinazione con cui si tengono strette le cose che si teme di non poter affidare a nessun altro.Sentì i passi nel vicolo prima ancora che le figure apparissero. Li riconobbe immediatamente: l'andatura meccanica e controllata di Trinity, quella più misurato di Endy.
Poi percepì una presenza più silenziosa e attenta che non aveva ancora imparato ad associare a un nome preciso, ma che rivelava la tipica cautela di chi sa muoversi nell'ombra. E qualcosa di più caotico e imprevedibile che avrebbe scoperto molto presto essere Kermit e Armshtrool.Raddrizzò le spalle. Abbassò il mento. Aprì gli occhi di qualche millimetro in più del necessario.Diventò Darian.
Non fu un processo complicato, aveva fatto cose molto più difficili nel corso dei secoli. Richiedeva però uno sforzo specifico e costante: la capacità di smettere di essere se stessi con sufficiente completezza da permettere a qualcos'altro di prendere spazio. I movimenti si fecero meno precisi, le mani persero quel controllo assoluto che avevano sempre, le spalle si abbassarono di qualche centimetro nell'imitazione convincente di qualcuno che non sa ancora bene come stare al mondo.Quando il gruppo girò l'angolo e lo trovò davanti alla locandina, Darian stava armeggiando con un secondo foglio con l'espressione sovrappensiero di chi ha molte responsabilità e non abbastanza mani per gestirle tutte.
«Ah!» disse, con una sorpresa calibrata al millimetro. «Siete venuti per il lavoro! Entrate, entrate! Sono il proprietario, gestisco questo spaccio da anni, se avete domande sulla missione posso rispondere io direttamente—»«Darian.»La voce arrivò dall'arco del retro con il tono delle persone abituate ad essere ascoltate: bassa, senza urgenza, con quell'autorità che non ha bisogno di alzare i toni.Meldimalk emerse dall'ombra dietro il bancone, con l'imponente presenza che lo accompagnava ovunque andasse. Il suo era uno sguardo capace di valutare tutto nel tempo di un battito, ma che raramente trovava l'oggetto della sua ricerca. La luce catturò i riflessi dell'elaborata collana al suo collo. Studiò il gruppo con attenzione precisa, prima di guardare Darian con fredda rassegnazione.
«Prepara il tè per i nostri ospiti» disse.
«S-subito» rispose l'attendente.Si girò verso le retrovie dello spaccio e, nel momento in cui le spalle di Meldimalk erano rivolte verso il gruppo, incontrò per una frazione di secondo lo sguardo di Endy. Fu un contatto effimero.
Lei non lo guardò davvero. I suoi occhi scivolarono su di lui con la stessa attenzione che avrebbero riservato a un mobile, registrandolo e catalogandolo prima di passare oltre, verso ciò che considerava rilevante. Non c'era riconoscimento in quello sguardo. Non c'era niente di quello che D cercava, niente di ciò che aveva conosciuto anni prima. Niente che somigliasse a Evelyn.Andò a preparare il tè.
Dall'altra parte della stanza, appoggiato allo stipite della porta con le braccia conserte e un'espressione che non era di ostilità, ma che le somigliava abbastanza da essere scomoda, Kerchak lo osservava. Non con la curiosità aperta di Armstrhool né con l'irritazione immediata di Kermit, bensì con l'attenzione fredda e paziente di chi ha imparato che le persone si rivelano da sole, se si ha la pazienza di aspettare abbastanza.Darian versò il tè attento a non apparire come qualcuno che stesse cercando di non sembrare qualcos'altro.
Non ci riuscì del tutto.
II. ELGARD - HUSH
Hush odorava di resina di Sabal, terra umida e qualcosa di dolce che veniva dai fiori che crescevano sui tronchi enormi degli alberi: erano bianchi, piccoli, con quel profumo che non era mai opprimente, ma che si portava con se quando si andava via dal villaggio, aggrappato ai capelli e agli abiti come un ricordo che non chiede il permesso.La Taverna del Trifoglio era incastrata nel tronco del Sabal più grande, con le sue sei terrazze concentriche che salivano verso il cielo tra i rami, collegate da scale a spirale interne e ponti sospesi che oscillavano appena nel vento della foresta. Le lanterne di bronzo pendevano dai rami come frutti maturi, e di sera la taverna brillava tra gli alberi con una luce calda e irregolare che sembrava più un fuoco di campo che un edificio permanente.Darian aveva raggiunto il gruppo lì, con il pagamento concordato e l'espressione di chi è arrivato da lontano di fretta e non vuole ammetterlo. Erano stati sospettosi. Ovvio, era esattamente quello che avrebbe fatto chiunque con un minimo di senno quando un ragazzo sconosciuto spunta alle loro spalle nel mezzo di un bosco di confine tra due foreste e due continenti; soprattutto quando la meta pattuita non era quella.
Ma Armstrhool non era il tipo di persona che manteneva la diffidenza a lungo verso qualcuno che sorrideva con abbastanza entusiasmo.«Siediti» aveva detto, indicando uno spazio al tavolo con il gesto regale di chi invita qualcuno a corte. «Mangia con noi. Poi mi spieghi perché hai la faccia di uno che non ha dormito.»Darian si era seduto.
Kermit lo aveva guardato dall'altra parte del tavolo con l'espressione di chi ha già deciso che quella persona è un problema e ne sta solo aspettando la conferma. Arrivò abbastanza in fretta: prese la mappa che Darian aveva disegnato con ore di lavoro certosino e l'aveva lanciata nel vento che scorreva tra le terrazze della Taverna del Trifoglio, osservando con genuino divertimento i fogli separarsi e volare in direzioni diverse; sul suo volto il sorriso soddisfatto di chi ha risolto qualcosa.
«Ops» aveva detto, senza alcuna convinzione.
Darian aveva guardato i fogli sparire tra i rami degli alberi di Sabal, ma dalla sua espressione non trapelava disperazione — emozione che si sarebbero aspettati se fosse stato davvero quello che fingeva di essere — bensì metteva in mostra qualcosa di diverso. Trasparì un divertimento quasi viscerale, quello che si produce quando una situazione è abbastanza caotica da risultare interessante.
D aveva visto abbastanza del mondo da sapere che il caos autentico è raro e prezioso, e Kermit lo produceva con una costanza che era quasi ammirevole.
Kerchak, dall'altra parte del tavolo, osservò la scena senza commentarla. Poi tornò a guardare la sua bevanda come se la cosa non lo riguardasse.
Armstrhool invece, che non aveva intuito nulla di tutto ciò e che cercava sempre di trovare una soluzione ai problemi altrui, gli aveva battuto una mano enorme sulla spalla.«Non preoccuparti» aveva detto. «Ricordo io la strada. Più o meno.»
Purtroppo, nessuno di loro conosceva davvero il percorso per raggiungere la destinazione successiva.
La capanna di Balran di Thetyr si trovava in un punto preciso tra Zibelbosco e la foresta di Kreen-Dark; non compariva su nessuna mappa commerciale, tuttavia, erano a conoscenza che l'unico essere vivente — o semiprocessante — che sapesse come arrivarci era l'automa della Taverna del Trifoglio.Il suo nome era Hallithon5 e aveva preso residenza permanente alla taverna da tempo immemorabile, occupando il bancone del piano terra con la costanza di un elemento d'arredo che nessuno aveva il coraggio di rimuovere. Conosceva ogni sentiero, qualsiasi variante stagionale dei percorsi nella foresta circostante e tutti i punti di riferimento tra Hush e i boschi di confine.Era, in questo senso, indispensabile.
Era anche, in ogni altro senso, insopportabile.Darian aveva osservato Endy subire le attenzioni viscide di Hallithon5 per più di due ore. Non era mai sembrata veramente in difficoltà, ma il controllo assoluto che muoveva ogni sua azione stava diventando sempre più faticoso da mantenere man mano che l'automa trovava nuovi modi per rendere ogni informazione geografica subordinata a un complimento non richiesto, a una proposta che nessuno aveva sollecitato o a una mano troppo curiosa.Endy aveva risposto con la freddezza precisa di sempre — né imbarazzata, né irritata in modo visibile, semplicemente impenetrabile — estrapolando le informazioni necessarie con la stessa efficienza con cui avrebbe estratto dati da qualsiasi altro sistema.Trinity era rimasto qualche passo dietro di lei per tutta la durata della conversazione, immobile, con l'espressione di chi sta valutando in tempo reale la soglia oltre la quale dover intervenire. Non era mai stata raggiunta — Endy non gliene aveva mai dato l'occasione — ma la sua presenza era stata quella di uno scudo che non aveva bisogno di essere impugnato per fare il proprio lavoro.
La strada per la capanna di Balran non era stata pagata in oro, bensì in moneta di pazienza. Nessuno ne aveva parlato dopo, ma Darian aveva visto e compreso quanto fosse costata quell'informazione. Non tanto a Endy, che non sembrava registrare il prezzo delle cose, quanto a Trinity, che lo protocollava al suo posto, sempre pronto ad aiutarla con una fedeltà silenziosa che non chiedeva alcun riconoscimento formale.La Festa del Muschio aveva trasformato Hush in qualcosa di diverso da quello che era normalmente: le terrazze degli alberi di Sabal erano coperte di decorazioni verdi e bianche, lanterne supplementari brillavano tra i rami in aggiunta a quelle abituali, e la Taverna del Trifoglio aveva organizzato la sua annuale gara di braccio di ferro. Era ormai un'usanza vera e propria, di conseguenza veniva celebrata con la serietà cerimoniale che le tradizioni acquisiscono col tempo, indipendentemente dalla loro origine.
Gli avventori si erano radunati con la naturalezza propria delle persone che riconoscono uno spettacolo quando ne vedono uno.Armstrhool, nello stesso momento in cui iscriveva se stesso, Trinity e altri avventori della taverna alla gara, aveva inserito di nascosto anche il nome di Darian, con la scarsa accuratezza con cui era solito compilare qualsiasi altra cosa. Il nome era scritto storto sul foglio delle sfide, con due R invece di una, ma era inequivocabilmente lì. Fu un gesto istintivo, un aiuto non rischiesto; il gigante si era reso conto degli sguardi evasivi che l'apprendista di Meldimalk rivolgeva a Endy, non comprendendone però appieno la profondità.
Darian lo scoprì solo quando venne chiamato per il primo turno.
Si alzò dal tavolo con l'espressione confusa di qualcuno che sta elaborando una situazione in tempo reale e non ha ancora deciso come rispondervi. Poi guardò Armstrhool, che lo stava osservando con la solita serenità e allegria genuina di chi è abituato a godere a pieno delle occasioni festive, come in questa circostanza.
«Non mi ero iscritto...»
«Ti ho iscritto io» disse Armstrhool.
«Non so fare braccio di ferro.»
«Nessuno sa fare braccio di ferro. Si spinge e si vede cosa succede.»Darian vinse il primo turno per pura sorpresa dell'avversario. Il secondo per fortuna. Il terzo perché il suo sfidante aveva bevuto troppo e la coordinazione ne aveva risentito.
In semifinale trovò Trinity dall'altra parte del tavolo, con il braccio meccanico posato sul legno e la sicurezza di chi non ha mai avuto dubbi sulla propria forza fisica, tantomeno in quel momento.
Darian guardò prima il braccio meccanico, poi spostò lo sguardo sul suo avversario che ricambiò con l'espressione piatta di sempre. Impercettibilmente, per una frazione di secondo, Trinity spostò gli occhi verso Armstrhool, poi tornò a guardare il contendente.
«Pronto» disse.La semifinale durò abbastanza da sembrare vera. Trinity cedette con una gradualità tale da convincere non solo gli spettatori, ma l'avversario stesso, che stava davvero lottando — il braccio che resisteva con una pressione costante, la mascella stretta, la concentrazione di chi ci sta mettendo tutto se stesso — fino al momento in cui il braccio meccanico scese sul tavolo con un colpo secco che fece sobbalzare i calici vicini.La taverna esultò.Nel frattempo, Kermit sedeva in un angolo con le braccia conserte e lo sguardo obliquo di chi assiste alla fine di qualcosa di importante, soffrendone ogni secondo in silenzio per l'impossibilità di prenderne parte.
Poi Armstrhool chiamò il suo avversario per la finale.
Si sedettero uno di fronte all'altro sul tavolo centrale mentre la taverna si radunava intorno a loro. Darian osservò la mano enorme del gigante che occupava metà superficie del tavolo e poi guardò la propria; fece i suoi calcoli con rapidità, dopotutto aveva secoli di esperienza pratica.
Questi non erano favorevoli.
Poi incontrò gli occhi del contendente e capì, in quel momento, che non erano i calcoli il punto.
Anche Armstrhool cedette gradualmente — il braccio che pian piano vacillava sempre più, i versi gutturali dati dallo sforzo, l'espressione concentrata di chi sta dando tutto — fino al momento in cui capitolò di schianto sul tavolo con un tonfo sordo che fece sussultare gli spettatori e traballare le lanterne. La taverna esplose in un applauso. Qualcuno ordinò da bere per tutti.Darian aveva guardato verso il tavolo dove Endy era seduta.
Lei stava guardando altrove.Quella sera, mentre gli altri dormivano nei piani superiori della Taverna del Trifoglio, Armstrhool trovò Darian seduto su una delle terrazze esterne con la schiena contro il tronco del Sabal. Teneva tra le dita una collana d'oro: era un ciondolo circolare, piatto, con un gancio laterale che lo apriva rivelando uno spazio interno in grado di contenere qualcosa di piccolo; un ricordo che avrebbe dovuto starci, ma che al momento era vuoto. Quella piccola assenza portava con sé un peso che D aveva ormai smesso di cercare di misurare, eppure gravava su di lui ogni giorno di piùArmstrhool si sedette accanto a lui — il che richiedeva alla terrazza un certo atto di fede strutturale — e guardò la collana per un lungo momento senza aprire bocca. Aveva capito tutto e per un lungo momento volle offrire al suo nuovo amico — perchè questo era diventato ormai per lui — un silenzio consolatorio, uno di quelli in cui, non dicendo nulla, si dice in realtà tutto.«Per lei?» disse infine.
Darian considerò la possibilità di negare. Poi la abbandonò, perché era difficile mentire a qualcuno di così genuino senza sentirsi peggio di quanto valesse.
«Sì.»
«Cosa ci mettevi dentro?»
Guardò lo spazio vuoto nel ciondolo aperto. Avrebbe dovuto contenere qualcosa di Evelyn — un frammento le appartenesse, un ricordo fatto oggetto, un elemento a cui lei tenesse — che lui avrebbe custodito. Non aveva mai trovato l'occasione di chiederglielo. Non aveva mai trovato il momento di niente.
«Ancora nulla» disse. «Non ho fatto in tempo.»Armstrhool annuì lentamente, come se stesse elaborando qualcosa di molto complesso.
«Il problema» affermò, «è che la tieni in tasca.»
«Lo so.»
«Le cose in tasca non le vede nessuno.»
«Lo so.»
«Domani» disse il gigante, con la certezza semplice di chi non dubita mai che i domani arrivino, «la tiri fuori dalla tasca.»
Darian guardò la collana per un lungo momento. Il ciondolo d'oro catturò la luce della lanterna più vicina e la restituì calda, quasi viva.
«Domani» concordò.Ma non ci fu un domani. Non in quel senso.
III. LA STATUA DIMENTICATA
Le Ombre giunsero di notte, come arrivano sempre le cose che preferiscono non essere viste.Il carretto procedeva lungo la strada che costeggiava il confine tra Zibelbosco e la foresta di Kreen-Dark, il silenzio pesante dei boschi di confine che sembravano non finire mai e la caratteristica dell'aria notturna che trasforma ogni minimo suono in qualcosa di più grande di quello che è in realtà. Darian stava sul retro del carretto, seduto con la schiena contro la cassa che non avevano mai aperto, con la collana nascosta sotto la camicia e quella sensazione sottile di allarme, che aveva imparato a riconoscere nei secoli come il presentimento di quello che stava per succedere.Sapeva già.Ovviamente sapeva già, ma questo non rendeva le cose più semplici.
Non lo aveva mai fatto, in tutti questi secoli.
Era una difficoltà differente però. Non riguardava l'incertezza di chi non sa cosa sta per succedere, ma il peso di chi ne è pienamente cosciente e deve stare fermo lo stesso.Le Ombre uscirono dai boschi senza annunciarsi. Erano fatte di un'oscurità densa e mobile che non appartiene alla normale notte, ma a qualcosa di più profondo e meno naturale. Si mossero verso il carretto con la precisione di chi ha già calcolato ogni variabile. Il gruppo reagì rapidamente, in modo caotico, certo, ma con quell'efficacia che Darian aveva imparato ad aspettarsi da loro. Erano, infatti, quel tipo di persone che non si paralizzano di fronte all'inaspettato, ma che insorgono ancor prima di capire cosa stia succedendo.Darian si lasciò prendere.
Non senza resistenza da parte sua— essa era parte necessaria della scena, abbastanza da essere credibile, non troppa da rendere il compito impossibile — le Ombre lo trascinarono via dal carretto, tra gli alberi, mentre il gruppo cercava di tenerle a bada. Nel momento in cui i tronchi si chiusero tra lui e gli altri, D smise di guardare indietro.La statua era nel mezzo di un piccolo spiazzo — un mezzo busto di pietra, consumato dal tempo fino a perdere quasi ogni dettaglio riconoscibile, ricoperto di edera che aveva trovato nelle crepe della pietra qualcosa di abbastanza stabile da crescerci sopra — e rappresentava un dio antico e dimenticato, il tipo che non ha più nomi perché non ha più fedeli, ridotto a una forma che poteva essere chiunque o nessuno.
Aveva scelto quel posto per questo.
Gli sembrava giusto, in un modo che non aveva spiegazioni logiche, fare tutto questo davanti a qualcosa che capiva cosa significasse essere dimenticati.Le Ombre lo tennero fermo. Un'altra avanzò con la lama. Darian incontrò per un momento, attraverso gli alberi, il buio e la distanza, lo sguardo del gruppo: Trinity immobile come chi sta calcolando le possibilità e non trova nessuna buona; Endy con quell'espressione che sul suo volto poteva somigliare alla paura, non tanto per le ombre, quanto per l'impotenza provata; Armsthool incalzato da troppi avversari per rendersi conto a pieno della situazione reale; Kerchak più concentrato a studiare le coincidenze dell'attacco, invece di trovare una soluzione pratica e Kermit che, come al solito, stava cercando una serie di metodi alternativi — uno più catastrofico dell'atro — per distruggere quante più ombre contemporaneamente.
Era il momento adatto. Abbastanza nascosto da ingannare da lontano e sembrare vero, definitivo.La lama scese.Il portale d'ombra si aprì alla base della statua con un suono basso e grave; il corpo di Darian venne gettato all'interno, mentre il buio si chiudeva su Zibelbosco e sulla scena dietro di lui.
Dall'altra parte un silenzio immobile.D rimase in piedi nell'oscurità. Si fermò per un istante che parve durare un'eternità. Non per un mero bilancio degli avvenimenti appena succeduti: era il tipo di pausa che appartiene alle persone che sentono veramente e si sorprese, dopo tutti questi secoli, di essere in grado di provarne ancora.Sul suo volto comparve un sorriso amaro, rassegnato.
Si infilò una mano sotto la giacca.
La collana era ancora lì, calda a contatto con il calore del corpo; il ciondolo d'oro circolare che nel buio assoluto non rifletteva nulla.
La tenne tra le dita per un lungo momento.
Poi la rimise a posto.Domani aveva detto ad Armstrhool, seduto sulla terrazza del Trifoglio con la notte di Hush intorno.
Domani aveva concordato.Il domani aveva continuato a spostarsi in avanti, come faceva sempre, come aveva sempre fatto e come avrebbe continuato a fare finché non fosse arrivato un momento in cui spostarsi non era più un'opzione. Un momento in una sala illuminata da lampadari di cristallo, con la musica di un ballo antico nell'aria e Endy che si avvicinava con quella determinazione silenziosa che Evelyn aveva sempre avuto e che nessuna ricostruzione meccanica era mai riuscita a toglierle del tutto.Quel domani però era già diventato ieri.
E la collana era ancora lì.
Qualcuno avrebbe scritto di D che era l'uomo più paziente delle Terre Civilizzate.
Sbagliato.
Era semplicemente l'uomo che aveva imparato, a sue spese, che la pazienza e l'attesa non sono la stessa cosa.
La pazienza sa quello che aspetta.
L'attesa no.
D aveva aspettato per molto tempo.
E non aveva mai smesso di sperare di sbagliarsi..
FRAMMENTO IIIIL TRIO DA OLTREMARE
Alcune strade iniziano prima che si decida di percorrerle.
Alcune partenze avvengono molto prima del momento in cui ci si alza e si va.
Questo è il racconto di tre persone che non si conoscevano ancora.
E di quello che le ha portate tutte e tre nello stesso posto, nello stesso giorno, davanti alla stessa porta.
I. RHIANNON NICKS
A Solax non succedeva quasi niente.
Era una città piccola e tranquilla, incastrata tra colline coperte di erica e un fiume che d'estate diventava così basso da poterlo attraversare a piedi senza bagnarsi le ginocchia. Le case erano fatte di legno con i tetti di tegole rosse, i vicoli odoravano di pane e legno bagnato, le giornate si assomigliavano tutte con quella consuetudine rassicurante e leggermente soffocante delle cose che non cambiano mai.
Rhiannon ci era nata, cresciuta, e per molto tempo aveva pensato che ci sarebbe anche invecchiata.
Viveva con sua madre Elinor in una casa piccola ma accogliente, vicino alla piazza del mercato. Lì la donna lavorava come sarta per i mercanti di passaggio, mentre la figlia studiava musica con il maestro Aldric. Era un uomo anziano e burbero che suonava il liuto magistralmente e insegnava con la pazienza di chi ha già visto troppi allievi smettere a metà percorso per capire quale fosse il vero talento e quale la semplice curiosità.
Rhiannon non era ancora definibile una musicista; studiava con costanza per diventarlo, il che è molto diverso. Più faticoso, pieno di momenti in cui le dita non trovano le corde nel modo giusto e la voce esce storta. Proprio in quelle difficoltà viene naturale chiedersi se valga la pena continuare, ma la risposta della ragazza era sempre sì, ogni volta, anche nei giorni peggiori. Aldric lo vedeva e questo cambiò gradualmente il modo in cui la guardava quando suonava.
Il libro arrivò per caso.
Un mercante di passaggio lo aveva lasciato come pagamento parziale di un abito — troppo voluminoso per portarselo dietro, aveva detto con un gesto vago — ed Elinor lo aveva accettato senza fare troppe domande. Era rilegato in pelle rossa consunta, con il titolo impresso a caratteri dorati che il tempo aveva quasi del tutto cancellato.
"Un Viaggio di Sola Andata. Di Tana Bjiork".
Rhiannon lo aprì la sera stessa, aspettandosi qualcosa di noioso come un resoconto commerciale, o un trattato su qualche rotta mercantile lontana. Invece, quello che trovò era la voce di una gnoma che scriveva con la stessa franchezza utilizzata quando si parla a un conoscente e che raccontava di mari astrali, veli tra i mondi, draghi alieni e terre dove le regole del proprio mondo non valevano più, come se fossero cose normali. Quello che la meravigliò di più fu che la scrittrice sembrava far intendere che chiunque potesse fare le valigie e andare a vedere tutti quei luoghi affascinanti e misteriosi.
Non dormì quella notte.
Non dormì molte notti dopo.
Leggeva e rileggeva certi passaggi finché non li sapeva a memoria, fino a quando le parole di Tana non divennero qualcosa che abitava dentro di lei: una voce che continuava a parlare anche quando il libro era chiuso, mentre studiava le scale col maestro Aldric o aiutava sua madre con le stoffe e il filo.
"Il mondo è più grande di quanto chiunque ti abbia mai detto", scriveva Tana, "e la cosa più onesta che puoi fare con quella grandezza è andarci dentro".
Elinor la guardava con l'attenzione propria delle madri che capiscono cosa sta succedendo molto prima che i figli lo dicano ad alta voce, ma non disse niente per molto tempo. Poi una sera, mentre cucivano insieme vicino alla finestra, abbassò il lavoro sulle ginocchia e guardò sua figlia con un'espressione che Rhiannon avrebbe impiegato anni a capire del tutto.
«Quando andrai» disse Elinor — non se — «portati qualcosa che ti ricordi da dove vieni.»
Rhiannon aprì la bocca per protestare — non aveva detto niente, non aveva ancora deciso niente — poi la richiuse, perché sua madre aveva ragione e negarlo sarebbe stato meno onesto di quanto potesse sopportare.
Poi arrivò l'attacco.
I Cavalieri di Tiamat non diedero avvertimenti. Non lo facevano mai, era parte della loro dottrina, la sorpresa come arma quanto le lance e il fuoco. Solax bruciò in una notte, con la velocità con cui bruciano le cose costruite in legno e speranza. Nel caos, Rhiannon perse di vista sua madre tra il fumo e le urla.
Trovò il corpo la mattina seguente.Quello che rimase di Solax nei giorni successivi era la cenere e il silenzio gravoso dei superstiti che cercavano qualcosa che non c'era più. Rhiannon rimase tra le macerie più a lungo di quanto fosse ragionevole, con il liuto stretto tra le braccia. Quel liuto era sempre stato custodito con cura da Elinor, trovato tra i detriti della casa con il manico ancora intatto per una coincidenza fin troppo precisa. Continuò a osservare i simboli incisi lungo il legno: non li riconosceva, ma non riusciva a distogliere lo sguardo.
Non sapeva appartenesse a suo padre.
Ignorava ancora molte cose. Solamente di una cosa era certa: la città di Solax non esisteva più e con lei anche sua madre se n'era andata, ma da qualche parte nel mondo viveva una gnoma che aveva scritto una verità: "Il modo più onesto di usare la grandezza del mondo è andarci dentro".
Rhiannon partì.
Arrivò a Paltas dopo settimane di strada: il liuto sulle spalle, il libro di Tana nello zaino e quella lettera ormai consunta che Elinor non aveva mai aperto, e che nemmeno lei aveva ancora la forza di leggere; nella testa, la voce di sua madre che nei momenti di quiete tornava a ripeterle di portare con sé qualcosa che le ricordasse da dove proveniva.
Trovò una locandina appesa al muro dell'officina di Tana con i bordi già arrotolati dall'umidità, scritta con la calligrafia disordinata e entusiasta di chi ha molte cose da dire e poco spazio per farlo.
CERCASI AVVENTURIERI. SPEDIZIONE OLTRE IL MARE ASTRALE. PARTENZA IMMINENTE. LA FORMICHINA VOLANTE. CHIEDERE DI TANA.
Rhiannon la lesse tre volte.
Poi entrò.
II. THALANIEL WINTERBREATH
Nelle mappe la foresta del Nord non aveva un nome vero e proprio: l’uomo non si era mai spinto abbastanza lontano da sentire il bisogno di battezzarla. Era conosciuta semplicemente come La Foresta. Enorme e arcaica, custodiva alberi dalle radici più profonde di qualsiasi città e un silenzio solenne, eco di una presenza antica che nessun suono riusciva a coprire.
Thalaniel vi era nata, come ogni creatura di quel luogo: figlia di qualcosa che sfuggiva a ogni nome, frutto di uno di quegli incontri che avvengono nei boschi antichi quando il confine tra le nature si fa sottile. Per anni aveva vissuto senza chiedersi cosa fosse e, poiché la foresta non elargiva risposte del genere, lei aveva imparato a non porsi domande.
Aelir era apparsa con la grazia propria delle ninfe: all'improvviso, come se fosse sempre stata lì e solo in quel momento avesse deciso di rivelarsi. Riluceva come il sole che filtra attraverso le foglie e possedeva la delicatezza dell'acqua che scorre sulla pietra liscia; sembrava portare con sé la stessa aria dei primi giorni di primavera, quella che scioglie perfino il gelo dell'inverno. Rideva molto, e lo faceva con la spontaneità delle creature che non hanno ancora imparato quanto il mondo possa essere motivo di pianto; quel suono era la cosa più viva che Thalaniel avesse mai sentito.
Si amavano con la naturalezza delle cose che non si scelgono ma si trovano, e vivevano nell'equilibrio perpetuo delle creature dei boschi: seguendo il susseguirsi delle stagioni, ascoltando quello che la terra aveva da dire e prendendosi cura delle cose che ne avevano bisogno. Non era una vita grande, certo, ma era giusta — nel senso più semplice e, allo stesso tempo, più profondo di quella parola.
Finché non arrivò il drago.
Non era come quelli descritti dalle leggende — maestoso, lento, quasi solenne nella sua distruzione — era differente, qualcosa di alieno e frenetico, con una furia che non aveva niente di regale. Anche le fiamme che sprigionò sembravano innaturali: come se la sua unica ragione di vita fosse rendere tutto cenere. L'unica cosa che era in grado di fare: distruggere.
La foresta bruciò in fretta. Nell'aria si diffuse l'odore acre del fumo che riempiva i polmoni dei pochi esseri riusciti a salvarsi e portava con sé l'amarezza delle cose che hanno vissuto abbastanza a lungo da dimenticare di poter morire.
Thalaniel non fece nemmeno in tempo a chiedersi dove fosse Aelir, che le fiamme raggiunsero il loro angolo di paradiso. Lo capì solo un istante dopo, quando tutto intorno a lei si trasformò in un inferno.
Al contrario, la ninfa aveva intuito il pericolo e reagì istintivamente per proteggerla. Con la potenza dirompente che la natura più pura è in grado di manifestare quando qualcosa di prezioso è in pericolo, si frappose con tutta sé stessa, mossa da una forza che non ha bisogno di spiegazioni e che ci si porta dentro per sempre.
Il fuoco si fermò.
Thalaniel sopravvisse.
Di Aelir rimase solo un bocciolo tra la terra ancora fumante — piccolo, verde, tiepido al tatto — da cui provenivano delle flebili pulsazioni. Thalaniel lo raccolse con entrambe le mani e lo tenne stretto a sé, mentre camminava via dalla cenere e dalla desolazione che la circondava. Continuò a stringerlo per settimane, cercando di capire dove andare ora che il posto dove era sempre stata non esisteva più.Si diresse a sud, poiché era l'unica direzione da cui non percepiva l'odore acre della rovina. Camminò per molto tempo: lo zaino sulle spalle, il bastone nodoso tra le mani e il bocciolo avvolto in foglie di muschio che cambiava ogni giorno con una cura quasi rituale, come se tenerlo al fresco fosse l'unica cosa che potesse ancora fare per Aelir. Attraversò foreste, montagne e città che non capiva del tutto, dove le persone la guardavano con la curiosità riservata alle cose difficili da collocare.
Non aveva una meta specifica: cercava solo un modo per far rinascere ciò che aveva perduto, senza alcuna certezza che esistesse davvero. Ma non sapere non era un motivo sufficiente per smettere di tentare.
Arrivò a Paltas per caso o per destino, e trovò la locandina appesa al muro dell'officina di Tana.
Thalaniel la lesse lentamente, ma con attenzione:
CERCASI AVVENTURIERI. SPEDIZIONE OLTRE IL MARE ASTRALE.
Oltre il mare astrale. Un mondo diverso, un posto in cui, forse, le regole della sua terra non esistevano e potevano succedere cose che qui erano impossibili; dove, forse, c'era un modo per far rinascere qualcosa che non avrebbe dovuto morire. Entrò nell'officina stringendo il bocciolo che custodiva gelosamente all'interno di un ciondolo.
III. KAYLUS NIGHTWISP
Paltas era la capitale, e come tutte le capitali possedeva il frastuono e l'indifferenza delle città che hanno visto così tanto da non sorprendersi più di nulla.
Kaylus vi era cresciuto con suo padre — o meglio, insieme alla sua assenza, che a un certo punto era diventata l'elemento più costante nella sua vita. Simon Nightwisp era stato una figura enorme quando c'era: i suoi insegnamenti, il suo rigore, il suo modo di guardare il figlio come se vi vedesse qualcosa che il ragazzo stesso non riusciva ancora a decifrare. Quando era partito, aveva lasciato un vuoto — un abisso profondo — del genere che non si riempie con nulla di ordinario.
Kaylus aveva cercato di riempirlo con l'addestramento, la spada e la disciplina; con quella durezza che si costruisce quando decidi che il modo migliore per non sentire la mancanza di qualcosa è diventare abbastanza forti da non averne bisogno.
Non funzionò, non del tutto.
I poteri si manifestarono senza preavviso, con una violenza che non aveva niente di graduale: il fuoco radioso a bruciargli nelle vene; la sensazione crescente di forza fisica che premeva sotto la pelle; la sibilante voce nei suoi sogni che non diceva mai nulla di chiaro — una presenza divenuta assoluta e costante, come qualcuno che si trova nella stanza accanto e si sente respirare attraverso il muro.
Non capiva da dove venissero. Sua madre non lo sapeva. Nessuno a Paltas era in grado di comprendere appieno la situazione, e le spiegazioni che le persone gli fornivano erano peggiori della sua inconsapevolezza, di quel continuo brancolare nel buio.
Non fu tutto inutile: scoprì che suo padre, anni prima, era partito verso le Terre Civilizzate — un posto chiamato le Terre al di là del Mare Astrale — alla ricerca dei cosiddetti Totem dei Draghi Alieni. Non sapeva cosa fossero; nessuno ne conosceva la reale natura. Ma una cosa era certa: suo padre da quel viaggio non era ancora tornato e i poteri che sentiva scorrere in sé non appartenevano a niente di ordinario. Se da qualche parte esisteva una risposta, non era tra le mura di Paltas.
La locandina la vide per caso, passando davanti all'officina di Tana: la spada sulla schiena, pochi indizi in tasca e la determinazione silenziosa ereditata da suo padre. Non era certo di riuscire, ma valeva la pena rischiare.
SPEDIZIONE OLTRE IL MARE ASTRALE.
Oltre il Mare Astrale. Nelle Terre Civilizzate. Nel posto dove Simon Nightwisp si era diretto senza fare ritorno.
Kaylus entrò nell'officina senza leggere il resto della locandina.
Molto tempo dopo, in una sala illuminata da lampadari di cristallo nelle Terre Civilizzate, tre persone che erano salite su quella nave senza sapere niente l'una dell'altra stavano per assistere alla fine di qualcosa.
E all'inizio di qualcos'altro.Ma questa è un'altra storia.
Anzi, è la stessa storia.
Da un altro punto di vista.
CAPITOLO 12la volta d'argento
PARTE I
Il passaggio attraverso la borsa di Armstrhool durò meno di un respiro.
Un istante prima Thalaniel stringeva la mano di Little Turnip nell'immensa sala da ballo, quello dopo il mondo era scomparso, con la stessa naturalezza con cui si volta una pagina.
I loro piedi toccarono qualcosa; non un semplice suolo, ma qualcosa di più sottile e strano: un velo liquido che sembrava solido, eppure cedeva appena sotto il peso dei passi, producendo cerchi luminosi che si allargavano verso l'orizzonte, come onde in uno stagno immobile prodotte dal lancio di un piccolo sasso sulla sua superficie. L'acqua non bagnava i loro piedi. Era lì come uno specchio disteso, abbastanza reale da sorreggerne il peso, altrettanto irreale da far pensare che bastasse un passo sbagliato per sprofondare.
Little Turnip rimase immobile per un lungo momento.
«Thalaniel…»
La voce era piccola. Non spaventata — non ancora. Quella di qualcuno che sta cercando di capire cosa stia guardando prima di decidere come sentirsi al riguardo.
«Siamo… sopra il mondo?»
Il cielo sulle loro teste era immenso, con nuvole bianche che scorrevano lente attorno a un sole lattiginoso che non sembrava provenire da nessuna direzione precisa, eppure illuminava tutto con una luce diffusa e morbida. Spostando lo sguardo verso l'orizzonte lontano, notarono delle cascate enormi che si riversavano nel vuoto, come se il mare su cui camminavano stesse scivolando oltre i bordi del cielo, verso qualcosa che stava al di sotto.
Thalaniel si inginocchiò lentamente e affondò la mano nella superficie.
Quando le dita penetrarono nell'acqua, non incontrarono la consistenza fluida che si aspettava, bensì una massa densa e vibrante che accompagnava la discesa con delicatezza. Sotto di loro, il fondale era visibile con una chiarezza impossibile, come se la profondità non esistesse davvero ma fosse solo un'illusione ottica. E su quella distesa — su ogni singolo centimetro che si prolungava in ogni direzione fino a sparire oltre l'orizzonte — c'erano tantissimi oggetti.
Troppi.
Spade, corone, anelli, strumenti musicali, armature, statue votive e monete di epoche che non avevano più nome. Calici di metallo annerito accanto a coperte di lana piegata con cura. Una scarpa sola e un candelabro storto. Una pila di libri che la pressione aveva deformato fino a farli sembrare fiori appiattiti. E in mezzo a tutto questo, ondeggiavano un paio di mutande a pois che sembravano possedere una dignità del tutto ingiustificata rispetto al contesto in cui si trovavano.
Little Turnip le fissò per lungo momento.
«…Ok. Questo posto è ufficialmente strano.»
In lontananza, videro tre piccoli lembi di terra che emergevano dalla superficie, come fossero delle isole in un mare che non sapeva di essere un mare. Su ognuno di essi erano presenti le rovine di un tempio antico — colonne spezzate, gradini di pietra coperti di muschio biancastro, tetti crollati che lasciavano vedere il cielo attraverso le proprie costole di pietra — e lì, nel centro esatto di quel triangolo sacro, un'unica statua.
Rappresentava un uomo.
Era scolpito nella pietra chiara con proporzioni così precise e armoniche da sembrare non una rappresentazione della forma umana, ma la sua definizione: imbracciava uno scudo e teneva nell'altra mano una lancia, le spalle erano squadrate, lo sguardo rivolto verso un orizzonte che i suoi occhi non potevano vedere; il volto teso verso qualcosa che non esisteva più. Non c'erano simboli sacri su di lui o scritte visibili da quella distanza. Solo quella perfezione silenziosa e un po' inquietante delle opere destinate a durare più a lungo di qualsiasi altra cosa presente intorno a esse.
Thalaniel la guardò con attenzione.
Poi il cielo si aprì: le nuvole si separarono sopra di loro e dal varco che crearono scese un braccio gigantesco, grande quanto una torre e con le dita tese verso il basso. Scese senza fretta attraverso l'aria lattiginosa, affondando nella superficie dell'acqua senza creare quasi nessuna increspatura, come se l'acqua lo riconoscesse e gli facesse spazio. Rovistò tra gli oggetti sul fondale con la familiarità di chi conosce ogni singolo pezzo di quel tesoro impossibile, finché le dita trovarono quello che stavano cercando. Uno scudo enorme, inciso con simboli che Thalaniel non riconobbe, ma che sembravano antichi abbastanza da precedere qualsiasi lingua conoscesse. Lo sollevò verso l'alto, poi, allo stesso modo in cui era sceso, il braccio risalì verso il cielo e le nuvole si richiusero come se non si fossero mai aperte.
Tutto tornò immobile come prima.
Little Turnip, che non aveva smesso di guardare il cielo per un istante da quando si era squarciato, si rivolse alla druida.
«…Thalaniel… l'hai visto anche tu?»
«Sì.»
La bambina deglutì lentamente.
«Chi… chi viene qui a prendere le cose?»
Thalaniel non parlò subito; la risposta più semplice e diretta sarebbe stata Armstrhool, ma rischiava di essere troppo scontata. Cosa c'entrava quel gigante così esuberante e ameno, che solo qualche ora prima aveva danzato con lei, con quel luogo austero? Mentre rifletteva su questo, spostò lo sguardo sulla statua perfetta al centro del lago.
Guardò i tre templi lontani.
Poi abbassò di nuovo la visuale verso il fondale, dove sotto gli oggetti, molto più in profondità, qualcosa si muoveva.
Un'ombra lunga e sinuosa, troppo grande per essere definita a parole.
«Non ne sono sicura» disse Thalaniel piano. «Ma credo che questo posto non sia vuoto da molto tempo.»Affondò nuovamente la mano nell'abisso sottostante. Con la mente, Thalaniel andò in cerca di una presenza specifica, qualcosa che le era stato chiesto di recuperare. Impercettibilmente, la pila di oggetti sotto di lei parve muoversi, ma la sua attenzione fu subito catturata da qualcos'altro: proprio allora l'ombra accelerò. Non sembrava un movimento minaccioso, bensì quasi attento.
Little Turnip si avvicinò a Thalaniel di qualche centimetro senza fare rumore.
«È enorme» disse piano, guardando la sagoma che scivolava sotto i loro piedi.
«Sì.»
«N-non sembra avvicinarsi».
«No.»
«Secondo te ci sta solo studiando?»
Thalaniel incontrò per un momento il proprio riflesso nella superficie dell'acqua immobile. Poi guardò più in profondità, verso l'oscura figura che continuava il suo andamento lento e circolare, descrivendo un perimetro attorno alle due.
«Credo di sì» disse. «Almeno per ora.»
L'ombra passò direttamente sotto i loro piedi e, per un istante, la superficie si deformò appena. La druida vide attraverso quella breve increspatura e riuscì a comprenderne meglio i particolari: scaglie chiare, quasi bianche, attraversate da sottili striature più scure che scorrevano lungo il corpo della creatura, come le venature del marmo.
Poi scomparve di nuovo nelle profondità e lo specchio d'acqua tornò immobile come prima.
«Thalaniel... quella cosa vive qui?» la voce di Little Turnip si faceva sempre più titubante.
«Penso di sì.»
La piccola firbolg guardò il cielo lattiginoso e le cascate lontane. Poi soffermò il suo sguardo sui tre isolotti con i loro templi silenziosi.
«E noi dove siamo esattamente?»
Thalaniel sollevò gli occhi verso la statua perfetta al centro del lago. Fu assalita dalla sensazione crescente di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma contemporaneamente ebbe il presentimento di dover restare perché qualcosa di importante stava per accadere e doveva esserne testimone.
«Non lo so» disse onestamente. «Ma credo che questo posto abbia un nome.»
Sotto di loro, tra la pila di strani reperti, qualcosa si mosse sul fondale senza che nessuna corrente lo spingesse.
CAPITOLO 12la volta d'argento
PARTE II
Balran di Thetyr non sembrava più un druido.
Il suo corpo cristallizzato era emerso lentamente dal fondale quando Thalaniel aveva affondato le mani nell'acqua e lo aveva cercato, spinto verso l'alto da una forza che non era possibile decifrare. La superficie della figura era liscia e fredda, non il freddo dell'acqua, ma quello immobile della pietra antica.
Era un firbolg: barba corta, capelli intrecciati con piccole perline di legno, pelle segnata dal sole e dagli anni trascorsi all'aperto in tutte le stagioni. Nel petto, incastonato in quel guscio vitreo come un cuore artificiale, un cristallo rosso pulsava con un ritmo lento e irregolare; troppo debole per appartenere a chi è sveglio, appena sufficiente per chi è ancora vivo.
Le dita del druido erano chiuse attorno a qualcosa: un fiore essiccato, fragile come carta vecchia, con petali bianchi attraversati da sottili venature argentate che sembravano rilucere anche nel chiarore diffuso del lago.
Little Turnip si inginocchiò accanto a lui con solennità, come faceva sempre quando capiva che la situazione richiedeva di smettere di essere una bambina.
«Non credo sia morto, guarda.» Indicò la presa del druido: stringeva il fiore con una forza che non apparteneva a un corpo senza vita.
Thalaniel posò una mano sul cristallo, sentendo quella pulsazione lenta trasmettersi fin dentro il palmo. La vita di Balran rispondeva al suo tocco. Era lì. Lontano, ma lì.
Quasi inconsciamente, Thalaniel si incise il palmo con un gesto preciso e Little Turnip la imitò, comprendendo la natura di quel rituale senza bisogno di parole. Le gocce della loro linfa caddero sulla superficie del cristallo rosso e, per un momento, sembrarono semplicemente scivolare via, come fa l'acqua sul vetro. Poi qualcosa cambiò. Il cristallo si illuminò gradualmente, con una pulsazione, poi un'altra. Il petto di Balran si sollevò appena, come se un respiro lontanissimo avesse ritrovato la via attraverso un corpo che lo aveva quasi dimenticato.
Little Turnip sorrise piano.
«Funziona.»
Sotto di loro, l'ombra serpentina si avvicinò.
La superficie si oscurò leggermente mentre la forma passava, così vicina che per un istante le scaglie bianche rifletterono la luce del cielo lattiginoso con un riverbero quasi proprio.
Dopo il suo passaggio, Thalaniel avvertì un leggero spostamento. Sul fondale, a pochi passi da lei, qualcosa si mosse tra i reperti sommersi, rispondendo alla sua presenza. Una vecchia verga druidica, annerita dal tempo ma ancora intatta, scivolò lentamente fuori da una pila di stoviglie e si diresse verso di lei, fermandosi proprio di fronte ai suoi piedi.
Little Turnip osservò la verga, abbassò gli occhi sull'acqua sotto i loro piedi, poi tornò a guardare Thalaniel.
«Direi che questo possiamo considerarlo come un grazie.»
Thalaniel la prese.
Il legno era scuro, quasi nero, ma sotto le dita poteva percepire una venatura viva, come se dentro scorresse ancora una linfa antichissima che il tempo non aveva consumato. Quando la strinse, un brivido la attraversò, rievocando in lei una sensazione simile al riconoscimento: come se quell'arma ricordasse ancora le mani di chi l'aveva impugnata in precedenza e si stesse affidando a una nuova custode. Una lacrima le scese sul viso senza che lo decidesse.
Little Turnip se ne accorse immediatamente. Si avvicinò e utilizzò un lembo del vestito da principessa per asciugarle la guancia con un gesto quasi materno. Thalaniel le diede un bacio sulla fronte senza dire niente; alcune cose non richiedevano parole.
Decise di ripetere il rituale con la verga.
La risposta questa volta fu immediata. Il legno vibrò e il cristallo rosso nel petto di Balran pulsò più forte. Delle venature luminose si espansero verso l'esterno, raggiungendo i bordi del corpo vitreo come delle radici in cerca di terreno. Il petto del druido si sollevò ancora, con un respiro più profondo del precedente.
Le dita di Balran si mossero.
Un gesto minuscolo, quasi impercettibile, ma decisamente reale.
«L'hai visto?!» disse Little Turnip lasciando esplodere il suo entusiasmo.
Il guscio però non cedette, o almeno non del tutto. Era una magia più antica del rituale di Thalaniel, che richiedeva una comprensione più profonda per essere spezzato.
Insieme a Little Turnip preparò un giaciglio di foglie galleggianti e stoffe recuperate tra i reperti sommersi, dove adagiarono con cura il corpo ancora cristallizzato del druido. Il nucleo rosso nel suo petto continuò a pulsare lento, stabile, abbastanza da mantenere la vita dentro di lui.
«Non ti preoccupare, troveremo il modo di liberarti» disse Little Turnip, inginocchiandosi un momento accanto al suo fianco. Poi si rialzò.Si diressero verso i tre isolotti, camminando sullo specchio d'acqua con quella sensazione di stranezza e inquietudine che aleggiava su di loro da quando erano giunte in quel luogo. L'ombra continuava a seguirle, mantenendosi alla distanza rispettosa di chi accompagna senza intromettersi.
Il primo tempio era quello di Strhoel.
Le corna lunghe e affusolate della statua emergevano dal muschio che la avvolgeva, e il corpo mostrava un misto tra fauno e gigante. Dal modo in cui era stata scolpita se ne poteva dedurre l'intento: non catturare con precisione l'aspetto fisico, bensì un carattere. La postura era larga, le braccia aperte e l'inclinazione della testa comunicava accoglienza anche nella pietra immobile. Al posto del volto c'era una tavola di legno con un sorriso inciso; quella soluzione così strana e buffa avrebbe rivelato una sua logica, una volta che compreso chi si volesse raffigurare.
Little Turnip lesse la targhetta di bronzo alla base.
«Panciobotte?»
Volse poi lo sguardo verso il mare di oggetti sul fondale — spade, coppe, monete, vestiti, candele, strumenti musicali, scarpe spaiate, mutande a pois — e successivamente di nuovo verso la statua, e ancora all'ingiù. L'espressione che le attraversò il volto era quella di chi ha appena intuito una verità molto grande e, al contempo, molto triste.
«... Può essere che tutto questo sia il risultato di un dio innamorato che non aveva capito quando era il momento di smettere?» domandò con un filo di voce.
Thalaniel guardò il mare di reliquie che si estendeva in ogni direzione sotto i loro piedi e che ora trasmettevano tutt'altro significato. Millenni di doni rifiutati e di speranze messe in oggetti invece che in parole.
«Sì, potrebbe» disse semplicemente.
Little Turnip indicò la verga druidica che Thalaniel aveva raccolto poc'anzi.
«Panciobotte non ci rimarrà male se prendi qualcosa dal suo tesoro?»
La druida guardò la statua di Strhoel con il sorriso inciso sulla tavola di legno.
«No», rispose. «Credo che a lui faccia piacere che i suoi doni raggiungano qualcuno.»
Prima di rimettersi in cammino, notò un altro dettaglio tra le rovine: un antico passapianta, ormai spento e inutilizzabile, ricoperto dallo stesso muschio che avvolgeva l'intera struttura.Il secondo tempio era di Shanaus. O almeno quello che ne rimaneva. La statua era stata distrutta con una deliberatezza che non aveva nulla di casuale: il corpo spaccato, il muso scheggiato con la precisione di chi vuole cancellare un ricordo e non si accontenta solo di danneggiarlo; le forme serpentine erano ancora riconoscibili nei resti, i lineamenti affilati e le lunghe corna piegate sul capo ricordavano i tratti di un ofide. Alla base, una targhetta corrosa offriva solo pochi frammenti decifrabili. Little Turnip lesse a fatica i segmenti superstiti: «Shanaus, l'Ofide di Cobalto», recitava la prima riga, spezzandosi subito dopo su un epiteto amaro, «il dio abbandonato dagli uomini». Il testo continuava solo a tratti: «tradito e ucciso dai suoi stessi seguaci», e si chiudeva con le parole: «incarnazione della Giustizia e della Giusta Vendetta».
«Qualcuno lo odiava parecchio», commentò con un filo di voce.
Thalaniel guardò la statua distrutta, poi quella del gigante sul primo isolotto; riuscì a intravedere la sfinge nel terzo tempio che ancora dovevano raggiungere e le sembrò che tutte fossero orientate nella stessa direzione: non verso il cielo o le cascate lontane. Parevano puntare alla figura perfetta al centro del lago.Il terzo tempio era di N'kcta.
La statua era intatta, più alta delle altre, con il corpo leonino e le sei ali spiegate come a rappresentare una corona di piume divine. La testa era quella di un grande gufo, gli occhi erano due cavità circolari perfette.
In una brillava ancora una pietra verde, luminosa come uno smeraldo capace di risplendere anche in assenza di luce.
L'altra orbita, invece, era vuota. Lo spazio dove un tempo era incastonata la seconda gemma lasciava trapelare un vuoto non casuale: era stata tolta con cura, e chi lo aveva fatto sapeva esattamente di cosa si stava impadronendo.
«Forse qualcuno si è preso un occhio», disse Little Turnip con ingenuità.
Thalaniel poté ora confermare la sua precedente intuizione. Scorse delle piume incise sul pavimento del tempio e, seguendone le linee fino al bordo dell'isolotto, vide che convergevano verso l'unico punto in cui N'kcta posava lo sguardo, lo stesso verso cui guardavano tutti gli altri simulacri.
Il centro del lago.
«Tre dei» disse piano. «Tutti rivolti verso la stessa figura.»
Little Turnip si girò in direzione del monumento perfetto che si rifletteva sulla superficie immobile. Thalaniel, invece, si inginocchiò accanto alla base della sfinge e passò le dita su quei solchi di pietra, cercando dei simboli che potesse riconoscere. Non erano druidici, erano più antichi: il tipo di linguaggio che precede gli idiomi, riferito a un tempo in cui divinità e uomini parlavano la medesima lingua senza saperlo.
«Questi non sono solo tre templi» disse. «È un triangolo.»
Little Turnip si accovacciò accanto a lei, poi allungò la mano verso la cavità vuota dell'occhio della sfinge, ma venne interrotta da una leggera bastonata sulla testa.
«Sei proprio la degna figlia di tuo padre.»
La bambina si ritrasse trattenendo a stento una piccola risata. Thalaniel a quel punto decise di posare ai piedi della statua quello che aveva: una moneta recuperata dal fondale, una piuma trovata tra le rovine e un frammento di pietra colorata. Non era un'offerta formale, non aveva il peso liturgico dei rituali che conosceva. Era semplicemente il gesto sincero di chi riconosce un luogo sacro quando lo vede e decide di lasciare un segno per dire di esserci stato.
«Se davvero sono dei dimenticati» disse piano, «qualcuno dovrebbe ancora ricordarli.»
Little Turnip guardò la statua distrutta di Shanaus, lontana sull'altro isolotto.
«Quello l'hanno ricordato male.»
«...Decisamente.»
Poi accadde qualcosa: la gemma verde nell'occhio di N'kcta si illuminò gradualmente; una luce che cresceva dalla profondità della pietra verso la superficie come se stesse iniziando a destarsi. Dal passapianta spento presente sull'isolotto di Strhoel, lontano ma visibile, una linea sottilissima di luce verde percorse per un istante le incisioni delle sue radici.
Little Turnip indicò il centro del lago.
«Credo che li stiamo svegliando.»Il corpo cristallizzato di Balran era ancora sul suo giaciglio improvvisato. Il cristallo rosso nel petto pulsava con lo stesso ritmo lento e stabile. Quando Thalaniel e la bambina lo sollevarono nuovamente per spostarlo verso il centro del lago, tutte e tre le statue reagirono contemporaneamente. Non con un suono, ma qualcosa di più sottile: una vibrazione nell'aria, come quella che precede i temporali quando la pressione cambia. Il passapianta tremò, la gemma verde avvampò più forte e dalla statua distrutta di Shanaus scivolò un piccolo frammento di roccia che cadde nell'acqua con un tonfo secco.
Tre volontà.
Quando raggiunsero il centro e deposero Balran sul velo liquido davanti alla statua perfetta, lo specchio, prima immobile, rispose. L'acqua sotto i loro piedi cominciò a muoversi in cerchi concentrici che si allargavano verso tutti e tre i templi contemporaneamente. Sotto la superficie apparve un triangolo inciso nel fondale, che sembrava nascosto da sempre: le linee antiche avevano i vertici puntati verso i tre isolotti, mentre il centro esatto coincideva con la base della figura perfetta. Il cristallo rosso nel petto di Balran ebbe un sussulto violento.
Una volta. Due. Tre.
L'ombra serpentina smise di girare attorno alle due e si fermò proprio sotto la statua, nell'acqua che adesso brillava di luce rossa.
La superficie si deformò davanti a loro.
Una sagoma imponente stava emergendo con solennità, ogni movimento scelto con la cura di chi aveva già deciso come mostrarsi. Prima le spire della coda, poi il corpo superiore e, con esso, la rivelazione: la creatura che avevano intravisto e le aveva osservate dal fondale non era un semplice animale, ma un essere molto più antico.
Era bellissima.
Il busto era femminile, con la pelle bianca attraversata da venature cremisi e oro che correvano sotto la superficie; i capelli erano estremamente lunghi e candidi, gli occhi chiari e antichissimi. Ma in quello sguardo, nelle profondità di quella bellezza rotta, qualcosa di diverso si muoveva, come se quelle iridi celassero una seconda presenza.
La creatura parlò.
La voce era calma, femminile, con un'eco interiore che dava l'impressione che qualcun altro stesse ascoltando nell'ombra; un'entità consapevole, e quasi compiaciuta, di essere percepita.
«Thalaniel.»
Pronunciò il nome, lasciando cadere il silenzio tra loro, prima di aggiungere: «Druida.»
Gli occhi scivolarono verso Little Turnip nascosta dietro di lei, poi tornarono su Thalaniel.
«Non siete nemiche.»
La superficie dell'acqua si increspò leggermente attorno alla coda serpentina. Per un istante sembrò che la creatura volesse aggiungere altro, ma la testa scattò di lato con un gesto brusco, involontario, come se avesse ricevuto un'interruzione dall'interno.
Quando parlò di nuovo, il timbro era differente. Più basso. Più duro. Con qualcosa di maschile e antico che aveva preso il posto della dolcezza precedente.
«Per ora.»
Un sorriso storto attraversò il volto perfetto.
«Gli uomini arrivano sempre qui con buone intenzioni.»
Gli occhi della creatura si spostarono verso la statua, costringendo entrambe a seguirne la traiettoria. Solo allora Thalaniel vide quello che le era sfuggito: incisa nella base, quasi nascosta dall'erosione del tempo, vi era una scritta: «ALTHEYN. Prescelto degli dei. Il Primo Uomo.»
Little Turnip la lesse piano, poi guardò Thalaniel con aria interrogativa, cercando di mettere insieme tutti i pezzi di questo intricato enigma.
La creatura ebbe un sobbalzo e la voce cambiò di nuovo, tornando quella della donna.
«Perdonalo.»
Un sussurro stanco.
«È... insistente.»
Thalaniel si frappose tra l'essere e Little Turnip con un gesto istintivo, mentre gli occhi rimanevano fissi sulla figura davanti a loro.
«Sono Thalaniel» disse, con la voce ferma di chi ha deciso di non arretrare. «Come avete affermato prima, non siamo nemiche. Vogliamo solo comprendere cosa sia accaduto qui. E, se possibile, riuscire a tornare dai nostri compagni.»
Le parole rimasero sospese nell'aria umida di quello che avrebbero scoperto solo in seguito essere il Cuore dell'Angoscia.
L'acqua attorno ai loro piedi continuava a formare cerchi lenti, mentre sul fondale il grande triangolo pulsava.
La creatura — la Dama Bianca con Shanaus che viveva dentro di lei come un ospite indesiderato che si rifiutava di andar via — rimase immobile per un lungo momento. Poi lo scintillio nei suoi occhi cambiò, e Thalaniel capì che entrambe le presenze la stavano ascoltando, semplicemente nessuna delle due aveva ancora deciso come rispondere.Dopo un silenzio che sembrò durare un'eternità, il cielo cominciò a cambiare colore. Non come prima, quando le nuvole si erano aperte per lasciar passare il braccio gigantesco; questa volta la transizione fu rapida: il bianco lattiginoso cedette al rosa, all'arancio e infine al rosso, e sotto i loro piedi l'acqua ne seguì le sfumature.
Il simbolo triangolare sul fondale si accese di luce cremisi, le venature rosse nel petto di Balran accelerarono il battito e la statua di Altheyn — il Primo Uomo, prescelto degli dei, che aveva guardato l'orizzonte per millenni con gli occhi di pietra — cominciò a sfaldarsi dall'interno. Le crepe correvano lungo il petto, le braccia, il volto perfetto; da ogni fessura emergeva una luce rossa come sangue, simile a fuoco, rivelando un potere che era stato racchiuso troppo a lungo.
La testa si inclinò e gli occhi si aprirono in due profondi bagliori rossi, infondendo un improvviso ardore in quello sguardo che per millenni era rimasto immobile.
La Dama Bianca emise un suono tra la paura e il riconoscimento, il sussulto di chi vede compiersi un evento che temeva e aspettava al contempo.
Ma non ci fu tempo per altro.
Le nuvole scarlatte sopra le loro teste si squarciarono e dal cielo scese qualcosa di immenso.
Questa volta sembrò dirigersi verso Thalaniel e Little Turnip.
CAPITOLO 13la caduta di altheyn
PARTE I
Un boato riempì l’aria, esplodendo sotto il salone con un'eco che risuonava fin dalla base di Altheyn stessa, come se le fondamenta della città avessero smesso in un solo istante di credere alla propria solidità. Il pavimento di marmo vibrò prima ancora che il frastuono raggiungesse le orecchie degli ospiti: una scossa sorda che risalì dalle caviglie fino al petto. I lampadari di cristallo iniziarono a oscillare, diffondendo un tintinnio che andava ad accompagnare quel rombo proveniente dalle viscere della terra.D non si mosse.
Era ancora lì, immobile in mezzo alla folla che ondeggiava terrorizzata assieme ai lampadari. Il soprabito verde smeraldo era intatto, la maschera a becco dorato nascondeva quell'unico occhio che, pochi minuti prima, aveva fatto appassire Kermit come una foglia d'autunno. Aveva il sorriso di chi ha già vinto, di chi considera la serata conclusa esattamente come desiderava.
Fu Endy, alla fine, a fare la prima mossa.
Senza correre, avanzò con passo deciso, puntando dritta verso di lui. Attraversò la folla che si stava disgregando tra urla e spintoni; l'occhio dorato brillava fisso su un punto preciso del soprabito verde: esattamente dove aveva visto la collana e dove la fiala doveva ancora trovarsi, nascosta sotto gli strati di tessuto smeraldo.
«Kerchak» disse soltanto, senza voltarsi.
Non c'era bisogno di altro. Il compagno era già in movimento: una macchia scura si materializzò alle spalle di D con la stessa fluidità silenziosa utilizzata per sottrarre la collana qualche minuto prima. Trinity la seguì a pochi passi di distanza, l'arma ancora nel fodero, la mano pronta a scattare, mentre il bagliore rosso del suo occhio artificiale incrociava la stessa traiettoria di quello di Endy.
Rhiannon restò immobile — la collana vuota stretta nel pugno — osservando per un istante Endy e gli altri due avanzare verso D con determinazione, del tutto incuranti del caos circostante. Alzò poi gli occhi verso la cupola del salone: le crepe correvano lungo l'intera volta, ramificandosi come fulmini congelati, e da ciascuna di esse filtrava una polvere scura che cadeva lenta nell'aria, controluce, come cenere.
«Aspettate—» disse Rhiannon, ma la sua voce si perse nel boato successivo.
Nessuno dei tre la sentì.
D, invece, li vide arrivare.Un sorriso arrogante gli solcò il viso mentre portava una mano al fianco con un'intenzione fin troppo chiara per chiunque avesse mai visto un agente del Fano sparire in un varco d'ombra. Un gesto minimo, quasi pigro; la sicurezza di chi aveva ripetuto quell'azione migliaia di volte, certo che nemmeno quella notte sarebbe andata diversamente.
L'oscurità ai suoi piedi iniziò a incresparsi e, in quell'esatto momento, Trinity lanciò una piccola fiala di vetro scuro. Nessuno lo aveva visto estrarla da una tasca interna del mantello, nemmeno D.
Il distillato andò a schiantarsi sul pavimento, esattamente sotto l’uomo vestito di verde. Quello che ne uscì non si sparse come un fluido normale: si stese sul marmo con una lentezza innaturale, congelando la pozza scura che, un istante prima, si stava aprendo come una porta. L'ombra di D si fermò, irrigidendosi. Sul pavimento rimase solo una crepa nera e immobile. Incapace di diventare un varco, la macchia tornò semplicemente a essere la sagoma di un uomo in piedi, sotto un lampadario dall'oscillazione sempre più violenta. Per la prima volta da quando lo conoscevano, l'espressione di D cambiò davvero. Lo stupore per un imprevisto che non aveva calcolato prese possesso del suo volto.
«Interessante» disse, e il tono aveva perso ogni leggerezza.Endy fece un altro passo verso di lui.
«La fiala, adesso.»
L’uomo la guardò.
Per un lungo istante le sue labbra si schiusero, ma non ne uscì alcun suono; le parole parvero morire sul fondo dei suoi occhi, estranee a quel luogo, accompagnate da un'esitazione troppo profonda per legarsi semplicemente alla richiesta di Endy. Ma non ci fu tempo per scoprire altro.Il secondo boato arrivò e questa volta fu più vicino: il pavimento stesso si spaccò e una fenditura saettò dal centro della sala verso le pareti. Dalle profondità dell'abisso salì una sostanza più scura del buio, densa, che portava con sé un odore di terra marcia e linfa bruciata. Il miasma riempì il salone in un istante, spegnendo metà delle torce e facendo tremolare le altre come fiamme sferzate dal vento.
Sopra di loro, la cupola cedette.
Prima un blocco, poi un altro. Le enormi lastre di pietra e vetro colorato si staccarono dalla volta con un fragore che sovrastò urla, invocazioni e qualsiasi altro suono. Rhiannon vide Endy voltarsi di scatto verso l'alto, Kerchak gettarsi lateralmente con la rapidità di un predatore, Trinity allargare le braccia come a voler fare da scudo a chi gli stava vicino, e D, ancora immobile con l'ombra incollata al pavimento, sollevare il volto verso ciò che stava per cadergli addosso, senza fare il minimo gesto per scansarsi.Poi il mondo si fece pietra, polvere e silenzio.
CAPITOLO 13la CADUTA DI ALTHEYN
PARTE II
Non ci fu transizione tra il crollo e il buio. Non un momento in cui Rhiannon capì di stare perdendo i sensi: ci fu solo il prima, frantumato e rumoroso, e poi il dopo, in cui il tempo si dilatò. Niente sogni o pensieri: solamente un nero compatto e pesante, attraversato a tratti da un ronzio basso e continuo; un tonfo, ovattato, che faceva tremare la superficie sotto la schiena; un suono che poteva essere una voce, troppo distorta per avere parole.
Il tempo, in quel nero, si fermò.Fu un gocciolio a rompere il silenzio: il battere lento dell'acqua che cadeva da una grondaia spezzata, ritmico, quasi tranquillo, come se nulla di quello che era accaduto avesse il diritto di interrompere quella cadenza isolata.
Rhiannon aprì gli occhi.
Il primo pensiero, ancor prima di qualsiasi altra cosa, fu che doveva essere passato molto tempo. Il corpo le doleva ovunque, i muscoli rigidi di chi è rimasto immobile per ore e, quando provò a muovere le dita, sentì la pelle tirare: la polvere e il sangue rappreso le si erano incrostati addosso ormai da un pezzo.
Spostò poi lo sguardo verso l’alto.
Sopra di lei non c'era più il soffitto. Con gli occhi mise a fuoco il cielo, in cerca di quelle stelle che potessero dare un minimo sollievo a una mente stanca. Ma al loro posto c'era solo uno squarcio, enorme, irregolare, con i bordi pulsanti di una luce verdastra e malata, e attraverso di esso, intravide forme che si muovevano lente: troppo grandi per essere nuvole, troppo vive per essere ombre, troppo lontane per essere reali.
Quella visione assurda la scosse dal torpore, riportando a galla i suoi sensi. Ignorando le fitte che le martellavano i muscoli, si tirò a sedere tra i detriti. Si guardò intorno, comprendendo finalmente dove fosse finita.
Non era più nel salone. Sotto di lei c'erano erba, terra e lastre di pietra spezzate che un tempo dovevano formare un sentiero. Tutto intorno si ergevano le alte siepi del parco reale: quella geometria impeccabile, tipica dei giardini nobiliari, era adesso violata dai segni di ciò che era successo, squarciata, fumante in più punti e avvolta da una fiamma verdastra. Una fiamma innaturale, incapace di consumare ciò che bruciava.
E ovunque, tra le macerie, c'erano corpi.
Lo stomaco le si chiuse mentre il suo sguardo passava da una forma all'altra: una manica di seta color avorio, un guanto bianco ancora abbottonato al polso, una maschera dorata mezza affondata nella terra con le orbite vuote rivolte al cielo, e numerose armature che riflettevano i bagliori verdastri accesi attorno a loro. L'intero Galà era crollato e, con esso, la nobiltà delle Terre Civilizzate — conti, consiglieri, servitori, musicisti — ormai sparpagliata tra le aiuole, immobile, in tragico contrasto con la vita di pochi attimi prima.
Non erano stati soli, quella notte. C'era stata tutta Altheyn. E adesso, sollevando gli occhi oltre il profilo delle siepi sventrate, capì: l'intera città volante era lì, ridotta in pezzi sospesi nel nulla.Con lo sguardo arrivò ai bordi di quel giardino, qualche metro più in là, dove ora la terra finiva nell'abisso: il prato, le siepi e il selciato spezzato si interrompevano semplicemente in un orlo frastagliato di radici esposte. Oltre quel confine c'era il vuoto: un baratro nero punteggiato di stelle sbagliate, attraversato da brandelli di nebbia verde scura che vagavano senza una direzione precisa.
Tutto quanto stava… galleggiando.
L'enorme zolla di Altheyn navigava nel vuoto come un'isola strappata dal proprio continente e, intorno a essa, sparsi a distanze diverse, altri frammenti facevano lo stesso, tutti separati da quel baratro silenzioso che un tempo era stato il cielo sopra la città. Il ronzio alle orecchie della ragazza iniziò a diradarsi, lasciando spazio alle urla che arrivavano lontane, attraverso l'oscurità.
Erano tante, troppe per essere contate, perse nella distanza prima di poter associarle a un volto: voci che si sovrapponevano in un coro che la nebbia verde inghiottiva e restituiva a tratti.
La colpirono come una doccia fredda.
Ognuna di quelle grida apparteneva a qualcuno che, in quel momento, su un'altra isola di pietra sospesa nel nulla, stava lottando per restare vivo senza che nessuno potesse arrivare in tempo. Istintivamente si portò le mani alle orecchie, poi si fermò, vergognandosi del gesto prima ancora di averlo completato.
«Rhiannon.»
La voce di Trinity arrivò da pochi passi di distanza: piatta, eppure carica di un'urgenza trattenuta a forza. Era già in piedi, con l'occhio artificiale che brillava rosso nel buio, e per un lungo momento non guardò né Rhiannon né le macerie intorno a loro.
Guardava il vuoto.
«Stai bene?» chiese, senza voltarsi.
«Credo» disse Rhiannon. Si alzò; le gambe protestarono per un istante prima di sostenerla. «Quanto tempo…»
«Non lo so.» La voce di Trinity era controllata, ma le dita metalliche si erano chiuse a pugno lungo il fianco. «Ore. Il sangue sulla pietra è secco.»
Da una siepe più in là arrivò un suono a metà tra un grugnito e una bestemmia, e Blue Turnip emerse scrollandosi di dosso foglie e schegge di pietra con la furia di chi si è appena svegliato e ha già capito, prima ancora di guardarsi intorno, che è successo qualcosa di terribile.
I suoi occhi scrutarono frenetici il terreno attorno a lui.
Non c'era.
«La borsa…» ringhiò. La voce era bassa, troppo bassa, incrinata dalla rabbia che stava per prendere il sopravvento. «Dov'è Armstrhool? Dov'è la borsa?»
Kerchak si alzò in quel momento da un cumulo di rami bruciati, con una mano premuta contro il fianco. Si guardò intorno, attivando i propri sensi come faceva sempre nelle situazioni di emergenza, e fu lui il primo a individuare ciò che gli altri stavano disperatamente cercando.
«Lì» disse soltanto, indicando un punto preciso.
A una distanza che sembrava impossibile da percorrere, separata da un baratro di vuoto e nebbia verde, un'altra porzione di Altheyn fluttuava lenta, più grande della loro. Ospitava quello che restava di un'ala del palazzo ancora in piedi su un lato e, vicino al bordo, alcune figure in movimento. Trinity non esitò.
«ENDY!»
Il nome attraversò il vuoto con una chiarezza innaturale, come se l'assenza della normale aria rendesse tutto più nitido.
Una delle figure sul frammento si voltò.
«TRINITY?»
La voce di Endy arrivò sottile ma riconoscibile, e dietro di lei Rhiannon vide altre forme muoversi: una enorme, che doveva essere Armstrhool, e due più piccole. Una delle due si era già spostata verso l'orlo del lembo di terra: era Kaylus. Anche da lì, persino attraverso la nebbia, Rhiannon riconobbe la sagoma di suo fratello e vide che si era fermato sul ciglio frastagliato, troppo vicino al vuoto, gli occhi che correvano lungo la loro porzione di giardino con rapidità.
«STATE BENE?» urlò Trinity.
«SÌ. ARMSTRHOOL È CON NOI. E ANCHE GWYNN.»
Kaylus sulle prime non disse niente, ma quando il suo sguardo, finalmente, trovò la figura di Rhiannon — piccola, lontana, in piedi tra le macerie — qualcosa nelle sue spalle si irrigidì.
«RHIANNON!»
La voce di Kaylus arrivò più acuta di quanto lei l'avesse mai sentita, spezzata da un sentimento sospeso tra la paura e la rabbia.
«STAI FERMA DOVE SEI. NON AVVICINARTI AL BORDO. HAI CAPITO?»
Rhiannon alzò una mano, un gesto piccolo, quasi assurdo data la distanza, ma fu tutto quello che riuscì a fare.
«STO BENE, KAYLUS!» urlò. «SONO CON TRINITY E GLI ALTRI!»
Lo vide fare un passo ulteriore verso l'orlo della propria zolla. Una mano enorme, quella di Armstrhool, si posò sulla sua spalla e lo tirò indietro con gentilezza, ma senza esitazione. Per un istante, persino attraverso quel baratro, Rhiannon vide il volto del fratellastro contrarsi nell’impotenza.
Raggiungerla era impossibile. Almeno in quel momento, e forse sarebbe rimasto un miraggio ancora a lungo. E lo sapeva.
Blue Turnip si fece avanti fino all'orlo frastagliato della propria zolla, così vicino al vuoto che Rhiannon dovette resistere all'istinto di tirarlo indietro per un braccio.
«LA BORSA!» urlò, con tutta la voce che aveva.
«ARMSTRHOOL HA ANCORA LA BORSA?»
Ci fu un momento di silenzio, durante il quale la figura mastodontica dall'altra parte sembrò controllare il proprio equipaggiamento, poi si voltò di nuovo verso di loro.
«SÌ!» Era la voce di Armstrhool, enorme anche a quella distanza, attraverso il vuoto.
«È QUI! TUTTO A POSTO!»
Blue Turnip chiuse gli occhi. Per un istante la linea delle sue spalle si afflosciò, come se un peso retto da solo fino a quel momento potesse finalmente essere condiviso. Poi riaprì le palpebre, e la parte più pragmatica, quella sempre pronta all'azione, tornò al proprio posto.
«COME TORNIAMO INSIEME?» urlò.
Dall'altra parte, Endy si voltò verso Gwynn per uno scambio di battute troppo lontano per essere udito. Poi si rivolse di nuovo a loro.
«NON LO SAPPIAMO ANCORA. QUESTO POSTO SI MUOVE. LE ZOLLE… CAMBIANO POSIZIONE.» Una pausa. «TROVATE UN MODO DA QUELLA PARTE. NOI LO TROVEREMO DA QUESTA.»
«E SE NON—» urlò Kermit, che si era finalmente districato da sotto un cespuglio del giardino con una foglia incastrata nel cappello e l'aria di chi si è svegliato in un posto ancora più strano del solito.
«CI TROVEREMO» disse Endy, con un tono che non lasciava spazio a obiezioni.
«Promesso,» sussurrò.
Si voltò verso ciò che rimaneva in piedi del palazzo. Era visibile un tratto di corridoio, una scalinata spezzata a metà e un’unica via ancora intatta: quella che conduceva ai sotterranei e alle camere private.
«Mio padre… era stato portato da quella parte» disse con un filo di voce. «E se esiste ancora un molo per lasciare questo posto, sono certa che si trova là sotto.»
Armstrhool tastò nuovamente la borsa alla sua cinta; Gwinn si strinse le ali al corpo, in silenzio.
Poi la nebbia verde si infittì tra le due zolle, ondeggiando lenta, e le figure dall'altra parte divennero ombre, poi sagome, poi nulla.
L'ultima cosa che Rhiannon vide, prima che la cortina si chiudesse del tutto, fu Kaylus: rimasto fermo sul ciglio, immobile, con lo sguardo fisso verso di loro anche quando non c'era più niente da vedere. Solo allora, dall'altra parte del baratro, il gruppo di Endy si incamminò verso l'oscurità dei sotterranei.Il silenzio tornò.
Nessuno dei cinque aprì bocca.
Rhiannon guardò il punto in cui l'altra zolla era scomparsa nella nebbia e sentì un nodo stringersi nel petto: la consapevolezza, improvvisa e totale, che il mondo conosciuto fino a qualche ora prima non esisteva più, sostituito da qualcosa che non aveva ancora deciso quali regole seguire.
Fu Kermit, di tutti, a rompere quello stallo.
«Be'» disse, scrollandosi di dosso un'altra manciata di terra. «Almeno non siamo morti.»
Blue Turnip respirò una volta, profondamente, e quando si voltò verso gli altri, videro in lui un barlume di lucidità, quella che gli permetteva di funzionare anche quando ogni fibra del suo corpo avrebbe voluto fare altro.
Fu allora che la terra tremò di nuovo.
Non fu una scossa sorda e improvvisa, come quelle avvenute prima del crollo. Bensì un moto più ritmico, simile a un battito cardiaco enorme che risuonava attraverso la zolla e risaliva nelle ossa di chiunque vi fosse sopra. A ogni pulsazione, una luce verde pallida si propagava sottoterra, visibile attraverso le crepe del selciato. Proveniva da un punto preciso: il centro della loro porzione di giardino, dove le siepi formavano un labirinto che si perdeva oltre l'orizzonte.
Blue Turnip si inginocchiò e posò una mano nuda sulla terra. Rimase così per un lungo momento, gli occhi chiusi nella concentrazione, intento a percepire ciò che gli altri non potevano avvertire. Quando sollevò le palpebre, la sua espressione cambiò.
«Non è il crollo» disse lentamente. «C'è un'entità, là in mezzo. Una presenza viva. E qualunque azione stia compiendo…» La voce gli si fece più bassa. «Sta provocando questo. Sta facendo tutto questo.»
«La Bruma» disse Rhiannon piano.
Lo aveva avvertito anche lei, in un modo che non sapeva spiegare; la stessa sensazione che provava quando cantava e la sala si fermava, solo che questa volta non era musica: era qualcosa di rotto che cercava ancora di suonare la propria nota.
«Un albero» confermò Blue Turnip. «Deve essere un albero. Solo le radici producono un battito così.»
Si rialzò e, per la prima volta da quando si erano svegliati, esaminò le proprie mani — vuote, senza armi, senza nulla — per poi fissare i corpi sparsi tra le aiuole poco oltre. Le grida lontane continuavano, portate da un vento che non avrebbe dovuto esistere in quel vuoto, e ogni tanto, nell'oscurità, si sentiva un impatto violento: pietra contro pietra, o forse i resti di una creatura vivente che si frantumavano contro la roccia.
Blue Turnip cercò con lo sguardo tra i cadaveri.
«Prima cerchiamo delle armi» disse. «Poi quell'albero.»
Si mossero verso il labirinto.Un'evidenza spietata iniziò ad aleggiare su quelle due isole di pietra separate dalla nebbia. Nessuno, da una parte o dall'altra del vuoto, aveva scorto tra i cadaveri un cappello a cilindro o il riflesso di un soprabito verde smeraldo.
Di Basid e D non c’era la minima traccia.
CAPITOLO 13la CADUTA DI ALTHEYN
PARTE III
Le siepi del giardino odoravano di linfa bruciata: qualcosa ardeva dall'interno delle piante, producendo quel fuoco verdastro e il fumo che saliva lento tra i corridoi del labirinto.
Rhiannon camminava vicino a Blue Turnip all'interno della fila; erano tutti disarmati, e quella mancanza si faceva sentire a ogni passo, in ogni angolo cieco.
I corpi non erano disposti con la dignità dei caduti in battaglia, sembravano scaraventati: guardie elfiche dorate con le armature piegate verso l'interno, un servitore con le mani ancora strette attorno a un vassoio vuoto, una donna in abito da sera con la maschera ancora al suo posto. Qualcuno gemeva tra le siepi, lontano, col suono basso di chi non chiede più aiuto ma non è ancora finito.
«Non fermatevi» disse Trinity.
Nessuno lo fece.
La prima creatura cadde dall'alto su Blue Turnip: un serpente iridescente e viola, con due teste e antenne che terminavano in sfere azzurre. Blue Turnip l'afferrò per un'antenna nel momento in cui la bocca di destra si apriva verso Rhiannon, la torse e la scaraventò contro la siepe. La creatura si districò e si lanciò di nuovo verso di loro.
Kermit posò entrambe le mani palmate contro il fianco della bestia e il vapore entrò nelle giunture della pelle, cercando delle aperture. La creatura si contrasse; le antenne lampeggiarono una volta sola e si spensero.
La seconda bloccò il corridoio principale: quattro arti che si allungavano e si irrigidivano a intervalli irregolari, la testa per metà bocca e per metà qualcosa che pulsava. Blue Turnip la affrontò frontalmente, assorbendo gli impatti, mentre Kermit scivolava lungo la siepe abbastanza vicino da bruciare le giunture degli arti col vapore. Trinity trovò il punto alla base della testa e applicò la pressione necessaria. Rhiannon cantò una nota bassa e lunga; gli armonici rimbalzarono tra le siepi e qualcosa nel sistema della creatura andò fuori sincrono. Cadde.
Poco dopo, lungo lo stesso corridoio, trovarono le armi accanto ai corpi delle guardie; i foderi erano ancora intatti. A Kerchak bastò un pugnale per essere pronto. Trinity scelse due spade corte: ne saggiò il peso, le impugnò e decise che, pur non essendo le sue, sarebbero bastate. L'ultima rimasta andò a Blue Turnip. Per Rhiannon non ci fu nulla, ma sapeva che la sua voce sarebbe stata sufficiente, almeno per ora.La piazza si aprì davanti a loro come una ferita.
Le siepi finivano su un bordo di marmo spezzato, e oltre c'era il cerchio ornamentale che un tempo era il cuore del giardino reale. Il marmo bianco era scomparso sotto le radici, mentre la terra nera pulsava con venature luminose tra i detriti biancastri.
Le guardie erano disseminate ovunque, o quello che ne restava: alcune erano state lanciate lontano, altre, quelle più vicine all'albero, erano avvolte da radici sottili insinuate tra le giunture dell'armatura. Tre di loro resistevano ancora: non combattevano, schivavano, cercavano solo di non essere raggiunte, e già questo sembrava richiedere tutto quello che avevano.
Al centro della piazza si ergeva l'Albero Bianco.Il tronco era scomparso sotto le radici. Non c'era più corteccia visibile, bensì era divenuto una massa tentacolare che si espandeva orizzontalmente: un corpo di radici intrecciate con al centro un teschio che era stato il nucleo di qualcosa di vivo, prima che un'entità diversa lo usasse come fondamenta. Dalla bocca di quel teschio, la Bruma colava densa, verde, continua. Il pavimento attorno era coperto di foglie secche e oro spento, ciò che restava di ogni cosa che le radici avevano raggiunto.
Calpestando quel tappeto di morte, i compagni misero mano alle armi.
La scalinata verso i sotterranei teneva per i primi due piani, ma cedeva dove il soffitto era crollato parzialmente, lasciando un passaggio stretto tra macerie in equilibrio precario. Armstrhool non ci passava dritto; dovette avanzare di lato, con quella lentezza controllata di chi sa che intorno a lui le cose si rompono se non si presta abbastanza attenzione.
I corpi sui gradini, illuminati parzialmente dalle poche torce rimaste, raccontavano cadute veloci. Qualcuno aveva cercato rifugio scendendo, ma non aveva fatto in tempo.
Gwynn sentì un rantolo sotto un architrave abbattuto e ci si infilò, tornando quasi subito.
«Questa è viva!» disse. «Non riesce a muoversi.»
Armstrhool rimosse i detriti da sopra il corpo per permettere a Endy di accostarsi. Sotto le macerie c'era una giovane guardia elfica, l'armatura spezzata e una gamba piegata nel modo sbagliato. Respirava; aveva gli occhi fissi al soffitto con la concentrazione di chi usa tutta se stessa per continuare a fare una sola cosa: rimanere viva.
Endy le posò due dita al polso.
«Non possiamo portarla con noi» disse.
Kaylus rimase immobile.
«Lo so» disse Gwynn, più piano.
Dalle due dita poggiate sul polso una magia leggera scivolò sul corpo della guardia, andando ad avvolgerla di un calore ristoratore. Prima di rialzarsi, Endy le lasciò accanto una borraccia trovata tra i detriti. Non poté fare altro.
La guardia non disse niente, ma smise di fissare il soffitto e la guardò per un momento: senza gratitudine, troppo stanca anche per quello, ma con un tacito riconoscimento.
Il silenzio di quel luogo venne interrotto da versi striduli che riecheggiarono nel corridoio. Non erano soli là sotto e, soprattutto, quei suoni non appartenevano a nessun ospite del galà. Endy guardò gli altri, calcolando in un attimo le loro possibilità. Ad eccezione di Gynn, che poteva utilizzare la magia come lei — anche se le loro energie vibravano in modi talmente diversi da sembrare quasi incompatibili — Kaylus ed Armstrhool erano disarmati. Bisognava recuperare qualcosa; ma, fino a quel momento, dovevano pensarci loro due.
«Vado avanti io, voi rimanete dietro», ordinò Endy. «Gwynn, tu chiudi la fila e assicurati che nulla ci attacchi alle spalle.» Era una precauzione; i suoni provenivano tutti dalla zona in cui erano diretti, ma non voleva brutte sorprese.
Armstrhool le posò una delle sue gigantesche mani sulla spalla sinistra.
«Aspetta! Forse qui dentro può esserci qualcosa di utile!»
Prese la borsa, la poggiò a terra e infilò il suo enorme braccio all’interno, fin sopra la spalla. Endy si meravigliava ogni volta che succedeva, anche se fino ad allora tutto ciò che ne era emerso era stato grottesco: una dentiera con un dente solo, che aveva donato al taverniere di Hush; una palla metallica da venti tonnellate, che li aveva aiutati a non essere scaraventati via nei domini della lepre Nodga — la stessa che aveva dato loro i biglietti per il galà — e un paio di nacchere per una serenata.
Questa volta, però, la sua mano venne fuori stringendo uno scudo. Aveva le fattezze di una porta: tutt'intorno era circondato da rune antiche e, al centro, spiccava un enorme boccale di birra, rilucente di un bagliore caldo e dorato.
«Questo sì che ci sarà utile!» disse l’omone soddisfatto. Poi passò avanti a tutti, con quel suo fare protettivo che riusciva in qualche modo a far sentire chiunque al sicuro, come se tutto potesse andare bene. E si mossero oltre.I serpenti del Mare Astrale erano giunti anche qui: sfere azzurre nell'oscurità, troppe per contarle. Gwynn li destabilizzò dall'alto, proiettando nei loro sistemi sensoriali quella confusione tra reale e sogno che era la sua arte più silenziosa. Armstrhool avanzò con il suo scudo che, potendosi aprire in due, riuscì a spazzare via le creature confuse. Due di esse sfuggirono alla sua traiettoria e puntarono Endy; lei alzò la mano meccanica, sprigionando un calore localizzato che le fece deviare nel buio.
La camera da letto era tre porte più in là, quasi intatta: soffitto integro, tende ai lati della finestra, letto fatto. Lì, avvolto in un pigiama non suo, Lord Andar Yeltuan dormiva col respiro lento di chi è svenuto ma non ferito. Sul comodino un piattino di biscotti e un bicchiere di latte. Quell'insieme bizzarro portava la firma di Armstrhool.
All'ingresso della stanza, nell'ombra del corridoio, un avambraccio reciso combatteva da solo contro una creatura del Mare Astrale. Era il braccio del Cavaliere Nero che Trinity aveva sconfitto tempo prima in duello; tagliato e legato a lui da un vincolo antico, seguiva i suoi comandi e lo serviva anche senza il resto del corpo. La creatura giaceva già a terra quando entrarono. Il braccio si agganciò alla spalla di Endy come se la riconoscesse e quella fosse la sua posizione naturale.
Armstrhool si diresse subito verso il letto e sollevò Lord Yeltuan con la cura enorme e goffa che riservava alle cose fragili.
«L'ho sistemato io» disse sottovoce. «Il pigiama era nell'armadio. I biscotti li ho trovati in cucina.»
Endy non disse nulla. Aveva guardato il volto di suo padre per un solo istante — vecchio, stanco, inconsapevole di tutto — e si era già girata verso il corridoio. C'era un'espressione diversa attorno ai suoi occhi, un'ombra che nessuno nominò per non spezzare ulteriormente la volontà della maga.
«Dobbiamo trovare un'uscita verso i moli» disse con voce ferma. «Prima che questa sezione crolli.»
Proseguirono.
Il corridoio successivo era buio e stretto, con le pareti segnate da crepe che scendevano dal soffitto fino al pavimento. Avanzarono in fila — Kaylus davanti, Armstrhool con Yeltuan in braccio al centro, Gwynn sopra le loro teste ed Endy in coda — quando il soffitto cedette.
Uno squarcio si aprì con un boato sordo, e una cascata di pietra e polvere li costrinse ad appiattirsi contro le pareti. Quando la nuvola di detriti si diradò, nel buco aperto sopra di loro videro il Pescatore dell'Oscurità.
I tatuaggi di Kaylus brillarono all'istante, mentre i sensi acuti di Gwynn si attivarono mandando input di pericolo in ogni cellula del suo corpo; lo riconobbero immediatamente. Quelle scaglie iridescenti rosa-viola-nero che cambiavano sfumatura col movimento, le venature bioluminescenti pulsanti in verde tossico lungo i fianchi, le numerose antenne terminanti in sfere azzurre che istintivamente si orientarono sul gruppo con precisione fredda; le cicatrici sul muso che Kaylus gli aveva inferto per proteggere Rhiannon. Era lui, la creatura che era emersa dalla bruma quando la Formichina Volante li aveva portati — o forse sarebbe meglio dire schiantati — nelle Terre Civilizzate. La stessa che avevano combattuto quella notte. La stessa che quasi li aveva uccisi tutti e che, probabilmente, avrebbe finito il lavoro questa volta.
Scese nel corridoio serpeggiando, insinuando l'enorme corpo attraverso uno spazio troppo stretto per la sua stazza, con la pazienza di un predatore che ha avvistato le sue prede e ne stava già pregustando il sapore. La bocca si apriva su più file di denti e, inesorabilmente, avanzava. Il gruppo arretrò passo dopo passo, stretto tra le pareti di pietra, senza lo spazio necessario a sferrare un colpo o a trovare una via di fuga. Guadagnarono a fatica un piccolo slargo, ma non fecero in tempo a organizzarsi che le antenne si fermarono sulla maga.
La creatura scattò.
Le fauci si aprirono davanti a lei in meno di un respiro; Endy non ebbe il tempo di incanalare nulla, di alzare la mano meccanica o di indietreggiare, e nessuno dei presenti fu abbastanza veloce. Chiuse gli occhi.
Il ruggito arrivò da sinistra: mezzo stridio e mezzo grido di dolore, qualcosa che non era la voce di nessuno di loro. Il Pescatore dell'Oscurità si contorse violentemente, sfondò la parete laterale in un crollo di mattoni e detriti e rotolò fino in fondo alla stanza che si apriva dietro quel nuovo varco, con un impatto che fece tremare il soffitto.
Endy aprì gli occhi.
Dall'altro lato del corridoio, in piedi tra i detriti della frana, c'era D.
Il soprabito verde smeraldo era lacerato su un fianco, la maschera a becco sparita, i capelli coperti di polvere bianca. L'occhio sinistro era spalancato, e da lì colava icore nero, lento e denso come inchiostro, mentre l'Occhio del Raccolto continuava a fissare la creatura rannicchiata in fondo alla stanza. Il lato destro del Pescatore era rinsecchito, le scaglie rattrappite verso l'interno come carta bruciata; D teneva l'occhio aperto con uno sforzo visibile, le dita che stringevano il bordo della parete per non cedere.
Era sopravvissuto alla frana della sala da ballo ed era arrivato fin qui da solo, nel buio, attraverso i corridoi crollati.
Endy non disse nulla per un lungo istante.
«Proseguite» disse D. «Qui ci penso io.»
Il gruppo si mosse verso la porta in fondo al corridoio, senza esitare. Armstrhool portava Yeltuan, mentre Kaylus teneva la retroguardia fissando D con un'espressione indecifrabile. Gwynn lo seguiva a ruota. Endy, invece, continuò a guardarlo con uno sguardo interdetto che mutò istantaneamente quando D sfilò qualcosa dalla tasca interna del soprabito, lanciandola verso di lei in un arco breve e preciso.
La fiala — quella che avevano tentato di rubargli al Galà, quella che conteneva la cura per Balran — girò nell'aria ed Endy la afferrò al volo.
Endy aprì la bocca. La richiuse. La riaprì.
«Vieni con noi.» disse istintivamente, senza nemmeno rendersene conto.
«Ho detto andate.»
Il Pescatore si stava rialzando in fondo alla stanza, le antenne che riprendevano a orientarsi. D non si girò verso di loro. Tenne l'occhio fisso sulla creatura, e l'icore continuò a scendere lungo il suo viso.
La porta si aprì prima che la raggiungessero e, oltre la soglia, il Generale Belvont li aspettava appoggiato allo stipite, il moncherino del braccio sinistro fasciato alla meglio con strisce di mantello, il volto rigato di sangue secco. Quattro guardie sopravvissute alle sue spalle.
«Presto, da questa parte!» disse. La sua voce era quella di un uomo che ha visto troppe perdite e ha semplicemente smesso di contarle. «Ho trovato l’armeria, venite a recuperare ciò che può esservi utile!»
Il gruppo passò oltre; Endy fu l'ultima.
Si fermò sulla porta. Nel corridoio, D teneva ancora l'Occhio del Raccolto aperto verso il Pescatore che si avanzava di nuovo verso di lui; l'icore colava più veloce, e la mano sul muro stringeva più forte.
«D»
Lui non si girò.
«G-grazie» disse Endy. «Te ne devo una.»
Un secondo di silenzio.
Il Pescatore avanzava.
«Questa vale doppio, milady» disse D, il solito sorriso arrogante, questa volta incrinato dallo sforzo.
Endy posò l’ultima pozione curativa sul pavimento davanti alla soglia e, dopo un ultimo sguardo verso la figura che le aveva appena salvato la vita, lasciò che la porta si chiudesse alle sue spalle.
CAPITOLO 14radici PROFONDE
PARTE I
Il primo ramo li attaccò prima ancora che fossero entrati nella piazza.Si mosse dal bordo esterno della massa di radici come un colpo di frusta, orizzontale, abbastanza basso da prendere le gambe di chiunque non avesse riflessi pronti. Kerchak lo scavalcò con un salto secco; Trinity si abbassò portando con sé Kermit per un braccio; Rhiannon arretrò di un passo dietro le spalle di Blue Turnip e il ramo gli passò a pochi centimetri dallo stomaco, piantandosi nel marmo con un crack che risuonò per tutta la piazza.«Che cavolo è quella roba?» esclamò Kermit, immobile sulla soglia con gli occhi spalancati verso il centro.
«L'albero» ribatté Blue Turnip. «Il dannatissimo Albero Bianco.»
Non era una risposta esaustiva, ma era l'unica disponibile.L'Albero Bianco aveva perso ogni traccia dello splendore decantato nelle leggende. Quella massa di radici si espandeva in ogni direzione, sollevandosi per oltre tre metri; al centro, il teschio che ne costituiva il nucleo ruotava lentamente dentro la corteccia marcescente, mentre dalle sue fauci la Bruma colava in una cascata densa e verdastra, stendendosi sul pavimento come un mare tossico. I rami — decine di viticci spessi quanto tronchi, percorsi da pulsazioni cupe — si muovevano con lentezza deliberata. Era follia pura, un'azione di caccia. Tra i nodi del legno giacevano i corpi degli invitati e delle guardie, i primi ancora avvolti nel velluto e le seconde serrate nell'acciaio; le fibre più sottili si erano insinuate tra le giunture delle armature e le pieghe dei tessuti, trasformando lo sfarzo del Galà in un macabro ricamo di carne e linfa.
Tre guardie ancora in piedi combattevano ai bordi, le lance che rimbalzavano sulla corteccia senza lasciarvi il minimo segno. Una di loro provò a gridare qualcosa, interrotta da un ramo che la prese in pieno petto e la scagliò fuori dalla piazza con una forza che fece tremare la siepe dove atterrò.
«Dobbiamo distruggerlo» disse Blue Turnip. «Adesso.»Trinity non attese altro.
Si lanciò verso la massa tentacolare con le due spade corte, seguendo la traiettoria meno esposta, quella dove i rami si muovevano più lenti perché più distanti dal nucleo. La prima spada recise un ramo laterale di netto, la seconda ne aprì un secondo a metà. Entrambi ricrebbero in una manciata di secondi, più spessi di prima, e la nuova appendice si scagliò contro di lui, colpendolo alla spalla destra e scaraventandolo qualche metro più in là. Il guerriero riacquistò velocemente l'equilibrio, guardò il ramo ricresciuto e capì la regola: tagliare non serviva a niente. L'Albero si rigenerava meglio di quanto potessero distruggerlo. Bisognava arrivare al teschio, e frantumarlo.
«KERCHAK!» urlò. «IL CENTRO! DOBBIAMO ARRIVARE AL NUCLEO!»
Kerchak era già sui rami, aggrappato a un’escrescenza larga quanto una trave che si muoveva sotto di lui cercando di scrollarlo via. Riuscì a mantenere la presa e usò il movimento stesso del legno per avanzare, saltando da un ramo al successivo con precisione; ogni balzo lo portava più vicino al centro, più vicino al teschio che ruotava lentamente all'interno della corteccia marcescente.
Un ramo più grosso lo intercettò dall'alto, lo prese in pieno e lo scagliò verso il pavimento. Kerchak ruotò in aria, assorbì l'impatto con le gambe, rotolò, si rialzò con il fianco che bruciava e il respiro corto, raccogliendo da terra la lama di un cadavere mentre tornava in piedi.
«Non ci si arriva dall'alto» sputò, un rivolo scuro colava dalle labbra.Blue Turnip ripose l’arma e avanzò senza tattica, solo con la sua massa e la determinazione di chi ha deciso che il dolore non è un motivo sufficiente per smettere di andare avanti. Si lanciò verso la base del tronco principale, abbassò la testa, assorbì il primo colpo di radice con la schiena, poi il secondo con il braccio sinistro; raggiunse il legno e cominciò a spingere. L'Albero non si mosse, ma i rami reagirono tutti insieme, orientandosi verso di lui; in quel preciso istante, Kerchak e Trinity videro la finestra.
Tre secondi, forse quattro, con il nucleo esposto da entrambi i lati.
Trinity si lanciò da destra, Kerchak da sinistra. Le due spade corte trovarono la corteccia nello stesso istante in cui la lama di Kerchak vi si conficcò cercando una presa: per un momento solo, l'Albero ebbe troppi nemici in troppi posti diversi per gestirli tutti contemporaneamente.
Fu allora che Rhiannon si aggrappò alle radici. Non era un piano: fu ciò che fece il suo corpo quando i rami si orientarono altrove, lasciando lo spazio davanti a lei improvvisamente libero. Si lasciò trascinare verso la base, saltò, trovò un appiglio tra i filamenti esposti e si arrampicò. Il legno cercò di strapparla via quasi subito, avvolgendosi attorno a un braccio e poi a una caviglia, ma dall'alto la barda poteva vedere il teschio, poteva osservare il ritmo con cui ruotava, poteva sentire il pulsare della Bruma che ne usciva come un respiro malato. Aprì la bocca e, con una serie di armonici sovrapposti, cantò direttamente contro di esso.
Il teschio tremò; fu solo un istante, un fremito che percorse l'intera massa vegetale come una scossa, ma sufficiente a far rallentare le appendici di un secondo intero e a spingerle a lasciare andare la ragazza. Un ramo più sottile la colpì sulla schiena, forte a sufficienza da farle perdere la presa.
Cadde. Tre metri, forse quattro, atterrando sul pavimento coperto di foglie secche con un impatto sgraziato che le tolse il fiato.
Si rialzò immediatamente.
La spalla sinistra non andava, il polso destro sanguinava per una ferita profonda di cui non ricordava l'origine. Cantò lo stesso, perché era l'unica cosa che le restava da fare; la voce uscì più rauca, ma uscì.«EHY, ROSPACCIO!» gridò Blue Turnip dalla base del tronco, le braccia ancora strette attorno alle radici. «ADESSO!»Kermit aveva aspettato quell'istante. Si era tenuto ai margini per tutta la durata dello scontro per calcolare un’infinità di modi differenti su come agire, seguendo una logica tutta sua. Aveva mappato i rami, aveva capito dove il vapore poteva entrare e dove no, e quando il ranger urlò era già a metà strada verso il nucleo con i palmi che sprigionavano calore.
Posò le mani piatte contro la corteccia del tronco principale, spingendo il vapore concentrato verso l'interno; cercava le crepe che le spade di Trinity avevano aperto, laddove la corteccia era più sottile e il fuoco poteva trovare qualcosa di vivo da bruciare. Ovviamente, lo trovò.
L'Albero emise un suono a metà tra un urlo e un crepitio, un lamento organico che brucia dall'interno. Le radici si irrigidirono tutte insieme, poi si rilassarono e si contrassero nuovamente in modo irregolare, perdendo il ritmo coordinato che le aveva rese così difficili da affrontare. Blue Turnip aumentò la pressione. Kerchak tornò in alto. Trinity trovò il nucleo con entrambe le spade.La furia dell'Albero non scemò, bensì divenne più frenetica.
I viticci iniziarono a essere slanciati in ogni direzione con violenza caotica, distruggendo quello che restava della piazza: lastre di pietra, archi e statue vennero scagliati come frammenti di vetro contro le siepi. Due sferzate colpirono Trinity e Kerchak, sbalzandoli lontano quasi contemporaneamente. Kermit e Blue Turnip si gettarono a terra per non essere investiti, strisciando fuori dalla portata di quella sfuriata cieca e devastante.
Fu in quel momento che Shir apparve ai margini delle macerie.La sacerdotessa di Shanaus avanzò tra i detriti con la stessa calma sfoggiata per tutta la sera, come se l'inferno circostante non potesse in alcun modo minacciarla, seguita da alcune guardie dorate. Posò a terra una sacca senza dire nulla. Dall'interno estrasse l'ascia rotante di Trinity e la scagliò verso di lui in una traiettoria precisa.
Il guerriero la prese al volo e l’accese. Il ronzio della lama seghettata riempì l'aria con un suono meccanico che non apparteneva a nessun giardino reale, a nessun rituale druidico, a nessuna delle cose che quel luogo era stato prima di quella notte. Trinity fissò la creatura per un istante, poi si lanciò verso il nucleo.
Shir tirò fuori altri oggetti: le lame incantate di Kerchak, l'arco di Blue Turnip e il bakora di Kermit. Una delle sentinelle porse il liuto a Rhiannon.
L'Albero si stava riprendendo. I rami ricominciavano a coordinarsi, più lenti di prima ma di nuovo deliberati, e dal teschio la Bruma usciva in quantità maggiore, cercando di compensare il danno con più veleno. Le radici esterne si contrassero verso il centro a protezione del nucleo; la piazza si riempì di quel nebbione verde che rendeva difficile vedere oltre i tre metri.Poi, la corteccia del tronco principale si aprì dall’interno.Si spaccò in quattro sezioni che si aprirono verso l'esterno, e da dentro di essa emerse qualcosa che nessuno di loro aveva visto prima. La figura era umanoide, o almeno lo era stata in precedenza. Gambe, braccia, testa, tutto nella posizione giusta, ma ricoperta da uno strato di legno duro come pietra. La testa era quella dell'Albero: il teschio era circondato dalla corteccia che formava un durissimo involucro aperto a metà, attorno al quale ne crescevano altri come crisalidi a forma di volto, ognuna diversa e vuota. Dalla bocca continuava a versare Bruma, ma il corpo si muoveva con la velocità e la precisione di qualcosa che non era più vincolato al suolo.
Il druido corrotto — ormai a metà tra scheletro e pianta — era libero.
Si mosse verso Trinity prima ancora che la corteccia finisse di aprirsi, con una traiettoria precisa e devastante, che mostrava una totale noncuranza nel ricevere colpi, poiché il carapace li avrebbe resi irrilevanti.
Trinity attese il suo arrivo: si mise in guardia, alzò l'ascia rotante e non arretrò di un centimetro.
CAPITOLO 14radici PROFONDE
PARTE II
Il druido corrotto si lanciò verso Trinity con una velocità che non aveva il diritto di appartenere a qualcosa di quelle dimensioni.Il carapace di corteccia rompeva l'aria davanti a sé, le gambe a metà tra arti e radici si piantavano nel marmo della piazza ad ogni passo producendo crepe che si irradiavano verso l'esterno e la testa multipla che urlava Bruma in ogni direzione come un mantice impazzito. Trinity alzò l'ascia rotante e si gettò di lato nel momento esatto dell'impatto, usando la propria inerzia per trasformare una collisione frontale in un passaggio sfiorante, e la lama seghettata trovò il fianco del carapace nel momento in cui sfrecciava via. Il colpo non spacco la superficie, la rigò appena, e il suono che produsse era quello del metallo su qualcosa di molto più solido.
Atterrò rotolando, si rialzò e cercò con gli occhi il suo avversario: la creatura si era già fermata e riorientata verso di lui.
Kerchak attaccò da sopra.Aveva sfruttato un angolo cieco nella fase di rotazione e lo aveva usato per arrampicarsi lungo la schiena del druido corrotto, applicando le stesse tecniche provate sui rami e trovando le giunture della corazza come appigli. Le lame incantate si conficcarono nel legno, tra le scapole, dove le sezioni del guscio si incontravano a malapena per permettere l'articolazione. Il mostro si contorse cercando di scrollarlo via, ma Kerchak tenne duro, strinse la presa e affondò il filo un centimetro più in profondità.
La creatura urlò.Il suono non proveniva dalla bocca, ma era uno stridio emesso con tutto il corpo; Kerchak sentì il metallo scaldarsi tra le dita mentre il legno cercava di espellerlo aumentando la densità della fibra attorno alle ferite.
Mollò la presa. saltò via un istante prima che la ferita si richiudesse e atterrò di schiena sul pavimento della piazza con un impatto violento.
«RAMI!» gridò Blue Turnip.
I rami del tronco principale si stavano riorientando verso il druido stesso, come se l'Albero stesse cercando di reintegrare la parte di sé che si era liberata, richiamandola al centro. Le radici strisciavano sul pavimento verso la figura umanoide come tentacoli che cercano qualcosa di perso.
«Non devono toccarsi!» esclamò Rhiannon, capendo prima degli altri la gravità della situazione. «Se si ricongiungono è finita!»Blue Turnip si gettò tra le appendici che strisciavano verso il druido, piantando i piedi sulle radici più grandi per bloccarle con il proprio peso e spingendo contro la direzione del loro movimento con quella forza bruta che era sempre stata il suo contributo più semplice e necessario. Il legno spingeva contro di lui, lui resisteva contro di esso, e il pavimento attorno ai suoi piedi si crepava ulteriormente sotto la pressione combinata.
Fu allora che Kermit si mosse verso l'Albero.Mentre il druido corrotto era ancora disorientato dall’attacco di Kerchak e Blue Turnip tratteneva la base vegetale, il bakora di Kermit trovò le fessure già aperte nella corteccia del tronco e vi riversò tutto il vapore che aveva accumulato, concentrato, bruciante. Dal legno uscì un boato profondo, lento: stava funzionando, l’albero iniziava a cedere.
Il druido corrotto si girò verso l'anfibio, ma Trinity si frappose. L'ascia rotante trovò un varco alla giuntura dell'arto destro della creatura e la lama seghettata vi si incastrò, costringendola a bloccarsi.
Trinity spinse, torse, usò il peso del proprio corpo come leva, e qualcosa all'interno dell'articolazione cedette con uno schiocco che risuonò in tutta la piazza.
Il braccio destro rimase parzialmente attaccato per qualche secondo, penzolante, prima che il mostro lo scrollasse via con un gesto di pura furia. Il moncone sprizzava linfa nera che fumava a contatto con il pavimento.La creatura si girò verso Trinity con la velocità di sempre, se non maggiore, come se la perdita l'avesse resa ancora più pericolosa.
Rhiannon riprese a cantare e indirizzò le note verso il tronco: aveva capito durante lo scontro che la voce non influiva molto sul druido, ma tormentava l'Albero. E questo era ancora lì, collegato alla figura umanoide attraverso filamenti invisibili che pulsavano da sotto il pavimento della piazza. Gli armonici che sprigionò furono diversi: più bassi, più sostenuti, a cercare una frequenza capace di propagarsi a pieni polmoni fino all'apparato radicale del mostro.L’albero si arrestò e Kermit riuscì ad affondare il vapore ancora più in profondità.
Blue Turnip abbandonò i rami che stava trattenendo, divenuti ormai inerti, e si lanciò verso il druido corrotto con le braccia spalancate in una presa da orso che avvolse il carapace da dietro, immobilizzando quel che restava delle braccia della creatura contro il corpo.
La creatura si dibatté. Blue Turnip tenne.
Kerchak saltò e questa volta puntò alle appendici superiori, cercando con le lame gli interstizi tra le crisalidi di corteccia che formavano le teste sovrapposte, laddove il materiale era più sottile. I coltelli trovarono quegli spazi e vi penetrarono: il guscio del primo volto si spaccò verso l'esterno, lasciando esposto il teschio che era il nucleo di tutto.
Trinity non aspettò oltre.L'ascia rotante entrò nel teschio da sinistra, come previsto da Shir dal momento in cui aveva restituito l’arma; la lama seghettata girò dentro la struttura ossea del nucleo e il suono che produsse fu breve, definitivo. Dal teschio uscì un ultimo getto di Bruma, questa volta verso l'alto, come se l'Albero stesse cercando di svuotarsi prima della fine, e poi ogni cosa si fermò.
Il druido corrotto cedette. La corteccia si fratturò lungo le giunture in sequenza e le gambe si piegarono verso il pavimento con lentezza, ora che la creatura aveva esaurito l’energia che la teneva in piedi. Blue Turnip si scostò di un passo prima che quel peso lo travolgesse nella caduta, e il mostro si sfasciò sul marmo; dal teschio fracassato colava qualcosa di scuro che fumava a contatto con l'aria della piazza, dissolvendosi prima di raggiungere il pavimento.
Il tronco principale tossì un'ultima nuvola di nebbia verde, poi si spense. Le radici si immobilizzarono, i rami rimasti pendevano inerti.La piazza tornò silenziosa.Rhiannon abbassò il liuto.
La spalla sinistra protestò nel gesto, con una fitta acuta, immediata, e lei incassò il colpo senza cambiare espressione. Fissò il tronco spento, poi il druido disfatto sul marmo; osservò per un’ultima volta i corpi tra le radici inerti e, infine, distolse lo sguardo.
«Dobbiamo andare» disse Shir dalla soglia della piazza. «Il ponte è distrutto. Non c'è altra via d'uscita da questa parte; dobbiamo trovare un’altra strada.»
Blue Turnip aveva numerose ferite lungo gli arti superiori, e il sangue gli sgorgava da tre tagli diversi; Kermit aveva perso il cappello da qualche parte durante lo scontro, mentre Kerchak teneva una mano premuta sulla costola.
Trinity guardò oltre il ciglio della zolla. Osservò il vuoto che li circondava e i frammenti di Altheyn che galleggiavano nel nulla, ognuno sospeso con il proprio carico di creature, sopravvissuti e morti.«Il ponte è distrutto», ripeté Rhiannon, pensando ad alta voce. Sollevò lo sguardo verso il cielo, concentrandosi sulla ferita celeste che ormai si mostrava in tutta la sua interezza: un passaggio spalancato verso il Mare Astrale, fluttuante sopra le loro teste, con i bordi verdastri che si muovevano lenti come correnti marine.
Le venne un’idea; era folle, istintiva, priva di qualsiasi certezza, ma decise di tentare.
Strinse il liuto e intonò un canto verso quel varco. La melodia sembrò fendere il vuoto. Non si trattava di un armonico nel senso stretto del termine e non seguiva una tecnica precisa, ma trasportava in quelle note l’eco di una memoria, qualcosa che aveva imparato durante il viaggio con Tana senza che nessuno glielo insegnasse esplicitamente; il tipo di canzone che sembra chiamare per nome.
Ci volle qualche minuto.
Poi, dall'abisso, qualcosa rispose. Fu un richiamo profondo, antico, che sia a lei sia a Blue Turnip risultò immediatamente familiare.
«Non ci credo… tu sei pazza», mormorò il ranger. «Geniale, ma completamente folle.»Emerse dal Mare Astrale con lentezza: prima la testa, larga quanto la piazza, poi il corpo che si disegnava nel firmamento sopra Altheyn con quella grazia improbabile delle creature che appartengono a spazi senza gravità e la portano con sé anche quando entrano in mondi che ne hanno. Una balena. Era diversa dal tipo che abita gli oceani delle Terre Civilizzate; qualcosa di ancestrale, di più vasto, con la pelle che rifletteva le stelle nel modo in cui le restituisce qualcosa che ha nuotato tra di esse abbastanza a lungo da assorbirne la luce.
CAPITOLO 14radici PROFONDE
PARTE III
La balena scese verso di loro.Era più piccola di quanto Rhiannon ricordasse: il cucciolo che avevano salvato tempo addietro, a quanto pareva, era cresciuto.
Il canto profondo che avevano udito in precedenza mutò in versi acuti e ritmici man mano che si avvicinava, invitandoli a salire.
Il dorso era vasto, capace di ospitare un piccolo esercito, provvisto di sporgenze naturali di cartilagine che servivano da appigli e di una superficie che cedeva appena sotto i piedi, adattandosi al peso degli ospiti. Salirono aiutandosi a vicenda, le guardie dorate per ultime; quando l'ultimo superstite si fu sistemato, la creatura risalì verso il firmamento con la medesima, solenne lentezza con cui era scesa.
Shir non li seguì. Quando il gruppo si voltò a cercarla, la sacerdotessa era già sparita.La piazza diventò piccola, le siepi si ridussero a un motivo geometrico bruciacchiato e la zolla su cui avevano combattuto rimase solo un tassello tra molti altri. Altheyn si disvelò nella sua interezza da quella quota: le torri argentee, i giardini sospesi e la perfezione che aveva reso il nome della città un sinonimo di bellezza elevata erano distrutti, frantumati in decine di blocchi di diverse dimensioni che galleggiavano nel vuoto. Alcuni fluttuavano già più in basso, altri si inclinavano lentamente con la progressione inesorabile di qualcosa che ha smarrito il proprio punto di ancoraggio.
Sotto di loro, lontanissima, Ghendar.
La città sottostante appariva come una mappa illuminata dalle torce e dai falò, ignara di ciò che stava crollando verso di lei.
Rhiannon rimase in piedi sulla balena e per molto tempo non disse nulla. Stringeva il liuto con entrambe le mani e guardava i frammenti di Altheyn scendere con quella lentezza che rendeva tutto più difficile da sopportare di quanto sarebbe stato un crollo rapido. Il disastro immediato non lascia spazio per pensare. Quello lento concede tutto il tempo del mondo, e in certi momenti quel tempo è crudele.
Fu allora che videro un’altra zolla avvicinarsi e riconobbero le rovine su di essa.Blue Turnip lo notò per primo.
Tra macerie fumanti e blocchi di pietra caduti, una figura balzava di sporgenza in sporgenza con agilità e l’esperienza di chi è abituato a muoversi su superfici instabili. Il soprabito verde smeraldo era lacerato su un fianco, ma rimaneva distinguibile anche a quella distanza, persino in quelle condizioni. Tre pesci astrali lo inseguivano senza dargli tregua, le pinne che fendevano l'aria come fosse acqua e i denti pronti a scattare a pochi centimetri ogni volta che l'uomo cambiava direzione saltando su un blocco diverso. Un balzo sul bordo di un arco crollato, poi su una trave sporgente, infine su un masso oscillante sul ciglio del baratro, con le creature a ricalcare la medesima traiettoria, guidate dalla coordinazione di predatori abituati a cacciare in branco.
«Lord Parrot!», esclamò Rhiannon indicandolo.
Kermit si voltò verso di lei con un'espressione stranamente risoluta per il suo standard. «No», disse.
«Ma dobbiamo—»
«No.» Kermit fu categorico. «Ha quasi ucciso me con quell'occhio. Me lo ricordo benissimo, tra l'altro, perché è il tipo di cosa che difficilmente si dimentica.»
Kerchak non aprì bocca, ma il suo silenzio era inequivocabile quanto le parole dell'anfibio.Rhiannon guardò la figura sul bordo della zolla compiere un altro salto, proprio mentre un pesce astrale quasi le afferrava la gamba. Spostò di nuovo lo sguardo sui compagni, ma capì che non avrebbe potuto convincerli.
«La balena», si limitò a dire a Blue Turnip e lui annuì senza aggiungere altro.Come se avesse percepito l'apprensione della barda, la creatura iniziò ad abbassarsi verso il frammento di terra, quasi d'istinto. Aveva preso la decisione senza attendere l’esito della discussione.
D vide il dorso enorme approssimarsi dal basso mentre si trovava in equilibrio sul masso oscillante, con i cacciatori astrali sempre più vicini; riconobbe le sagome sopra di esso e, senza aspettare che la traiettoria si stabilizzasse, saltò.
Il soprabito schioccò nell'aria, e atterrò sul dorso della balena con un rotolamento che assorbì l'impatto portandolo a fermarsi ai piedi di Rhiannon. I pesci astrali virarono al margine della zolla, non disposti a seguirlo oltre.
Kermit lo fissò con le braccia conserte.D fece un sospiro di sollievo: aveva i capelli coperti di polvere bianca, il fianco del soprabito squarciato su una ferita non recente e l'occhio sinistro ancora segnato dall'icore, che aveva smesso di scorrere lasciando però una traccia scura lungo lo zigomo.
«Beh, ringrazia che non ho seguito il tuo consiglio di fuggire, altrimenti a quest’ora saresti cibo per i pesci!» gli disse Rhiannon accennando un sorriso e porgendogli la mano per aiutarlo ad alzarsi.
D le tese la mano con una piccola riverenza in segno gratitudine, poi incontrò lo sguardo di Kermit.
«La prossima volta» disse, «ti lascio ai pesci.»
«Annotato» replicò D.Si voltò di nuovo verso Rhiannon, e nella sua espressione trapelò un’urgenza che non riuscì a nascondere.
«Gli altri» disse. «Endy e il suo gruppo. Stavano combattendo un Pescatore dell'Oscurità nei sotterranei del palazzo. Se sono ancora là sotto, dobbiamo sbrigarci.»
Rhiannon trasalì; la memoria di quella creatura era ancora viva e il timore per Kaylus prese il sopravvento.
«Da che parte?» domandò.
D indicò l'ala dell'edificio ancora parzialmente in piedi sul lato est. La balena si orientò verso l'obiettivo senza che nessuno lo chiedesse esplicitamente, come se avesse compreso la direzione d'istinto. Volarono verso i resti del palazzo quando un'esplosione squarciò le fondamenta del blocco: un'onda di luce radiosa che eruttò dal basso verso l'alto attraverso le macerie, con una violenza inaudita. Il bagliore illuminò i frammenti sospesi di Altheyn per un secondo; sulla sua scia salì lo stridio disperato del mostro, che la notte portò lontano, attraverso il vuoto, prima di spegnersi del tutto.
Kermit guardò quel riverbero dissolversi.
«Endy» disse, e questa volta la sua voce non aveva nulla dell'irritazione di prima.La balena accelerò.
FRAMMENTO IVIL MARE CHE CANTA
si puo' dire che tutto ebbe inizio lì.
la storia degli esplorandieri si formò
tra i flutti del mare astrale
Il varco era diverso da come se l’erano immaginato i tre passeggeri.Era lì, in mezzo al cielo, dove le nuvole smettevano di seguire la direzione del vento e cominciavano a muoversi controcorrente, in spirali lente che si avvitavano su se stesse con un moto continuo e quasi paziente. Tana aveva indicato il punto con un gesto carico di eccitazione. Poi, aveva tirato due leve, facendo accelerare i motori della Formichina Volante fino a farli risuonare a una frequenza che nessuno a bordo aveva mai udito, e li aveva guidati dentro.
La transizione fu veloce, quasi istantanea.
Da una parte c'era il cielo azzurro, la brezza marina, la casa che tutti stavano salutando con una fitta di nostalgia nel cuore; dall'altra si spalancò qualcosa che nessuno sapeva descrivere. Lo osservarono meravigliati, incerti se si trattasse di un sogno o della realtà.Il Mare Astrale si spalancò di fronte a loro.
Era quasi paradossale: un'oscurità così piena di luce che le due cose avevano smesso di essere opposte e erano diventate un tutt’uno, dove correnti di colore attraversavano lo spazio in ogni direzione. Scie verdi, viola e azzurre si univano in un connubio caleidoscopico. Non assomigliavano a un’aurora boreale o a fuochi fatui; non erano nulla che potesse appartenere a un catalogo delle cose conosciute, ma ricordavano piuttosto il sistema capillare di un organismo immenso che respirava, all'interno del quale la Formichina Volante si muoveva come un granello di polvere sospeso nel vuoto. Le stelle, qui, non formavano una volta immobile. Pulsavano, si spostavano lungo traiettorie impercettibili e producevano frequenze capaci di riempire la carlinga della nave con una vibrazione talmente bassa da essere avvertita prima dal petto, e solo in un secondo momento dalle orecchie.Rhiannon rimase a bocca aperta, tenendo la mano premuta contro il vetro dell'oblò. Kaylus guardò il Mare Astrale con la meraviglia di chi non ci aveva creduto fino in fondo e ora ne riceveva la prova; le sue corna sembravano vibrare appena, in risposta alle pulsazioni emesse da tutto ciò che lo circondava. Thalaniel strinse il ciondolo con entrambe le mani. Dentro, attraverso il vetro, il bocciolo di Aelir batteva con un ritmo che non aveva mai manifestato nel mondo che si erano lasciati alle spalle, come se quel vuoto di luce lo stesse chiamando in una lingua che conosceva e che la druida stava ancora imparando.«È… sempre così?» chiese Rhiannon a Tana.
La gnoma stava già ai comandi, gli occhiali da volo abbassati sul naso, le mani che aggiustavano rotta con la sicurezza di chi ha fatto del suo istinto la propria risorsa più grande.
«No» rispose senza voltarsi. «A volte è peggio. A volte è meglio. Dipende dall'umore del Mare.»
«Il Mare ha un umore?»
«Tutto ciò che è abbastanza grande ha un umore» disse Tana, con la semplicità con cui le persone pratiche enunciano le verità cosmiche.
«Ora però, tenetevi forte.»
La videro prima di capire cosa stessero guardando.Una forma enorme, blu scuro, con la pelle che rifletteva le scie del Mare Astrale, quasi ne avesse immagazzinato la luce per poi restituirla ancora più brillante. Si muoveva lenta, elegante, con una maestosità che stentavano a credere potesse appartenere a una creatura di quella mole. Una balenottera azzurra, quattro volte la lunghezza della Formichina Volante, con le pinne che fendevano le correnti cosmiche come remi nell'acqua; il guscio osseo sul dorso brillava di bioluminescenza propria in punti regolari, disegnando quella che poteva somigliare a una mappa celeste.
Era di una bellezza quasi mistica, come solo gli esseri ancestrali sanno essere.Poi Tana imprecò.
Rhiannon alzò gli occhi verso il punto che la gnoma stava già fissando, passando dall'ammirazione all'allarme nel giro di un secondo. Una nave pirata era agganciata al fianco della balena come una zecca. Risultava piccola rispetto alla creatura, ma abbastanza grande da costituire una minaccia pericolosa, con i rampini conficcati nella corteccia ossea del dorso; lungo le corde tese si calavano figure piccole e veloci.
Erano procioni antropomorfi, armati fino ai denti, guidati dalla coordinazione di chi ha eseguito quella stessa operazione innumerevoli volte. Scendevano sul dorso della balena in gruppi di tre, portando con sé strumenti che Rhiannon non riuscì a identificare a causa della distanza, ma che producevano suoni simili a trivelle: un rumore acuto, insistente, percepibile persino attraverso lo scafo della Formichina Volante.
Gli arpioni erano quattro. Si vedevano chiaramente, piantati in punti diversi lungo il fianco sinistro della creatura, con cavi olografici che li collegavano al vascello pirata a distanze studiate; erano stati posizionati per immobilizzarla, per tenerla ferma mentre i parassiti lavoravano sul dorso.
La balena iniziò a muoversi in modo diverso: le sue manovre si fecero più brusche, più corte, come se cercasse di scrollarsi di dosso quegli esserini fastidiosi, senza tuttavia riuscire a completare i movimenti.
Sotto la creatura, intento a ronzarle attorno in cerchi sempre più stretti per infilarsi sotto il ventre materno, si agitava un cucciolo. Risultava piccolo solo in relazione alla madre, con le pinne ancora prive della coordinazione perfetta degli adulti e il dorso spoglio del guscio osseo, ancora morbido, in piena formazione. Si muoveva in cerca di riparo, emettendo suoni acuti che il Mare Astrale disperdeva lontano come note spezzate a metà, e ogni volta che tentava di avvicinarsi alla balena, uno dei cavi olografici lo sfiorava e lo respingeva.
«Balenieri» disse Tana, la voce carica di rabbia. «Quei gran figli di—»
«Possiamo fare qualcosa?» la interruppe Rhiannon.
Tana la fissò, e sul suo volto la furia mutò in un sorriso che non preannunciava nulla di buono; quel guizzo di eccitazione investì la barda, che osservò sbalordita la velocità con cui la gnoma aveva reagito.
«Fammi indovinare… dobbiamo tenerci forte!» esclamò Rhiannon, aggrappandosi alle paratie della carlinga
La nave accellerò.
Con un impatto che fece scivolare tutti sulla sinistra, la nave atterrò sul dorso della balena.I procioni li videro quasi subito: alzarono la testa dalle trivelle, si scambiarono qualche battuta in una lingua gutturale che nessuno dei presenti riuscì a decifrare, e si voltarono verso la Formichina Volante, valutando se quel tipo di ostacolo andasse risolto con la forza o in un altro modo.
Scelsero la forza.
Lo scontro sulla corazza ossea fu caotico. Ogni movimento richiedeva un aggiustamento continuo che assecondasse i sussulti della creatura; da questo punto di vista, i predatori avevano il vantaggio di chi si era ormai abituato a quella superficie instabile, mentre Rhiannon e Kaylus la sentivano scivolare sotto i piedi a ogni passo. Thalaniel, invece, trovò l'equilibrio più in fretta degli altri: la familiarità con i boschi l’aiutava a mantenere una stabilità quasi istintiva.Poco dopo l’inizio dello scontro, il portello della stiva del vascello pirata si spalancò, e tre figure emersero con la rapidità discreta di chi tenta una manovra evasiva: un uomo con un cilindro nero e un mantello lungo; una creatura fatata dalle ali traslucide che puntò immediatamente verso l'alto, come se il cielo fosse il suo elemento naturale; e un guerriero a metà tra orco e firbolg, dalla pelle blu e i capelli rosso ramato, che fissò i procioni attorno a lui con l'espressione di chi ha appena trovato lo sfogo ideale per una frustrazione accumulata da molto prima che questa storia avesse inizio.Blue Turnip fu il primo a muoversi, con l’immediatezza di chi ha capito che in quel frangente valutare la situazione non era possibile. Gwinn prese aria e si alzò in volo, portandosi sopra la mischia con una rapidità che colse di sorpresa i procioni sul perimetro. Basid, invece, con il suo cilindro nero a spiccare in quella bolgia caotica, si posizionò ai margini.
Il capitano dei pirati era una bertuccia: alta almeno il doppio degli altri, indossava una giacca che aveva visto tempi migliori e un'autorità proveniente dall'abitudine di essere obbedita. Quando capì che lo scontro stava volgendo al peggio, gridò qualcosa nella sua lingua ai propri uomini; poi si girò verso Blue Turnip, che aveva appena sradicato uno degli arpioni a mani nude. Con un lancio mirato, la scimmia gli scagliò addosso una sfera morbida e marrone che assomigliava a terra umida, colpendolo direttamente in pieno volto. Dall’odore, intuì che non si trattava di fango.
Blue Turnip rimase immobile per un momento, con l'espressione di chi sta decidendo se l'offesa appena subita meriti una risposta proporzionata o sproporzionata.
Scelse la seconda.Dopo aver subito una scarica di colpi con l'arpione da parte del ranger ormai fuori di sé, la bertuccia fu la prima a rifugiarsi sul vascello quando la ritirata divenne inevitabile. Seguirono tutti gli altri; quando l'ultimo procione fu rientrato a bordo, i cavi olografici delle cime rimaste si allentarono e la nave pirata si staccò dal fianco della balena.Sul dorso della creatura restarono i segni delle trivelle: solchi circolari nel guscio osseo, non profondi al punto da risultare letali, ma sufficienti a raccontare l'accaduto. La balena si mosse diversamente nell'istante in cui l'ultimo arpione cedette, scossa da un fremito che le percorse l'intero corpo, dalla testa alla coda.
Il cucciolo smise di girare in cerchio. Si avvicinò alla madre con la cautela tipica dei piccoli che non sanno ancora calibrare la differenza tra prudenza e paura; quando fu a ridosso del fianco materno, vi poggiò la pinna e rimase lì, immobile.
Fu in quel preciso istante che la nave pirata tentò la fuga, ma la balena non aveva ancora finito: la coda si sollevò con lentezza deliberata, abbattendosi nel momento esatto per non lasciare scampo al mezzo. Il boato prodotto dal colpo raggiunse i passeggeri qualche secondo dopo l'impatto stesso e, nella quiete che seguì, il Mare Astrale sembrò sprofondare in un silenzio ancora più denso.
I rottami galleggiavano nel vuoto con una leggerezza irreale.
Tornarono sulla Formichina Volante quando la balena rallentò abbastanza da permettere il trasbordo. I tre passeggeri del vascello pirata salirono a bordo con naturalezza; non avevano ricevuto un invito ufficiale, ma il sorriso della barda fu esaustivo. Tana non chiese spiegazioni: aveva visto i nuovi arrivati combattere e questo le bastava.
Rhiannon rimase sul ponte con il liuto in mano. Guardò il cucciolo che orbitava lentamente attorno alla nave, mantenendo una distanza a metà tra la curiosità e la prudenza. Era più piccolo della madre in ogni caratteristica, ad eccezione degli occhi, che possedevano già la profondità tipica delle creature che non hanno ancora imparato a nascondere ciò che provano. Fissava la barda con interesse crescente, come si osserva qualcosa che non si conosce appieno, ma che non risulta più completamente estraneo.
Rhiannon cominciò a suonare.
Per l’occasione scelse una melodia semplice, quasi infantile: una canzone che sua madre le cantava spesso quando era bambina per metterla di buon umore, la prima che avesse mai imparato. Non sapeva se le balene astrali sentissero la musica nel modo in cui la percepivano gli uomini, né se quelle note raggiungessero la creatura o si perdessero nel vuoto. Ma suonò lo stesso, perché a volte il gesto vale indipendentemente dal risultato.
Il cucciolo si avvicinò lentamente, permettendo alla mano di Rhiannon di sfiorargli la pinna anteriore con la punta delle dita. La pelle si rivelò diversa da ciò che la barda aveva immaginato: liscia come quella di un pesce e, al contempo, ruvida per il guscio che iniziava a formarsi; emanava un calore più vicino a quello di un essere vivente che al gelo del Mare Astrale circostante e, sotto i polpastrelli, la si sentiva pulsare.
«Ciao, piccola», sussurrò con dolcezza.
Il cucciolo non rispose, ma non si allontanò.
Fu la madre a cantare per prima. Emise un suono che non assomigliava a nulla di ciò che Rhiannon avesse mai udito: troppo basso per essere interamente percepito, troppo ricco di armonici per essere descritto. Fu allora che il piccolo unì la propria voce a quella della balena, un'ottava più alta, più incerta. Insieme producevano un'armonia che il vuoto cosmico sembrava riconoscere: le correnti di colore si spostavano lungo traiettorie nuove, orientandosi, e in quel movimento Tana lesse un'informazione pratica.
«Ci stanno indicando il varco», disse la gnoma.
Rhiannon tenne la mano sulla pinna del cucciolo ancora per qualche secondo, poi la ritirò lentamente. Il piccolo rimase fermo mentre la Formichina Volante accelerava, per poi seguirli con un leggero colpo di coda. La madre li precedette, aprendo la strada fino all'imboccatura del passaggio.La Formichina Volante emerse nel cielo delle Terre Civilizzate con a bordo sei persone che non si conoscevano ancora del tutto, ciascuna con la propria strada da percorrere, ignara che il destino avesse già trovato il modo di farle coincidere. Il canto non si interruppe quando la luce del Mare Astrale cedette al grigiore del mondo terreno; continuò per qualche secondo, ovattato dalla transizione, prima di dissolversi nell'aria ordinaria e lasciare un silenzio che pesava in modo diverso da prima.
Solo il cucciolo si trattenne un momento sul varco, le pinne che si agitavano laddove il vuoto entrava a contatto con la nuova atmosfera, mostrando una goffaggine non ancora corretta; poi sparì a sua volta verso l'infinito da cui era venuto.
Rhiannon mantenne gli occhi fissi su quel punto finché non rimase solo il vuoto.
Poi si girò verso i tre sconosciuti che Tana stava già interrogando, mossa dalla sua consueta e pragmatica curiosità, e comprese che quella storia era appena diventata più grande di quanto chiunque avesse previsto quando erano saliti a bordo a Paltas, con una locandina sgualcita in mano. Non era ancora il tempo di misurarne i confini. Ma si percepiva già nell'aria, in quel silenzio denso come la calma che precede i temporali: un'energia sospesa, pronta a scatenarsi lungo una rotta tracciata molto prima che loro iniziassero a percorrerla.Con il cuore che ancora le batteva per l'eccitazione, Rhiannon si portò verso il parapetto insieme ai suoi nuovi compagni di viaggio, guardando le Terre Civilizzate che sotto di loro cominciavano a delinearsi.
Molti anni dopo, qualcuno avrebbe chiesto alla Barda come era fatto il Mare Astrale.
Rhiannon avrebbe risposto che era fatto di tutto quello che esiste tra una cosa e un'altra. Tra il sogno e il risveglio, tra la domanda e la risposta, tra una vita e quella successiva.
"E le balene?" avrebbe insistito l'interlocutore.
"Le balene" avrebbe detto lei
"sono quelle che sanno nuotarci dentro."
CAPITOLO 15il pescatore dell'oscurita'
PARTE I
L'armeria era diversa da come se l’aspettavano: un’enorme sala, capace di ospitare una guarnigione per prepararla a dovere in caso di emergenza.Belvont li aveva guidati fin lì muovendosi con cautela lungo un corridoio che scendeva di un piano rispetto ai sotterranei principali, con il braccio sano a stringere il moncherino e le quattro guardie sopravvissute alle spalle.
L'ambiente presentava rastrelliere lungo tre pareti e un tavolo di pietra al centro; il soffitto era alto e metà di esso era crollato a partire dall'angolo destro, un'apertura da cui la luce verdognola della Bruma penetrava nella stanza. Tra i detriti sul pavimento si vedevano armi sparse senza ordine. Il gruppo andò in cerca delle proprie, confiscate all'ingresso del Galà e dimenticate nel caos.Kaylus vide la sua spada quasi subito, appesa alla rastrelliera di sinistra, e si mosse verso di lei attraverso le macerie. Armstrhool rovistava in una cassa sfasciata, fiducioso che il suo martello si trovasse lì dentro; le sentinelle di Belvont si dispersero cercando ciò che poteva risultare utile, mentre Endy manteneva gli occhi fissi sulla volta.
Passò meno di un minuto prima del crollo.Dall'angolo già sventrato una frana cadde rovinosamente, con un boato che spezzò il silenzio irreale della stanza. La polvere saturò l'armeria, creando insieme alla Bruma una cortina impenetrabile; le torce si spensero per metà e, quando la visibilità tornò, il Pescatore dell'Oscurità si trovava già a terra, in mezzo a loro.
Piombò dalla volta sfruttando l'inerzia della caduta come primo colpo, e la guardia che si trovava sotto di lui non si rialzò più. Le antenne si orientarono nell'oscurità satura di polvere, senza esitazione, e si arrestarono su Armstrhool: avevano trovato la preda di cui erano in cerca.
Le squame che formavano l’epidermide della creatura mutavano sfumatura col movimento; le venature bioluminescenti in verde tossico lungo i fianchi pulsavano come un secondo sistema circolatorio, e la testa combinava la mascella larga di un predatore abissale con la fronte piatta di un essere senziente, capace di non attaccare mai senza prima aver valutato chi andare a colpire e dove. Il lato destro portava ancora i segni dello scontro con D, con le scaglie rattrappite come fossero state prosciugate, ma il resto della creatura era intatto, vivo e affamato di qualcosa che andava ben oltre la carne.
Armstrhool alzò la testa dalla cassa.
«Ah» disse.
Alzò lo scudo in tempo, e fu l’unica reazione istintiva che riuscì a compiere prima che il Pescatore si gettasse su di lui. L'impatto fu talmente violento da sollevare Armstrhool; quando i piedi ritrovarono il pavimento, le gambe assorbirono la spinta scivolando indietro di tre metri e facendo stridere le suole sulla pietra. Le rune sullo scudo brillarono all'istante sotto la pressione delle fauci, intente a cercare un bordo, un angolo, qualsiasi punto utile a far presa sul bersaglio. Per qualche secondo fu solo quello: forza contro forza, il gigante che resisteva e la creatura che spingeva.
Dopo un breve stallo, il Pescatore cambiò tattica senza preavviso. Balzò verso la volta usando le pareti come appoggio, si portò sopra di loro e produsse uno stridio che investì ogni persona presente.
Non era un semplice suono. Entrava attraverso l'udito e andava oltre, facendosi strada nella mente in cerca di immagini, legami e di tutto ciò che un individuo custodisce nella propria memoria. La prima guardia cadde in ginocchio con i palmi premuti sulle orecchie e lo sguardo che cercava, spaesato, un appiglio nello spazio circostante. La seconda lasciò cadere l'arma appena raccolta, mentre Belvont rimase in piedi, stabile, sebbene avesse perso qualche istante per ricomporsi del tutto. Endy non vacillò: la parte meccanica del suo cervello custodiva i ricordi in una maniera differente, di più difficile accesso, e lo stridio rimbalzò su qualcosa di artificiale senza trovare presa; questo le diede modo di vedere tutto quello che stava accadendo intorno a lei e capì che il tempo a loro disposizione si stava assottigliando.Quando la creatura tornò sul pavimento per sferrare il prossimo attacco, le due guardie rimaste in piedi cercarono di circondarla da lati opposti: una mossa ragionevole che il Pescatore dissolse in meno di un secondo. Si orientò verso quella di sinistra; le antenne si avvolsero attorno al braccio e al collo del soldato prima che potesse reagire, sollevandolo e immobilizzandolo a mezz'aria, vivo a sufficienza da urlare, mentre l'altro compagno si bloccava. Il predatore aspettava sempre che qualcuno compisse il passo sbagliato per facilitargli il lavoro.
La seconda sentinella avanzò verso la prima e il Pescatore la spezzò con un gesto solo, pulito, senza alcuno sforzo visibile; il corpo cadde sul marmo diviso in due, con un rumore sordo che aleggiò nell’armeria il tempo necessario a imprimersi nella testa dei presenti.
«Adesso basta, ora mi prendo la mia rivincita», disse Kaylus. I tatuaggi risposero alla sua furia illuminandosi di bagliore radioso, e attaccò.
Si lanciò lateralmente. La spada trovò il fianco sinistro, già rinsecchito, e tagliò più a fondo del previsto; il Pescatore lasciò cadere la guardia che teneva tra le antenne — viva, stordita, incapace di muoversi — per voltarsi di scatto, cambiando rapidamente bersaglio. Kaylus arretrò, analizzò la traiettoria e scattò di nuovo, puntando alla ferita aperta. La creatura, però, aveva già compreso l'intenzione e, prima che il nephilim potesse affondare di nuovo la lama, lo colpì con la coda sulla coscia che sosteneva il peso per dare spinta alla rotazione. La sferzata ebbe violenza a sufficienza da scagliarlo contro la rastrelliera.
Le armi gli caddero addosso in un fragore di metallo; Kaylus rimase a terra con la gamba che bruciava, il respiro corto e il sangue che fuoriusciva copioso dalla ferita. Poi si rialzò, perché non c'era altra alternativa.
Belvont caricò da destra. Riuscì a piantare l’ascia nel fianco intatto della creatura, dove però le scaglie sembravano opporre più resistenza del previsto, ma fu in quel momento che Endy scagliò nello stesso punto un dardo di luce radiosa, permettendo all’arma del generale di scavare un solco più profondo.
Il Pescatore urlò e si voltò verso di lui: la coda tornò orizzontale e colpì il comandante al petto, gettandolo contro una parete da cui scivolò a terra, con le costole che iniziarono a protestare a ogni respiro. Tenne gli occhi aperti, la lama in pugno e, anche se non riuscì a rimettersi in piedi subito, non la lasciò andare.Gwinn era in aria sopra ogni cosa, le ali vibranti nell'oscurità verdastra e gli occhi fissi sul predatore, in attesa del momento esatto in cui sferrare il colpo. L’ultima guardia si piazzò davanti ad Armstrhool per offrirgli il tempo di riacquistare l'equilibrio; tenne la posizione per qualche istante, finché il Pescatore non si voltò verso di lui, verso l’insignificante ostacolo che osava frapporsi con la preda più ambita. Le antenne avvolsero il soldato prima che potesse accennare una reazione.
Armstrhool lo vide.
Si lanciò senza riflettere, riuscendo a strappare il compagno dalla morsa e a spingerlo contro la parete, ma il Pescatore lo afferrò all'istante: le fauci si serrarono attorno al suo torso con una violenza tale da togliergli ogni margine di manovra, senza tuttavia ucciderlo sul colpo. Le appendici scovarono la sacca al fianco del gigante e provarono ad avvolgerla con cura, per evitare di danneggiare l’oggetto che le richiamava; Armstrhool notò quel movimento e, sfruttando la poca mobilità residua delle braccia, cercò di bloccarle, comprendendo infine il motivo di tanta foga.
Lo stridio, questa volta, partì dritto contro di lui: concentrato, personale.Armstrhool lo assorbì, trovando nella sua mente un ricordo antico, preciso, che rimase sfumato per qualche secondo; non cedette, nemmeno quando quell’immagine svanì del tutto. Tenne gli occhi aperti, un braccio che stringeva la borsa contro il suo petto e, quando il Pescatore si girò verso il corridoio dove la Bruma entrava da sotto la porta, bassa e densa, iniziando a trascinarlo al suo interno, il gigante resistette. Piantò i piedi sul pavimento, graffiò con le dita dall'altra mano qualsiasi superficie offrisse una presa, finché la forza della creatura non lo sovrastò del tutto.
La Bruma inghiottì entrambi.L'armeria si riempì di un silenzio assordante.
Endy si bloccò: l'arto metallico vibrava per l’energia magica che stava accumulando, ma non poteva rischiare di colpire anche Armstrhool; perciò chiuse le palpebre, mantenendo la concentrazione in cerca del predatore, e attese. Gwinn scese a mezz'aria sopra la nebbia, inseguendo con lo sguardo la sagoma di qualcosa che tutti gli altri non erano in grado di vedere, mentre Kaylus rimase immobile con la lama in pugno e il sangue a scorrere dalla coscia, fissando la soglia in cui la Bruma aveva inghiottito il più grande di loro come se niente fosse.
Il soldato liberato da Armstrhool era accasciata contro la parete, lo sguardo fisso e vuoto dal momento in cui le antenne del Pescatore lo avevano sfiorato.
Trenta secondi. Un minuto.
Nessuno osò pronunciare una sola sillaba. Rimasero immobili, in quella quiete innaturale che sembrava dilatare perfino il tempo.
La Bruma esplose verso l'alto senza preavviso.Il Pescatore riemerse con Armstrhool tra le fauci. Il gigante respirava, sebbene avesse perso i sensi; il fianco sinistro sanguinava nei punti in cui le zanne lo avevano perforato per tenerlo bloccato. Nonostante tutto, le sue mani serravano ancora la sacca con caparbietà, come se non servisse essere vigile per proteggerla e mantenere la promessa fatta a Blue Turnip.
Il mostro lo scagliò sul pavimento con una violenza inaudita, per poi scansionare i superstiti: era consapevole che l'oggetto della sua caccia potesse attendere e che il tempo giocasse a suo favore.
Endy riprese l’invocazione. Le occorreva ancora un po' di tempo e il predatore sembrò accorgersene. Si voltò verso di lei e diresse sulla maga uno stridio più potente e concentrato di tutti i precedenti. Anche in quel frangente, tuttavia, i ricordi rimasero sigillati dalle barriere meccaniche che IA aveva eretto; lei stessa non era ancora riuscita ad accedere all'intero passato.
L'aveva progettata dannatamente bene.
L'onda d'urto prodotta dal suono però la spinse indietro di un passo, incrinando per una frazione di secondo la focalizzazione magica. Una volta recuperata la stabilità, Endy ricominciò a cantilenare, con la freddezza tipica di chi ha già vissuto situazioni simili e sa di non potersi concedere distrazioni.
Fu Gwinn a regalarle il tempo necessario.Il corpo del fatato iniziò a mutare, assumendo sembianze che nessuno aveva mai visto nelle Terre Civilizzate. Le ali di libellula si trasformarono in membrane coriacee e luminose, mentre il volto acquisì tratti ferini, profondamente sbagliati per un luogo chiuso, con gli occhi che presero ad ardere di un azzurro glaciale.
Il predatore si girò verso l'alto e, per una frazione di secondo, le sue antenne smisero di puntare Endy. Osservò la sagoma inquietante che si era palesata di fronte a lui e ne parve quasi intimidito; impercettibilmente, per la prima volta dall'inizio dello scontro, il mostro arretrò sulla difensiva, mantenendo lo sguardo fisso su Gwinn.
Kaylus colse al volo quell'istante.
Si lanciò nuovamente sul fianco sinistro dell'avversario, quello che a causa del colpo di D si muoveva con meno fluidità, e puntò alle antenne che il mostro utilizzava per afferrare: quelle che avevano spezzato la guardia e trattenuto Armstrhool. La lama le recise alla base di netto, una dopo l'altra, mentre il fuoco di Shanaus ardeva nel metallo amplificando la violenza di ogni taglio.
Il Pescatore si contorse verso di lui con le fauci spalancate, esalando un fiato torrido, ma il nephilim si buttò a terra, ruotando sotto il morso e rialzandosi dall'altro lato con i capelli bruciati e il cuore che batteva contro le costole.
CAPITOLO 15il pescatore dell'oscurita'
PARTE II
Armstrhool aprì gli occhi.
Si guardò attorno spaesato: la borsa sotto di sé, la creatura sopra, Gwinn che si rimpiccioliva tornando alle sue sembianze di sempre, con le ali a vibrare a una frequenza irregolare a causa dello sforzo. Il gigante riuscì a ricollegare gli eventi.
Si tirò su.
Il predatore lo ignorò, ancora disorientato dalla metamorfosi del fatato e dal tormento delle antenne tranciate da Kaylus; quel secondo bastò ad Armstrhool per trascinarsi fuori dal raggio delle fauci, stringendo la sacca al petto come se contenesse tutto ciò che contava davvero.
Il Pescatore si girò verso Endy. Mandò un ultimo stridio, totale, come se volesse consumare le forze residue pur di infrangere quella barriera artificiale. Le immagini rimbalzarono ancora una volta, ma l'onda d'urto raggiunse anche Gwinn, che iniziò a intercettare quel flusso: il colpo psichico che il mostro aveva scagliato, avendo trovato qualcuno troppo distante dalle prede abituali per penetrare, rimase a galleggiare nell'aria dell'armeria come un dardo che non avesse completato la traiettoria. Gwinn lo aveva preso. Lo aveva trattenuto. Adesso lo restituiva.
«Ora!», urlò a Endy.
La compagna aprì la mano nella direzione del bersaglio. L’energia che il cristallo nel petto incanalava partì dalla spalla e si concentrò sul palmo, formando una sfera di fiamme che cresceva di dimensioni. Tutta la carica che l'arto metallico aveva ammassato venne rilasciata in un'unica traiettoria: un fascio di luce radiosa attraversò l'armeria verso il centro del torace del Pescatore, nello stesso istante in cui Gwinn scagliava l'attacco riorientato come un dardo arcano di energia blu che centrò l'occhio sinistro del mostro.I due colpi arrivarono insieme: una collisione di frequenze che il mostro non aveva mai incontrato e che il suo organismo non sapeva come assorbire.
Venne scaraventata verso il lato est, dove l'impatto produsse un’esplosione inaudita; le fiamme si diradarono, una porzione di muro crollò sotto la spinta della deflagrazione e le macerie si sparpagliarono in parte all'esterno, in parte sopra la creatura. Il boato riecheggiò nel vuoto circostante, portato lontano da quella stessa atmosfera che, lentamente, stava iniziando a lasciare andare la città.
L'occhio sinistro si spense. Bruciato, rinsecchito, ridotto ormai a un filamento che pendeva dall'orbita senza più luce. La lanterna sulla fronte implose con un lampo che uscì direttamente dalla bocca del predatore, e le antenne superstiti smisero di rilucere all'istante, con le sfere azzurre a farsi grigie nel giro di un secondo.
L'arto meccanico di Endy si irrigidì lungo il fianco. Aveva dato tutto; ciò che restava non rispondeva a nessun comando.Il Pescatore urlò.
Fu uno stridio differente, carico di dolore, furia e frustrazione; il grido di un essere che non aveva ancora deciso se continuare a combattere o se considerarsi sconfitto. Si scrollò le macerie di dosso e ringhiò un’ultima volta verso i presenti, soffermandosi con lo sguardo qualche istante in più sulla sacca di Armstrhool, finché non si voltò.
Aprì un varco nella sezione già crollata con una spazzata della coda e si infilò nell'oscurità della volta con quella flessibilità serpentina che rendeva provvisorio ogni confine architettonico. Il corridoio superiore risuonò del suo passaggio per qualche secondo, sempre più lontano, sempre più in alto, finché non rimase che il silenzio della stanza e il respiro affannato di chi era ancora vivo.Belvont si staccò dal muro a fatica, la mano premuta sulle costole che scricchiolavano a ogni movimento. Fissò i resti delle sue guardie senza dire nulla.
Armstrhool era seduto sulla pietra con la borsa sulle ginocchia, i fianchi segnati in profondità e gli occhi intenti a rimettere a fuoco l'ambiente. Li trovarono, uno a uno: Endy, Kaylus, Gwinn, Belvont e il soldato sopravvissuto, accasciato contro il fondo della stanza con l'espressione di chi non è del tutto rientrato.
«Tutti vivi?», domandò il gigante con un filo di voce.
«Più o meno», rispose Kaylus, appoggiandosi alla rastrelliera con la coscia che sanguinava.
Armstrhool si tirò su facendo leva sul muro, lentamente, senza alcun eroismo. Si voltò verso Lord Yeltuan, appoggiato allo stipite della porta dove lo aveva posato prima dello scontro; il nobile era sveglio, gli occhi spalancati sul caos dell'armeria con lo sguardo di chi emerge da un abisso profondo e trova un mondo che non riconosce più.
Endy attraversò la stanza e andò verso di lui.Si fermò davanti a suo padre. Lo guardò con attenzione: il volto invecchiato, stanco, con il pigiama di Armstrhool ancora addosso e le mani strette attorno a un piccolo oggetto al petto.
Annullò l’incantesimo che aveva mutato il colore della sua chioma per mantenere più a lungo l’anonimato e si accuciò, portando lo sguardo alla stessa altezza del consigliere elfico.
«Padre», disse, poggiando i palmi sulle sue guance. «Come state?»
Lord Yeltuan alzò gli occhi su di lei. Li trattenne per un istante su quelle fattezze, sull'occhio meccanico che brillava d'oro, sulla metà del cranio ricostruita in metallo; poi si spostò sull’altro lato, osservando i lineamenti con aria confusa.
«Chi sei tu, signorina?»
Endy rimase immobile. Qualcosa nella sua espressione mutò radicalmente.
«Mi dispiace», mormorò Yeltuan, con una confusione genuina, senza alcuna crudeltà. «Non ricordo bene. C'era un dettaglio importante, mi pare. Una persona.» Scosse la testa lentamente. «È tutto molto confuso; ma credo mi stiate scambiando per qualcun altro, io non ho figli.»
Il Pescatore dell'Oscurità aveva scavato in profondità nella mente del vecchio elfo. Troppo.L'anziano aprì le mani. Nel palmo stringeva un medaglione d'oro, circolare, con un gancio laterale studiato per aprirsi su uno spazio interno, grande a sufficienza da custodire due miniature. Lo tese verso di lei con la naturalezza di chi offre l'unica cosa che possiede, come se avvertisse che quel monile appartenesse a lei, pur senza sapere perché.
«Tieni questo», disse. «Non so perché l'avessi io, ma credo sia tuo. Assomigli alla ragazzina nel ritratto.»
Endy lo prese. Lo aprì.
Da un lato c'era una bambina con i capelli viola, con un sorriso che non aveva ancora imparato a essere cauto. Dall'altro c'era una donna con la chioma biondo argentea e gli occhi chiari: la regina Thilien, un volto che l'automa aveva visto una volta sola da quando era diventata Endy, ma che le riaffiorò nella memoria.
Sul retro del ciondolo, inciso con una cura che costava più dell'oro stesso: Ieri, oggi e per sempre.
La ragazza lo richiuse. Rimase ferma il tempo necessario a trasformarsi in qualcosa di diverso dal silenzio.
«Grazie, signore.»Aiutò l’uomo ad alzarsi, poi si voltò verso il corridoio. Dall’occhio destro colò una sola lacrima, lenta come un rivolo d'acqua che ritrova a fatica un canale rimasto asciutto da troppo tempo. Il monile restava nella mano meccanica spenta, incapace di sentire il peso delle cose, ma da qualche parte, più in fondo, il cuore lo avvertiva lo stesso.
Belvont andò verso di lei. «Sapevo che la giovane Yeltuan fosse morta anni fa.»
Endy lo fissò, poi si asciugò la guancia nel tentativo di ritornare alla consueta razionalità, un’operazione che in quel frangente trovò quasi impossibile.
«Non preoccuparti», continuò il comandante, «ci sono molti modi per recuperare la memoria. Per quanto quel mostro fosse potente, non credo possa aver inferto un danno irreversibile.»
«No», rispose lei.
Osservò per un istante il padre, ancora spaesato, mentre Armstrhool lo sorreggeva per aiutarlo a camminare. «È meglio così. Ha già perso sua figlia una volta, non voglio che riprovi la stessa sofferenza o che sia in pena per ciò che devo fare.»
«Capisco», concluse Belvont.Poi dall'esterno, attraverso i piani crollati e il silenzio che il Pescatore aveva lasciato dietro di sé, arrivò qualcosa a interrompere la conversazione: un richiamo basso, antico, una vibrazione lenta, che si muoveva regolare verso di loro.
Belvont alzò gli occhi verso la volta sventrata. «E adesso che succede?»
Il soldato sopravvissuto, appoggiato alla parete, indicò la sagoma enorme che si delineava nel vuoto attraverso la sezione di muro crollato al lato della stanza e domandò con la voce di chi ha già visto troppo: «Che... che cos'è quella?»Gwinn sorrise, rimpicciolito, stanco, con le ali scosse da fremiti irregolari.
«Qualcuno che conosciamo, vero Kaylus?», rispose.
CAPITOLO 16le ceneri del mondo
PARTE I
La balena scendeva lentamente, con quella calma che aveva fatto sembrare ogni suo movimento nel Mare Astrale un fluire naturale piuttosto che un'intenzione dichiarata.La zolla su cui l’altro gruppo si trovava sprofondava sempre di più, con un andamento adagio ma inesorabile.
Altheyn cadeva.
In frammenti, sezioni di palazzo, giardini e strade che precipitavano a velocità leggermente diverse, come se la città cercasse di ritardare l'impatto moltiplicando se stessa in pezzi. Le torri argentee scendevano inclinate, alcune già spezzate a metà, altre ancora intere con le finestre illuminate da fuochi interni che non avevano più nessuno a domarli. I giardini sospesi — quelli che avevano reso famoso il nome di Altheyn in tutto il mondo conosciuto — scendevano con la terra ancora aggrappata alle radici, producendo una pioggia di foglie e petali che nel buio sembrava quasi bella. Quasi.
Sotto di loro, Ghendar aspettava senza saperlo. Si mostrava come una mappa di luci: torce, finestre, i fuochi dei mercati notturni a illuminare la merce, perché nessuno aveva ancora capito cosa stesse scendendo dall'alto. I tre laghi che cingevano la città riflettevano il cielo verde della Bruma come specchi impazziti, e nelle strade più larghe si scorgevano figure minuscole che alzavano la testa verso qualcosa che doveva sembrare, da lì, un'eclissi troppo lenta per essere reale.
La Bruma scendeva con Altheyn, come una cascata verde e densa, rovesciandosi dai bordi delle zolle più alte verso Ghendar. In quel vapore le creature del Mare Astrale nuotavano, visibili solo per le sfere azzurre delle antenne e i bagliori bioluminescenti dei fianchi. La Bruma per loro era acqua, era casa, lo stesso spazio in cui avevano sempre vissuto portato in un territorio nuovo; da quel momento in poi avrebbero nuotato nelle Terre Civilizzate, nei banchi di nebbia errante che nessun rituale del Lungo Giorno avrebbe più potuto richiamare. Qualcosa era cambiato nell'ordine delle cose quella notte, qualcosa di strutturale e definitivo, e nessuno aveva ancora avuto il tempo di capire quanto.La balena arrivò all’altezza del buco nella parete creato da Endy, dove Rhiannon e Kermit avevano visto l’esplosione di luce che aveva permesso di individuare la loro posizione.
Il ricongiungimento fu confuso, affollato, con troppi passeggeri che si muovevano su quel dorso nello stesso momento e troppi nomi che cercavano i rispettivi volti in una luce insufficiente. Kaylus raggiunse la sorella per primo, la prese per le spalle con entrambe le mani e la guardò per un istante prima di stringerla a sé in un lungo abbraccio. Rhiannon permise che lo facesse e, quando il nephilim la lasciò andare, nel gesto si leggeva tutto ciò che non aveva pronunciato.
Blue Turnip stava già fissando Armstrhool con un'espressione che non lasciava dubbi sulla traiettoria del confronto imminente. Il gigante reggeva lo sguardo con la serenità colossale di chi sa di aver compiuto l'unica scelta ragionevole nelle circostanze date.
«La borsa» disse Blue Turnip.
«Stanno bene» disse Armstrhool.
«La borsa.»
«Sono al sicuro.»
«ARMSTRHOOL.»
«Si si, ho capito. Tranquillo è qui! Appena atterriamo le tiro fuori, non preoccuparti.»
Gwinn salutò gli altri, volando sopra il dorso della balena per ispezionare i presenti. Basid mancava ancora.
Endy e Trinity si salutarono senza cerimonie: un'occhiata, una verifica rapida e reciproca, il tipo di comunicazione tra individui che hanno combattuto a sufficienza insieme da non aver più bisogno di formule per l'essenziale. Trinity notò l'arto meccanico spento lungo il fianco della compagna; le poggiò un palmo sulla spalla e la lasciò muovere verso la coda della balena. La ragazza si voltò per un attimo, osservò Belvont che aiutava Lord Yeltuan a sistemarsi sul dorso, con il consigliere ancora scioccato, ancora perso. Strinse il ciondolo nel pugno e si defilò dal gruppo, dopo aver accennato un mezzo sorriso ai compagni. Scorse D, ma in quel frangente non si dimostrava in grado di sostenere un dialogo; si sedette semplicemente a distanza, nella zona meno affollata della pelle del cetaceo, fissando la collana chiusa che le era stata consegnata poco prima dal padre.Fu allora che Rhiannon avanzò verso D. L'uomo era seduto sul bordo della balena, lontano dagli altri, con il soprabito verde smeraldo lacerato e i capelli ancora coperti di polvere bianca. Non guardava Ghendar o i frammenti di Altheyn in caduta: fissava le proprie mani, l'icore intorno all'occhio sinistro seccato in una traccia scura lungo lo zigomo, e teneva la testa leggermente inclinata come chi ha speso troppo e calcola ancora il bilancio.
Gli si avvicinò. Lui alzò gli occhi quando avvertì i passi e per un momento rimase in silenzio, valutando quanto dello spazio circostante le appartenesse e quanto rimanesse suo.
Portò la mano verso l’uomo e l’aprì: la collana d'oro stava nel palmo con il piccolo gancio che un tempo aveva tenuto la fiala e che adesso portava solo il peso di quello che era stato; il Ballo dei Tre Segreti, il crollo, tutta quella notte compressa in un oggetto che non pesava niente.
«Tieni, è tua dopotutto.»
D la fissò per un lungo istante. Poi la prese. Non disse grazie: non era il tipo d'uomo, e la ragazza lo sapeva. Ma quando la chiuse nel pugno, la linea delle sue spalle cedette di qualche grado, traducendo un sollievo che la barda colse all'istante.
«Posso chiederti una cosa?» disse D. «Perché mi hai aiutato? Sapete chi sono e cosa ho fatto al ranocchio là dietro. O sei terribilmente ingenua o veramente poco coscienziosa, ragazza.»
«Forse un po’ entrambe», rispose lei, accennando un sorriso. «Ma di una cosa sono certa, preferisco pentirmi di una scelta sbagliata, piuttosto che rimpiangere un'azione mai compiuta… quel vuoto pesa come un macigno.»
D si bloccò alla fine della frase; quelle parole lo colpirono, facendo inevitabilmente eco alla conversazione avuta con Armstrhool tempo prima, riportandolo su una terrazza costruita attorno a un albero di Sabal.Kermit si era avvicinato nel frattempo, a braccia conserte, mostrando un'attitudine che comunicava chiaramente la propria opinione su quell'impasse.
«Hai quasi ucciso me», precisò nuovamente, con il tono di chi esige che il fatto rimanga a verbale indipendentemente da qualunque altra valutazione.
«Lo ricordo benissimo», disse D, e sul suo volto tornò il sorriso di sempre.
«Con quell'occhio.»
«Sì.»
«E adesso sei sulla nostra balena.»
«Tecnicamente» lo corresse, «è la balena di Rhiannon.»
L'anfibio aprì la bocca, la richiuse, poi la spalancò di nuovo con la smorfia di chi ha trovato un controargomento, ma non è sicuro che regga.
«Dettaglio irrilevante. Almeno dacci la fiala; mi sembra il minimo», sentenziò infine.
«Me l’ha già sottratta Endy», mentì Darian, spostando lo sguardo sull'elfa con una freddezza studiata. Lei ricambiò l'occhiata in silenzio.
Kerchak, dall'altra parte del dorso, non si era mosso, ma teneva le pupille piantate sull'agente del Fano con una pazienza fredda. Trinity rimase dov'era, ma anche lui mantenne il bagliore rosso dell'occhio artificiale fisso sull'ospite. D non sembrò sorpreso da nessuna delle due reazioni.Dopo quel momento nessun altro pronunciò una sola parola. La città era sempre più bassa e, verso la fine, sembrò accelerare la sua corsa.
«I laghi» disse Kaylus sottovoce.
Una sezione di Altheyn grande quanto un quartiere intero colpì la superficie del primo specchio d'acqua. Il suono giunse dopo: un boato umido e profondo, con l'ondata a sollevarsi verso il cielo in una colonna più alta del bacino stesso. Poi numerose macerie raggiunsero il secondo e il terzo bacino; in pochi minuti, dove c'erano stati tre laghi capaci di definire la geografia di Ghendar da prima che chiunque dei presenti fosse nato, rimase solo terra bagnata, detriti e il rumore di una realtà destinata a non tornare mai più com'era.
Kermit guardò i laghi che erano stati la sua casa scomparire in silenzio. Era la prima volta, da quando Rhiannon lo conosceva, che l'anfibio non commentava un evento di quella portata.
La pioggia di detriti si rovesciò, infine, sulla città. I boati si fusero in un'eco destinata a propagarsi molto più lontano di quanto i presenti potessero immaginare, senza coprire del tutto le urla disperate di chi si trovava sotto di loro. Rhiannon si rannicchiò tra le braccia di Kaylus, come se il calore del fratello potesse proteggerla dal senso di impotenza che ognuno, in quel momento, stava sperimentando.
Non appena l’ultimo blocco si schiantò al suolo, la balena iniziò la sua discesa.Poco prima di toccare terra, Endy si avvicinò a D.
«Perché mi hai dato la fiala, non capisco… » disse piano la ragazza, evitando di farsi sentire dagli altri.
D non rispose a quella domanda. «Perché non hai detto agli altri che sono Darian?»
«Non si risponde a una domanda con un’altra domanda. Però, se ci tieni a saperlo, è perché non voglio infrangere la regola del ballo. Dopotutto il contratto è vincolante.» Un'esitazione minima, che tradiva quanto poco credesse a quelle parole. «Lo scopriranno da soli comunque, prima o poi.»
«Rientra nel Fano» sussurrò lui. Non era una domanda.
Endy lo fissò per un momento.
«Ci penserò su.»Ghendar li raggiunse prima che qualcuno fosse pronto.
Le strade erano coperte di polvere bianca e fine, quella che produce il marmo quando si frantuma; tra quel pulviscolo giacevano cose che sembravano fuoriuscite dalla pietra stessa: mobili, stoviglie, libri aperti con le pagine a voltarsi nel vento, un abito da sera posato sul selciato come se qualcuno lo avesse dimenticato lì con cura. E corpi, non molti ancora — i danni più gravi sarebbero emersi nelle ore successive —, ma abbastanza da rendere impossibile guardare dritto davanti a sé senza dover scostare lo sguardo.Belvont fu il primo a darsi da fare. Con un braccio solo e le costole a produrre fitte lancinanti a ogni respiro, cominciò a organizzare le guardie sopravvissute con l'efficienza automatica di chi ha imparato che il modo migliore per non cedere al peso di ciò che vede è trasformarlo immediatamente in operatività. Indicò direzioni, assegnò compiti e i soldati ubbidirono con la gratitudine silenziosa di chi ha bisogno che qualcuno decida per loro in certi frangenti.
Gli altri seguirono l'esempio senza che nessuno lo chiedesse.
Kerchak si mosse verso un edificio parzialmente crollato da cui proveniva un rantolio, emesso da chi non aveva più la forza di urlare. Trinity lo seguì; Blue Turnip si caricò sulle spalle un trave che nessun altro, apparte Armstrhool, avrebbe potuto sollevare, lo trasportò verso un'apertura che stava cedendo e, insieme al gigante lo incastrano per sorreggere la struttura il tempo necessario a effettuare i soccorsi. Gwinn volò in alto per orientarsi e segnalare le zone in cui intervenire, indicando un punto a Kermit dove, con una serietà che gli apparteneva raramente, usò il vapore per liberare una persona intrappolata sotto una porzione di tetto che bruciava.
Rhiannon si avvicinò a un gruppo di sfollati, radunati intorno a un fuoco di fortuna, con i piccoli urlanti e l’angoscia stampata sul volto.
Iniziò a cantare. Era la melodia che le aveva insegnato sua madre, la stessa che aveva aiutato la popolazione di Solax a non cedere alla disperazione dopo che venne rasa al suolo. Le sembrava appropriata. I bambini smisero di piangere e la folla trovò sollievo in quelle parole. Almeno in parte.D rimase fermo per un momento, guardando tutti quanti lavorare tra le macerie. Poi si avvicinò a Endy.
«Devo andare» disse, semplicemente.
Endy lo fissò. «Dove?»
«Da qualche parte» disse D. «Non è la risposta che volevi, ma è quella che ho.»
Strinse la collana nel pugno ancora una volta, un gesto così piccolo che l’elfa quasi non lo vide, poi se la mise in tasca e si voltò verso le strade di Ghendar che si aprivano davanti a lui tra la polvere e il fumo.
«D.»
Si fermò.
«La fiala» disse Endy. «Per Balran.»
«Lo so» disse D, senza voltarsi.
«Grazie.»
Un istante di silenzio. Il vento trascinava polvere bianca tra loro due.
«Non ringraziarmi», concluse infine. «Solo… pensaci su.»
Poi sparì tra le rovine, con la disinvoltura di chi sa sempre come diventare invisibile in un ambiente affollato; Endy rimase a fissare il punto in cui l'uomo si trovava fino a quando un altro richiamo — un bambino, da qualche parte sotto le macerie — la riportò ai doveri immediati.Di Netrus non c'era traccia. Di Aldeim nemmeno. Shir era scomparsa subito dopo i fatti successi nella piazza dell'Albero, come se avesse avuto il compito preciso di consegnare le armi, tornando a un dovere più urgente senza attendere ringraziamenti. Della regina Thilien non rimase nulla, nemmeno il ricordo di un'uscita.
Il mondo aveva ancora troppe assenze da contare.Basid riapparve il mattino dopo.
Il varco che si aprì nella parete di un edificio superstite era rossastro, irregolare, con i bordi che pulsavano di una luce calda e ambigua, estranea a qualunque scuola di magia riconoscibile. Dal varco uscì il mago, con il cilindro nero impeccabilmente al suo posto, il mantello lungo e il bastone dal pomolo dorato. Ispezionò la piazza, come intento a raccogliere dati prima di formulare la minima riflessione.«Ah» commentò, quando scorse l'accampamento d'emergenza che Belvont aveva organizzato tra le macerie. «Siete stati occupati.»
«Ma dove cavolo eri finito, Basid?!?» strillò Gwinn, volando nella sua direzione.
«Ero in pista con Zoran Van Winkle quando il salone è crollato… mi ha salvato lui. Però adesso non è il frangente adatto per i dettagli», rispose, troncando il discorso.
Un resoconto esaustivo avrebbe richiesto più tempo del dovuto e, soprattutto, l'uomo non si dimostrava affatto convinto di volerlo fornire.Dormirono tra le rovine per due giorni.
Riposavano a turni, qualche ora alla volta, con un orecchio sempre rivolto ai lamenti di una città che continuava a cedere in punti nuovi e imprevedibili. Belvont dirigeva i lavori con precisione metodica, e le guardie sopravvissute faticavano accanto ai due gruppi con solidarietà silenziosa.
La Bruma si era stabilizzata in banchi erranti, capaci di muoversi tra le rovine come una marea bassa; nelle ore in cui si addensava, si percepivano presenze in movimento al suo interno, e ognuno imparò velocemente a non accostarsi alle zone più dense senza un compagno al fianco.Al mattino del terzo giorno, Blue Turnip si svegliò prima degli altri e andò dritto da Armstrhool.
L'omone stava mangiando qualcosa di non identificabile con attitudine soddisfatta e alzò gli occhi quando il ranger arrivò davanti a lui, riconoscendone immediatamente l’intenzione.
«Buongiorno» disse Armstrhool.
«Tirale fuori, è il momento. La situazione si è stabilizzata abbastanza qui», ordinò Blue Turnip.
«Sì, è un buon momento. Ora che ho anche la pancia piena.»
L'omone posò ciò che stava mangiando con cura accanto al fuoco, con il proposito di concludere il pasto più tardi, aprì la borsa e vi infilò dentro un braccio fino alla spalla.
Thalaniel uscì per prima, con la verga druidica stretta tra le mani e un'espressione di sollievo sul viso che mutò immediatamente alla vista delle rovine circostanti. Poi arrivò Little Turnip: atterrò sulle scarpe del padre e si gettò tra le sue braccia.
«Papà», disse staccandosi un istante per guardarlo negli occhi. «Là dentro c'erano una valanga di oggetti, dei templi e un serpente gigante!!!»
Blue Turnip la squadrò. Poi fissò Armstrhool. «Era sicuro, avevi detto.»
«Beh, meglio di quello che abbiamo passato noi, di certo! Poi guardale, sono in salute. Proprio come quando sono entrate!»
Il ranger distolse gli occhi dal gigante e li riportò sulla figlia. La abbracciò con tutta la forza che aveva, e la bambina lo lasciò fare.
Thalaniel raccontò della Volta d'Argento quella sera, seduta accanto al fuoco dell'accampamento con tutti i presenti che ascoltavano. Descrisse con cura metodica il lago cristallino, i tre templi, la statua di Altheyn. Raccontò poi della Dama Bianca e della voce di Shanaus che viveva dentro di lei, del triangolo sul fondale, delle luci che si erano accese e degli occhi rossi del monumento che si erano aperti nell'istante prima che l'arto enorme venisse a tirarle fuori.
Nessuno parlò per qualche istante dopo che la druida ebbe concluso.
«Avrei voluto vederlo anche io», ammise Armstrhool infine, con una certa malinconia.
«Ci sei già stato», disse Thalaniel. «Forse però non lo ricordi.»
Armstrhool ci pensò su. «Ah», disse. «Può darsi.»Kaylus ripensò alle rivelazioni di Shir, stringendo la scaglia nel pugno dopo aver ascoltato ciò che Thalaniel aveva riferito.Esiste un luogo dove anche gli dèi parlano a bassa voce. Un tempo era chiamato la Volta d'Argento. Da lì discende tutta l'acqua che disseta Altheyn, e lì la Dama Bianca non è sola. Egli ti ha scelto. L'Ofide di Cobalto. Shanaus.Non dormì per tutta la notte, cercando di contattare la sacerdotessa per avere una guida, per sapere se fosse quello il momento.
Non ricevette risposta, nemmeno nelle notti successive.La lettera era sul giaciglio di Rhiannon quando si svegliò la mattina del quarto giorno: chiusa, sormontato da un sigillo che non riconobbe. Dentro c'era una riga sola, tracciata in una grafia precisa e priva di fronzoli:Qualcuno di voi è una maschera. L'originale è nelle mani del Fano.
G.Rhiannon analizzò lo scritto due volte, poi lo portò a Trinity.
Il guerriero la lesse una volta sola. La sua espressione si fece più cupa, mentre l'occhio artificiale si spostava lentamente verso Endy.
L’elfa prese la pergamena, ne scorse il contenuto, poi la ripiegò con cura.
«G», disse, con una voce piatta che non lasciava trapelare alcuna emozione.
«Conosci questo nome?», chiese Rhiannon, visibilmente allarmata.
Endy guardò Trinity per un momento. L’uomo restituì lo sguardo senza commentare.
«Sì e no», rispose Endy.Rimise il messaggio nella tasca della barda con la medesima attenzione con cui l'aveva piegato, come se si trattasse di un dettaglio trascurabile, capace di attendere; come se non avesse già cominciato a elaborare dentro di sé l'intera, spaventosa catena di conseguenze che quel testo implicava.Nel corso della mattinata, Thalaniel notò un’anomalia.
La scorse nella piazza principale di Ghendar, dove il vapore si era addensato in una coltre più compatta delle altre: un agglomerato immobile, che rifiutava di spostarsi con il vento come faceva il resto della nebbia. Al centro di esso, visibile attraverso la coltre verde come un nucleo brillante dall'interno, spiccava una scaglia azzurra. Era grande quanto un palmo aperto, con spigoli che non erano stati prodotti dal cataclisma.
Chiamò gli altri immediatamente.Gwinn arrivò stringendo la bussola che indicava i desideri, lo strumento prezioso che li stava guidando verso i Totem dei Draghi Alieni, il dispositivo che aveva sempre puntato lontano, verso orizzonti non ancora raggiunti. Lo aprì. L'ago si orientò verso il cristallo azzurro. Non esitò, non oscillò: si piantò su quella coordinata con la certezza di chi ha scovato esattamente l'obiettivo cercato.
«Un frammento», disse sottovoce. «Deve essere un frammento del Totem.»
Kaylus si avvicinò alla nebbia, la mano sull'elsa della spada. Il cristallo pulsava dall'interno con una luce azzurra.Un bambino emerse dall'ombra di un edificio crollato alle spalle dell'agglomerato. Era cieco. Aveva gli occhi coperti da una fascia di stoffa, portata con la naturalezza di un dettaglio ordinario. Si muoveva tra le macerie con la sicurezza sconcertante dei non vedenti che hanno mappato il proprio spazio, e si arrestò sul limitare della Bruma senza esitare.
«Sono stati qui», disse, senza che alcuno gli avesse domandato nulla.
«Chi?», chiese Rhiannon.
«I miei genitori», rispose il piccolo. «Li ho sentiti parlare da dentro la nebbia. Dicevano che stavano bene. Che non dovevo aver paura di cercarli.»
«Li hai visti?», intervenne Thalaniel.
«Non vedo», ribatté il bambino, con la semplicità di chi ha smesso da tempo di aspettarsi che la propria condizione sorprenda il mondo. «Ma li ho uditi. E sentivo anche un'altra voce, più vecchia. Diceva che dentro era caldo. Deve essere un posto magico, non parlavo con loro da diverso tempo.»
«Perché? Avete forse litigato?», chiese Little Turnip con ingenua curiosità.
«Beh no, sono morti circa due anni fa.»
Nessuno parlò.La coltre di Bruma restò immobile. Il cristallo continuò a pulsare. Si guardarono uno a uno e compresero che davanti a loro, in quel vapore statico che si rifiutava di comportarsi come la nebbia ordinaria, un'entità attendeva. Il frammento azzurro pulsò una volta ancora, più forte delle altre, paziente come qualcosa che sa di non dover fare altro che aspettare che arrivino le persone giuste.«Se si tratta del frammento di un totem dobbiamo entrare.» disse Rhiannon con decisione.
Kaylus si posizionò al suo fianco, poi si voltò verso gli altri che si erano uniti a loro dopo la caduta di Altheyn. «Non c’è bisogno che entriate anche voi, andremo noi a indagare. Little Turnip, forse è il caso che rimani qui con loro.» Spostò lo sguardo verso Blue Turnip che aveva già un'espressione contrariata.
«Sarà più al sicuro qui, testardo di un firbolg», continuò Kylus.
Blue Turnip si arrese, diede un bacio sulla fronte della piccola e la mandò vicino ad Endy.
«Rimarremo qui, sul limitare della coltre. Se dovesse servire un aiuto, verremo in supporto.» La voce di Trinity risuonò risoluta come sempre, ma la sua espressione cambiò in un istante, quando notò che tra Armstrhool ed Endy mancava qualcuno.
Kermit era già sparito nelle nebbie.Rhiannon fece un passo verso il banco e i suoi compagni la seguirono.
CAPITOLO 16le ceneri del mondo
PARTE II
Il banco di Bruma aveva un calore fermo e quieto, come l'aria di una stanza che qualcuno ha abitato a lungo. La visibilità si riduceva a pochi passi in ogni direzione, e il verde della nebbia assumeva sfumature dorate verso il centro, dove il cristallo azzurro irradiava la sua luce: un riverbero pronto a mescolarsi con i fumi della Bruma, trasformandoli in qualcosa di differente da entrambi.«Dobbiamo rimanere vicini» avvertì poco dopo Basid. «Non possiamo rischiare di perderci di vista.»
«Vi terrò d’occhio dall’alto. Basid, crea un collegamento telepatico tra di noi, non so quanto sia possibile farmi sentire. Queste nebbie sono… strane.» disse Gwinn, alzandosi in volo non appena l’incanto del mago attecchì.
Proseguirono in formazione: Kaylus in cima, Thalaniel e Basid subito dietro, Rhiannon e Blue Turnip in coda. Dovevano guardarsi le spalle a vicenda.
I lumeoli arrivarono subito dopo: erano piccole luci danzanti che emergevano dall'interno della nebbia stessa, eteree, con un bagliore caldo e pulsante che ricordava la brace sotto la cenere più che qualsiasi fonte ordinaria. Si moltiplicarono in pochi secondi, decine poi centinaia, e si disposero nell'aria con una geometria capace di rispondere a regole proprie, invisibili ma precise. Poi cominciarono a muoversi.
Ogni gruppo aveva già scelto la propria traiettoria, il proprio destinatario, e puntava verso l'obiettivo con la certezza del destino, attirando nei vapori i bersagli selezionati. Gwinn individuò il movimento, avvisò Basid, ma quando i tre in testa alla formazione si voltarono, non c’era più traccia del ranger e della barda.Rhiannon sentì il calore avvicinarsi al proprio volto prima ancora di scorgere cosa lo stesse portando. Aveva camminato verso quelle essenze quasi inconsciamente, riconoscendo in quel tocco etereo un tepore familiare, un abbraccio che non avvertiva da tempo.
Le piccole luci si addensarono davanti a lei in un punto preciso dell'aria, sovrapponendosi, mescolandosi, costruendo un'immagine con la lentezza paziente di un ricordo che prendeva forma. Prima i contorni, poi il volume, infine i dettagli: la chioma, i lineamenti, il modo di stare in piedi con il peso leggermente spostato sulla gamba sinistra che la barda avrebbe riconosciuto tra mille sagome.
Elinor.
Era esattamente come la ricordava, con i segni sulle mani tipici di chi ha trascorso anni a lavorare stoffe e fili, e gli occhi capaci di scrutarle dentro, in profondità. Indossava l'abito che la barda rammentava come il migliore in suo possesso, quello che tirava fuori solo per le occasioni speciali.
La ragazza si immobilizzò per un lungo istante, incapace di emettere una sola sillaba.
Elinor rimase di fronte a lei, paziente, in attesa. Quando la figlia accennò un mezzo passo avanti, la figura tenne la posizione; quando sollevò una mano nella sua direzione, la madre la guardò con un'espressione che in passato la giovane aveva cercato di leggere senza riuscire a interpretarla del tutto, e che ora risultava limpida.
Orgoglio, sollievo, gioia… tutto ciò che una madre custodisce dentro di sé e che manifesta con i gesti, senza doverlo pronunciare ad alta voce.
Rhiannon scoppiò in un lungo pianto, senza trattenersi, dando sfogo a ciò che si portava dentro da troppo tempo per la paura di crollare; Elinor rimase lì per tutto il frangente necessario, immobile nella nebbia dorata con le luci danzanti attorno, come se avesse aspettato esattamente quel momento, priva di qualunque fretta di andare altrove.
Quando la barda abbassò le mani dal volto, la madre le sorrideva. Rhiannon si sporse in avanti e la strinse a sé. La ragazza poté sentire il suo calore e i palmi che rispondevano al contatto, in un tocco leggero. Era sufficiente.
«Grazie per tutto quello che hai fatto per me. Ti voglio bene.» Riuscì a sussurrare soltanto questo, prima che i lumeoli iniziassero a separarsi uno a uno nell'aria, scomparendo come una coltre di fumo che si dissolve al vento.
Rhiannon cadde in ginocchio e, nel tentativo di colmare la mancanza di quell’abbraccio finito troppo presto, afferrò il liuto. Scorse un ultimo rivolo di vapore sullo strumento e, sotto di esso, una quinta corda era tesa tra le meccaniche con la medesima naturalezza delle altre quattro, come se fosse sempre rimasta lì, scegliendo solo in quel frangente di mostrarsi. La toccò con un dito solo, piano: il suono che produsse possedeva una qualità differente rispetto alla scala ordinaria, una nota capace di abitare uno spazio che la musica comune non raggiungeva. La sfiorò una seconda volta, solo per accertarsi che fosse reale.Lo era.Dall'altra parte del banco, Blue Turnip era immobile.I lumeoli che aveva di fronte costruirono una figura più bassa di lui, con i capelli rosso ramato di una tonalità differente dalla sua, più calda, identica a quella di Little Turnip, e le mani poggiate sul grembo come gliele aveva viste tenere tantissime volte.BeetRoot.
Il ranger restò senza fiato, sopraffatto. Poi l'incredulità nei suoi occhi si spense, lasciando spazio soltanto a una gratitudine pura, immensa, per la possibilità di poterla guardare ancora una volta, anche solo per un istante.
Poi disse, con una voce bassa, quasi a se stesso: «Sto facendo un buon lavoro?»
Era il dubbio che si portava dentro da anni, l'interrogativo silenzioso di un padre rimasto solo quando l'unica persona a cui avrebbe voluto chiederlo non c'era più. Un pensiero che lo accompagnava ogni sera al buio, chino a proteggere il sonno di Little Turnip, e ogni mattina, quando si svegliava conscio di aver superato un altro giorno e di dover ricominciare da capo.
BeetRoot lo guardò.
Sorrise.
Quella conferma lo investì come il primo sole primaverile: un calore improvviso, in grado di penetrare i mesi di gelo e di sradicare quell'inverno che il ranger credeva ormai eterno.
Si lasciò andare. Per la prima volta da quando chiunque tra loro lo conosceva, Blue Turnip pianse senza voltarsi a controllare se vi fossero testimoni, senza compiere nulla per ridurre l'impatto di quel crollo. Pianse sfogando l'intera forza che aveva usato negli anni per andare avanti, e BeetRoot rimase lì, al suo fianco, poggiandogli una mano sulla spalla. Un gesto che aveva fatto innumerevoli volte.
Blue Turnip sentì il calore del tocco che dalla spalla penetrò più in profondità. Dopo qualche secondo, iniziò a dissiparsi.
Quando le luci si separarono e la figura scomparve, il ranger restò immobile per qualche istante con la testa abbassata. Poi la sollevò.
Guardò verso il limite della Bruma, dove Little Turnip aspettava insieme ad Armstrhool.Un sentimento aveva mutato natura dentro di lui: un’inquietudine che conservava ancora il peso di un debito, ma che già percepiva come una scelta.
L'Albero della Vita, il bocciolo di Aelir diventato cenere per salvarlo. Thalaniel, che non gli aveva chiesto nulla e a cui doveva tutto ciò che possedeva.
Capì che era giunto il tempo di partire, di restituire il favore.L'esplosione divampò e il boato, seguito dall’urlo di Kermit che intimava di desistere, riportò i due compagni alla realtà.
Una palla di fuoco compatta e precisa, scagliata da Basid con l'economia di movimenti che riservava ai frangenti in cui giudicava un intervento necessario e sufficiente, colpì il cristallo azzurro al centro dell'agglomerato; la scaglia andò in frantumi, pezzi minuscoli, che si dissolsero nell'aria prima di toccare terra. La coltre di Bruma semplicemente si aprì, dissipandosi nel vento di Ghendar.I lumeoli sparirono all'unisono, e con loro qualunque dinamica stesse prendendo vita nel banco: incontri lasciati a metà, conversazioni interrotte nel punto esatto in cui mutavano in confidenze cruciali.
Basid abbassò il bastone.
«Era necessario», dichiarò con tono perentorio. «Il cristallo amplificava un'energia che nel tempo sarebbe divenuta pericolosa.»
Calò il silenzio.
«Potevi aspettare trenta secondi», ribatté Kermit, contrariato.
«No», disse Basid.
«Avrebbe potuto darci immensi poteri, tu che ne sai?!», replicò l'anfibio a braccia conserte.
«Non valeva la pena rischiare. Non conosci i totem: non sono manufatti di cui ci si possa fidare.»
«Bah, mi sembra di parlare con Endy.» Con il broncio a imperversare sul volto, Kermit iniziò a dirigersi verso gli altri.Rhiannon toccò ancora una volta la quinta corda del liuto. Restava lì, reale, tesa, diversa dalle altre. Kaylus giunse da lei, la aiutò ad alzarsi e insieme uscirono dalla piazza.
Blue Turnip raggiunse gli altri con l'attitudine di chi ha preso una decisione e la sta già traducendo in atto. Andò da Little Turnip, la prese per mano, le mormorò qualcosa a bassa voce che nessuno udì. La bambina lo fissò, poi guardò Thalaniel, con la serietà improvvisa che mostrava quando capiva che stava per succedere un evento importante.
Thalaniel si avvicinò, incuriosita.
«Che succede?» domandò alla piccola.
«L'Albero della Vita», le rispose Blue Turnip, fissandola e portando una mano all’altezza del cuore, dove il bocciolo era stato poggiato per salvarlo. «Ora ho capito ciò che devo fare.»
Thalaniel lo guardò per un istante. «Non mi devi nulla», disse. «L’ho fatto perché è ciò che avrebbe voluto anche lei.»
«Lo so», ribatté Blue Turnip. «Ma lo farò lo stesso.»Quella sera al falò, l’atmosfera si era fatta più pesante. Endy sedeva con Gwinn e Kermit dal lato opposto rispetto agli altri, con una distanza calcolata per evitare interventi esterni.
Armstrhool si avvicinò, la borsa fissata alla cintura e i segni del Pescatore ancora visibili sul fianco sinistro.
«La Volta d'Argento» disse Endy. Era già nel mezzo di qualcosa che aveva cominciato a pensare molto prima di dirlo.
«L'occhio della Semina» continuò. «Se il triangolo che ha descritto Thalaniel è reale, e se N'kcta aveva un occhio che qualcuno ha rimosso dalla statua—»
«D» disse Kermit.
Un momento di silenzio.
«Probabilmente» disse Endy. «O qualcun’altro per conto di IA.»
«L'Occhio del Raccolto hai detto, giusto?», domandò Gwinn sottovoce. «Lo porta nell'orbita sinistra. È lo stesso elemento del monumento di N'kcta che mancava nella descrizione di Thalaniel.»
La risposta era già nell'aria tra loro, in quel canale che si apre quando un'ipotesi cessa di essere tale e si trasforma in un’impresa.«Dobbiamo entrare nella sacca», dichiarò Endy. «Vedere la Volta dall'interno. Trovare l’artefatto prima che la Selva Avvizzente finisca ciò che ha cominciato. Se i miei calcoli sono esatti, è per via della mancanza dell’Occhio del Raccolto che la vegetazione continua ad avanzare così rapidamente. Manca l’equilibrio. Forse rimuovendolo potremmo guadagnare tempo.»
Kermit guardò la borsa di Armstrhool con l'espressione eccitata che prende possesso dei suoi tratti quando si profila la promessa di una nuova e catastrofica esperienza.
«La Volta d'Argento è dentro la borsa di Armstrhool», disse lentamente, come se stesse assaporando ogni sillaba.
«A quanto pare» disse Endy.
«E dentro la Volta c'è una dea serpente corrotta e un dio che si sta svegliando.»
«Sì.»
«E noi vogliamo andare lì dentro.»
«Sì. Dobbiamo andare lì; recuperare Balran, e provare a prendere l’Occhio.»
Kermit annuì sempre più deciso. «E la fatina ci serve perché…»
«Beh, se le cose dovessero mettersi male posso volare e recuperare l’oggetto mentre voi andate dal druido» rispose Gwinn.
«Ottimo», concluse l'anfibio. «Ottimo piano. Mi piace. Nulla può andare storto.»Esposero la faccenda ai compagni quando era ormai stabilita. Trinity non protestò palesemente, ma lo sguardo rimase contrariato.
Kaylus tentennò un momento, ma aveva già comunicato il proprio proposito a Shir. Prima di quel viaggio avrebbe dovuto ritrovare Simon; perciò restò seduto accanto al fuoco.
«Allora», disse Armstrhool. «Da ciò che ha riferito la mia Thalaniel, le cose là dentro potrebbero farsi movimentate. Vi do cinque minuti, il tempo necessario per raggiungere Balran e la statua di N’kcta. Non una frazione di più. Poi vi tiro fuori.»
I tre annuirono.L’omone aprì la sacca, con una serietà che nessuno di loro gli aveva mai visto addosso.
Endy entrò per prima, seguita da Gwinn con le ali piegate strette al corpo. Kermit si fermò sul bordo un secondo, fissò il gigante con un'espressione che conteneva molte sfumature, e nessuna di esse era paura.
«Tranquillo cugino, ci penso io a riportarli indietro. Dopotutto sono il Prescelto», poi sparì anche lui nell'oscurità del tessuto.
Armstrhool richiuse la borsa e la poggiò al centro del circolo che si era formato intorno all’oggetto. Tutti sembravano trattenere il fiato.La lettera era ancora nella tasca di Rhiannon.
La analizzò una volta sola al buio, con la quinta corda del liuto a vibrare appena nel vento leggero che attraversava l'accampamento.
Qualcuno di voi è una maschera. L'originale è nelle mani del Fano.
G.
La ripiegò, la rimise in tasca e guardò i presenti uno a uno, prima di tornare con gli occhi sulla borsa.Da qualche parte, tra le rovine di Ghendar e Altheyn, la Bruma si muoveva in agglomerati erranti; nelle ore più silenziose della notte si udiva, lontano e basso, il canto delle creature del Mare Astrale intenti a nuotare nei vapori, come se quel mondo gli appartenesse da sempre.





